In 3 Sorsi – La crescente tensione tra Turchia e Israele può comportare l’indebolimento del complesso sistema di alleanze del Mediterraneo, con la ulteriore destabilizzazione dell’area mediorientale.
1. DUE AMBIZIONI REGIONALI
Nel corso del suo mandato presidenziale, tuttora in corso, Recep Tayyip Erdogan non ha fatto mistero del proposito di restaurare il primato turco nel Mediterraneo orientale, area d’influenza gradualmente ridimensionata e poi perduta con la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale. La Turchia, beneficiando anche dello scudo difensivo dell’Alleanza Atlantica, ha posto le basi per la creazione di infrastrutture civili e militari idonee a garantire un riposizionamento strategico sul piano dell’indipendenza materiale della propria difesa. In questa chiave si può leggere ad esempio il progressivo ammodernamento dell’esercito e, soprattutto, della marina turca, che punta a dotarsi entro il 2032 della prima portaerei nazionale.
Sull’altro fronte, lo Stato d’Israele, che percepisce il proprio ambiente regionale come strutturalmente ostile, ha rafforzato la preparazione e la rapidità del proprio intervento, servendosi del supporto degli Stati Uniti. Entrambi gli attori, per ragioni diverse, rischiano di accelerare un confronto regionale dagli esiti imponderabili: i turchi per guadagnare influenza, gli israeliani per garantirsi una profondità strategica difendibile e incontestabile da parte di controparti ostili.
Fig. 1 – La guardia d’onore della marina turca in posizione di attenti durante la commemorazione del 10 novembre all’Anıtkabir, Ankara
2. LA SIRIA COME TERRENO DI SCONTRO
Allo stato attuale non sembra possibile sostenere la tesi di un imminente conflitto aperto tra Turchia e Israele, nonostante gli attacchi reciproci sul piano diplomatico e a mezzo stampa. I toni si sono acuiti dopo che, il 18 agosto 2026, otto raid israeliani hanno colpito la base aerea siriana di Abu al-Duhur, nel nord-ovest del Paese, dove la Turchia stava conducendo lavori di ripristino: Israele ha dichiarato di voler impedire lo schieramento di truppe turche, mentre Ankara ha condannato l’attacco come una violazione dell’integrità territoriale siriana. Ciò si inserisce nel contesto di regolari incursioni israeliane nel territorio dello Stato levantino, stimate a 280 soltanto nel mese di settembre, condannate dalla Turchia come “azioni sconsiderate”. La Siria, dove Ankara è il principale alleato del nuovo Governo, è così diventata il terreno privilegiato del confronto indiretto.
Sul piano giudiziario, la Turchia ha emesso mandati d’arresto per genocidio contro il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e altri vertici politici e militari israeliani per la guerra a Gaza e, il 21 agosto 2026, ha chiesto all’Interpol un avviso di ricerca internazionale nei suoi confronti. Israele, dal canto suo, accusa la Turchia di offrire copertura a Hamas. L’impraticabilità di una repentina degenerazione è però dovuta al complesso sistema di alleanze che vede al centro gli Stati Uniti e che non consente (formalmente) ai due contendenti di perseguire apertamente i propri obiettivi a discapito dell’altra parte.
Fig. 2 – Supporter di Benjamin Netanyahu al mercato di Ben Yehuda a Gerusalemme, 22 ottobre 2026
3. GLI SCENARI ALLA VIGILIA DEL VOTO ISRAELIANO
Il futuro di entrambi gli schieramenti resta un’incognita, ma il primo banco di prova è imminente: il 27 ottobre Israele va alle urne. Il voto potrebbe portare a un radicale cambiamento politico qualora Netanyahu non ottenesse i consensi sufficienti per la riconferma, anche dopo la pubblicazione su Haaretz di un’inchiesta tratta dal libro dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval sulle allerte che il Primo Ministro avrebbe ignorato nei giorni precedenti l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 (accuse che il suo ufficio respinge). Altrettanto importante è la scadenza turca: le presidenziali previste nel 2028 saranno probabilmente anticipate a marzo o aprile, un passaggio che, se deciso dal Parlamento, consentirebbe a Erdogan, oggi al secondo mandato, di ricandidarsi. Su queste basi si delineano tre scenari possibili: una “stasi” delle ostilità, che rimanderebbe un confronto a quando gli attori avranno soddisfatto i prerequisiti necessari per i rispettivi progetti; il mantenimento delle ostilità a bassa intensità, con Turchia e Israele che continuerebbero a infastidirsi vicendevolmente potenziando nel frattempo i propri armamenti; un tacito accordo sulla spartizione delle zone d’influenza in Siria e nel nord dell’Iraq, per escludere contemporaneamente l’influenza iraniana e l’insorgere di gruppi terroristici ostili a entrambi. Saranno dunque da monitorare l’esito del voto israeliano e la composizione del nuovo Governo, l’eventuale schieramento di truppe turche nelle basi siriane e la decisione del Parlamento turco sull’anticipo delle elezioni.
Francesco Tavernise – Master in Intelligence UNICAL
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