In 3 Sorsi – Le elezioni di ottobre non sembrano aver risolto le profonde divisioni politiche della Bosnia-Erzegovina. Tra tensioni istituzionali, spinte nazionaliste e un percorso europeo ancora incerto, il Paese continua a confrontarsi con una difficile ricerca di stabilità.
1. LE ELEZIONI CONFERMANO LE DIVISIONI
Lo scorso 4 ottobre in Bosnia-Erzegovina si sono svolte le elezioni per il rinnovo delle Istituzioni statali, delle entità e dei cantoni. Secondo i risultati pubblicati dalla Commissione elettorale centrale, per la Presidenza tripartita sono risultati vincitori il rappresentante bosgnacco di centrosinistra Denis Bećirović, la nazionalista serba Željka Cvijanović e la croata, rappresentante di un partito nazional-conservatore, Darijana Filipović. La formazione di una nuova maggioranza di Governo potrebbe richiedere l’accordo tra il Partito d’Azione Democratica (SDA), il Partito Socialdemocratico (SDP), l’Unione Democratica Croata di Bosnia-Erzegovina (HDZ BiH) e, potenzialmente, anche l’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD) di Milorad Dodik. A causa delle diverse etnie di appartenenza e delle differenti priorità politiche delle singole parti, potrebbero esserci divergenze che porterebbero a nuove tensioni all’interno dell’esecutivo. Le ultime elezioni confermano inoltre la crescente sfiducia della popolazione nei confronti della classe politica. Rispetto al 2022, l’affluenza è diminuita di circa dieci punti percentuali, attestandosi poco sopra il 40%. Questi dati riflettono il malcontento dovuto alla mancanza di attuazione delle riforme, alle promesse disattese, all’ostruzionismo degli apparati statali e alla loro crescente disfunzionalità. In particolare, se fino ad oggi l’elettorato bosgnacco era stato il più propenso a votare formazioni multietniche, adesso, oltre a registrare l’astensione più alta rispetto alle elezioni precedenti, ha sostenuto maggiormente partiti filo-bosgnacchi, tra cui il Partito per la Bosnia ed Erzegovina (SBiH), di orientamento conservatore. A risentirne è stato soprattutto il Fronte Democratico, multietnico, che ha perso il posto all’interno della Presidenza tripartita (seggio croato) e parte dei propri rappresentanti nel Parlamento della Federazione. L’indebolimento del Fronte Democratico rischia così di accrescere la dipendenza del centrosinistra dai partiti nazionalisti serbi e croati, alcuni dei quali sostengono rivendicazioni autonomiste o secessioniste, complicando ulteriormente gli equilibri politici del Paese.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – La visita di Kaja Kallas dello scorso luglio a Sarajevo
2. UNA CRISI DALLE RADICI PROFONDE
La crisi politica che oggi affronta la Bosnia-Erzegovina ha radici lontane. Gli accordi di Dayton del 1995, che posero fine alla guerra, hanno definito un complesso assetto istituzionale, articolando il Paese in due principali entità: la Federazione di Bosnia-Erzegovina e la Republika Srpska (RS). Nonostante uno slancio iniziale verso l’attuazione di riforme e la ricerca di stabilità istituzionale, le divisioni politiche e le rivendicazioni autonomiste hanno continuato a ostacolare l’equilibrio del territorio. Negli ultimi anni la leadership della Republika Srpska ha intensificato la retorica aggressiva contro i bosgnacchi per motivi etnici e religiosi. Inoltre, i rappresentanti dell’SNSD hanno utilizzato la propria posizione per bloccare l’attività della Camera dei Popoli, impedendo l’approvazione di provvedimenti già adottati dalla Camera dei Rappresentanti. Nel 2025 il suo leader, Milorad Dodik, dopo essere stato condannato per il mancato rispetto delle decisioni dell’Alto Rappresentante, ha paralizzato l’attività di Istituzioni statali – come la magistratura e la polizia – con lo scopo di dimostrare la fragilità dello Stato, ritenendolo non necessario. La Corte Costituzionale ha successivamente annullato le iniziative dichiarandole incostituzionali, mentre la condanna definitiva di Dodik ha portato alla cessazione del suo mandato presidenziale. Nonostante una parziale distensione, egli detiene ancora una notevole influenza sul territorio: oltre che avere l’appoggio di Russia, Israele e Stati Uniti, il Presidente eletto nel febbraio 2026, Siniša Karan, continuava la sua agenda politica. Dopo le elezioni di ottobre, che hanno confermato il peso elettorale dell’SNSD con l’elezione di Savo Minić, nuovo Presidente della RS, la Republika Srpska ha registrato un’affluenza superiore alla media nazionale, pari al 47,03%. Dodik, nel frattempo, chiede al Presidente Trump di riconoscere l’indipendenza dell’entità serba. Il suo peso resta decisivo anche a livello statale. L’HDZ BiH punta a modificare la legge elettorale per rafforzare la rappresentanza croata e per questo cerca l’appoggio dell’SNSD e di Dodik, prospettando in cambio una possibile grazia presidenziale. Qualora questo accadesse, l’ex leader della RS potrebbe tornare alla politica attiva. Queste dinamiche confermano il ruolo centrale della Republika Srpska nei fragili equilibri istituzionali della Bosnia-Erzegovina.
