In 3 sorsi – Dopo un anno e mezzo di transizione, i cittadini del Bangladesh saranno chiamati alle urne in un’elezione cruciale per il futuro del Paese asiatico.
1. SCENARIO PRE-ELETTORALE
Il 12 febbraio si voterà in Bangladesh per la prima volta da quando la premier Sheikh Hasina ha lasciato il potere nel 2024, dopo sanguinose proteste. Al suo posto, un esecutivo ad interim guidato dal Premio Nobel Muhammad Yunus, che ha stilato una folta lista di riforme inerenti a Governo, magistratura, sistema elettorale, pubblica amministrazione, forze di sicurezza e lotta alla corruzione. Le proposte sono incluse nella “Carta di luglio”, firmata lo scorso anno dalla National Consensus Commission e da 25 partiti, che sarà oggetto di un referendum costituzionale.
Malgrado gli entusiasmi iniziali per il rovesciamento di Hasina, dovuti al desiderio di un ritorno alla democrazia e allo Stato di diritto dopo il suo regime autoritario, in Bangladesh continuano a registrarsi violenza diffusa e violazioni delle libertà . Ne è stato dimostrazione quanto accaduto dopo l’uccisione di Sharif Osman Hadi, leader delle proteste del 2024, a dicembre. A Dacca i manifestanti hanno dato fuoco alle sedi dei due maggiori giornali del Paese, ritenuti vicini all’India, verso cui Hadi era critico, e si sono verificati attacchi a persone appartenenti alla minoranza indù.
I tentativi del Governo di Yunus di riportare ordine e sicurezza si sono dimostrati finora insufficienti, dal momento che a un anno e mezzo dall’inizio della transizione l’esercito è ancora dispiegato nelle strade di tutto il Paese. Quest’atmosfera di marcata instabilità genera ricadute anche economiche, con la crescita che, sebbene nel 2025 abbia sperimentato una ripresa rispetto all’anno precedente, subisce gli effetti dell’incertezza relativa ai consumi interni e agli investimenti esteri.
Fig. 1 – Manifestazione a Dacca dopo l’omicidio di Sharif Osman Hadi, leader delle proteste che portarono alla caduta di Sheikh Hasina, 28 dicembre 2025
2. PARTITI E CANDIDATI
Il primo elemento che risalta è l’esclusione dell’Awami League di Sheikh Hasina dalle elezioni. Tale decisione, oltre a suscitare aspre polemiche politiche, è stata giudicata negativamente da molteplici organizzazioni per i diritti umani, le quali temono che ciò possa incidere sull’equità del voto, nonché riprodurre i metodi che venivano utilizzati dal regime di Hasina. Quest’ultima, che attualmente vive in esilio in India e su cui pende una condanna a morte in contumacia per crimini contro l’umanità , ha duramente contestato l’estromissione del proprio partito.
Con l’Awami League fuori dalla corsa, i due principali contendenti restano il Bangladesh Nationalist Party (BNP) e il Jamaat-e-Islami (JI), postosi a capo di una coalizione tra i cui 11 componenti spicca il National Citizen Party (NCP), creato dal movimento studentesco che aveva preso parte alle proteste del 2024. Benché il BNP e il JI siano stati lungamente alleati di Governo, tra loro si è formata una crepa sempre più profonda che ha portato a una separazione definitiva, incarnando ciascuno due visioni ben diverse del futuro del Paese.
Il candidato del BNP è Tarique Rahman, figlio dell’ex Presidente Ziaur Rahman e di Khaleda Zia, vera e propria icona in quanto prima premier donna e rieletta per due mandati. Tornato in patria dopo 17 anni di esilio lo scorso 25 dicembre, cinque giorni prima della morte di sua madre, Tarique Rahman ha subito delineato come punti chiave del proprio programma l’inclusività e l’unità nazionale. Ciò farebbe pensare che, sotto la sua autorità , il BNP potrebbe andare a colmare lo spazio occupato dall’Awami League, almeno prima della svolta autoritaria, basato su liberalismo e secolarismo.
Rispetto alla visione del BNP, quella del JI, il cui candidato è il leader Shafiqur Rahman, appare più polarizzante e divisiva, giacché la forza islamista è fondata su un conservatorismo e nazionalismo più rigidi, che secondo vari esperti rischiano di minare i diritti di ampi strati della popolazione. Anche in politica estera BNP e JI divergono, con il primo che si muove pragmaticamente, specie nei confronti dell’India, malgrado le tensioni passate, mentre il secondo, ostile a Nuova Delhi, propone rapporti più stretti con il Pakistan, del quale il Bangladesh faceva parte fino al 1971.
Fig. 2 – Tarique Rahman, candidato premier del BNP, durante un comizio elettorale a Sylhet, 22 gennaio 2026
3. QUALE FUTURO?
Al momento risulta difficile fare previsioni su chi possa aggiudicarsi il voto, ma si tende a reputare maggiormente probabile una vittoria del BNP di Tarique Rahman, interprete di una visione moderata e rassicurante agli occhi sia degli elettori che degli osservatori esteri. Ciononostante, restano i dubbi sulla reale portata del cambiamento, con numerosi partecipanti alle proteste del 2024 che temono un ritorno se non all’era Hasina, comunque all’immobilismo delle élite tradizionali.
Tanto il BNP quanto il JI appaiono pur sempre a gran parte dei giovani elettori come partiti obsoleti, tra i responsabili della decadenza del Paese. In questo senso, ha causato malcontento la scelta del NCP di coalizzarsi con gli islamisti, dimostrandosi non all’altezza di essere un’opzione di rottura. Chiunque vincerà le elezioni deve presentarsi ai cittadini come alternativa credibile che non perpetui i consueti meccanismi di potere. Soltanto così potrà avere luogo il processo di riconciliazione e rinnovamento necessario per un futuro di stabilità e prosperità per il Bangladesh.
Simone Frusciante
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