Embed from Getty ImagesFig. 2 – Un’immagine di Sarajevo
3. LE SFIDE DI SARAJEVO VERSO BRUXELLES
A marzo 2024 il Consiglio Europeo ha deciso di aprire i negoziati di adesione della Bosnia-Erzegovina all’UE, considerandolo un Paese fondamentale per la stabilità della regione balcanica e del continente. Tuttavia, la delineazione del quadro negoziale e la prima conferenza intergovernativa di adesione non sono ancora avvenuti, a causa della mancata attuazione delle riforme giuridiche e istituzionali richieste al Paese, oltre che alla mancata nomina di un capo negoziatore. Questi inadempimenti, per di più, ostacolano l’accesso ai 976,6 milioni di euro stanziati nell’ambito del Piano di crescita per i Balcani occidentali. Ulteriore incertezza riguarda il futuro dell’Alto Rappresentante: a seguito delle dimissioni di Christian Schmidt, nel giugno 2026, non è stato ancora individuato un successore permanente e la carica è attualmente ricoperta ad interim da Louis Crishock. L’OHR (Ufficio dell’Alto Rappresentante) ha storicamente svolto un ruolo fondamentale nel garantire la stabilità dell’assetto istituzionale definito dagli accordi di Dayton e nel mediare le controversie tra le diverse componenti politiche del Paese. A queste difficoltà si aggiunge il cambiamento dell’approccio statunitense: la seconda Amministrazione Trump ha progressivamente privilegiato gli interessi commerciali rispetto al tradizionale appoggio verso l’integrazione dei Balcani occidentali all’UE. In Bosnia-Erzegovina questa nuova strategia si è tradotta anche nella promozione di investimenti energetici, tra cui il progetto del gasdotto di interconnessione meridionale con la Croazia. Il coinvolgimento di società legate a esponenti vicini all’Amministrazione statunitense ha sollevato interrogativi sulla trasparenza delle operazioni e sui possibili conflitti d’interesse. Queste criticità si inseriscono in un contesto nel quale la lotta alla corruzione rappresenta uno dei cinque ambiti prioritari dei Fundamentals previsti dall’Agenda delle riforme 2024-2027, insieme al coordinamento con le politiche europee e al rafforzamento delle Istituzioni democratiche, alla lotta al crimine organizzato, alla tutela dei diritti fondamentali e al funzionamento del sistema giudiziario. Per il futuro della Bosnia-Erzegovina si delineano quindi diversi scenari. Qualora le forze politiche riuscissero a raggiungere nel breve periodo un accordo, potrebbe esserci un superamento dello stallo istituzionale e un avvicinamento all’UE. Se invece le divisioni interne non dovessero risolversi, ci sarebbe un ulteriore rallentamento delle riforme e dell’integrazione europea. Infine, un possibile inasprimento delle rivendicazioni separatiste della Republika Srpska, accompagnate dalle divergenze tra gli attori internazionali, potrebbero compromettere ulteriormente la stabilità del Paese, con ripercussioni sull’intera regione balcanica.
Martina Selvaggio
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