Caffè lungo – Gli scontri armati di gennaio nel Tigray segnano un pericoloso deterioramento della pace fragile seguita al cessate il fuoco di Pretoria nel 2022. Tra l’esercito federale etiope e il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) si teme l’inizio di un conflitto su vasta scala.
LE RADICI DEL CONFLITTO
Le origini delle tensioni nel Tigray risalgono alla caduta del regime monopartitico etiope, rovesciato nel 1991 da una coalizione guidata dal TPLF. Dopo circa trent’anni di predominio tigrino, i rappresentanti delle altre due principali etnie del Paese, Oromo e Amhara, si allearono tra loro, e nel 2018 si accordarono sulla nomina di Abiy Ahmed a Primo Ministro. Nei due anni successivi, Ahmed avviò un processo di centralizzazione del potere, culminato nella creazione del Partito della Prosperità, al quale aderirono quasi tutte le forze della coalizione nata nel 1991, con l’eccezione del TPLF. Isolato politicamente, il partito tigrino reagì organizzando elezioni locali non riconosciute dal Governo centrale, dopo la proroga del mandato di Ahmed: un’iniziativa allora interpretata come un possibile primo passo verso la secessione della regione. Le tensioni sfociarono presto in scontri aperti, quando le forze del TPLF presero il controllo di una base dell’esercito etiope (ENDF) a Macallè, capitale del Tigray. Nel corso dei due anni successivi, il conflitto si intensificò: l’ENDF fu accusato di uccisioni di civili e operazioni di pulizia etnica, mentre la situazione generale continuava a deteriorarsi. L’Eritrea – con cui Ahmed aveva firmato un accordo di pace nel 2019 dopo decenni di ostilità – intervenne militarmente nel Tigray a fianco dell’Etiopia; parallelamente, il TPLF si alleò con l’Oromo Liberation Army (OLA), che avviò attacchi contro le enclave amhara nella regione dell’Oromia. Nonostante il cessate il fuoco negoziato a Pretoria, il Governo etiope dovette confrontarsi anche con le insurrezioni delle milizie amhara Fano e altre forze locali attive tra il Tigray e la regione Amhara, le quali rifiutarono di disarmarsi e di integrarsi nell’esercito nazionale. A complicare ulteriormente il quadro sono le recenti ripetute minacce, ventilate da Addis Abeba, di ottenere con la forza uno sbocco al mare a spese dell’Eritrea.
GLI SVILUPPI RECENTI
Dopo il cessate il fuoco di Pretoria, il TPLF è stato attraversato da una profonda divisione interna tra la fazione guidata da Debretsion Gebremichael e quella vicina a Getachew Reda, primo Presidente dell’Amministrazione ad interim del Tigray (TIRA), organismo creato dagli accordi di pace allo scopo di reintegrare la regione nella Federazione Etiope. Quando Abiy Ahmed ha sostenuto Getachew, la fazione di Debretsion ha reagito cercando di consolidare il proprio potere, presentando il conflitto come uno scontro con il Governo centrale. Nel marzo 2025, le Forze Armate tigrine hanno occupato gli uffici del TIRA, costringendo Getachew e i suoi alleati a fuggire. Questi ultimi hanno quindi fondato un nuovo partito sostenuto da Addis Abeba. Nel frattempo, è emerso anche il Tigray Peace Force (TPF), gruppo armato ostile al TPLF, attivo al confine con la regione Afar. Le divisioni interne e l’emergere di nuove alleanze hanno quindi compromesso il processo di pace: le milizie Fano si sono unite con il TPLF contro il Governo federale, che ha poi accusato l’Eritrea di essere intervenuta nel conflitto fornendo supporto alle milizie amhara. Infine, il conflitto si è progressivamente internazionalizzato: le milizie Fano, il TPLF e i rappresentanti eritrei si incontrerebbero per coordinare le proprie azioni in Sudan. Il Paese è però attualmente diviso da una guerra civile e i delegati sarebbero ospitati nel territorio del Presidente Abdel Fattah al-Burhan, sostenuto anche dall’Egitto. Di contro, in Etiopia si starebbero addestrando i ribelli sudanesi, finanziati dagli Emirati Arabi (UAE). Le schermaglie di gennaio tra l’ENDF e le forze tigrine rischiano quindi di mettere in moto un conflitto che si allargherebbe oltre il Tigray.
COSA PUÒ ACCADERE
L’aumento delle truppe dell’ENDF ai confini del Tigray segna una pericolosa escalation che pone la questione di quali possano essere i successivi sviluppi. Addis Abeba potrebbe puntare a indebolire o eliminare il TPLF esercitando pressioni economiche e militari sulla regione. Tuttavia, l’entità della mobilitazione militare sembra eccessiva rispetto a questo obiettivo, anche perché concentrando qui le forze, l’ENDF le ha distolte da altre aree come l’Amhara, dove operano le milizie Fano. Alternativamente, il TPLF potrebbe lanciare un’offensiva preventiva contro le truppe federali, anche con il supporto eritreo. Tuttavia, un’avanzata prolungata esporrebbe a difficoltà logistiche e a possibili contrattacchi. I contendenti potrebbero quindi cercare un accordo diplomatico, ma Addis Abeba ha alzato la posta in gioco alludendo al controllo di un porto e avviando una mobilitazione militare. Una de-escalation potrebbe quindi sembrare ora una sconfitta. Lo scenario peggiore è infine quello in cui, oltre a ritornare in controllo del Tigray, l’esercito etiope cercasse di aprirsi la strada fino ad Assab. Un conflitto del genere, oltre ad avere costi umani enormi, potrebbe avere implicazioni mondiali, nel momento in cui proprio in questi giorni gli Houthi hanno lanciato un attacco contro Israele. Dopo lo stretto di Hormuz, scontri armati generalizzati lungo un altro “choke point” mondiale, lo stretto di Bab-El Mendeb, potrebbero chiamare in causa gli altri attori regionali che già sostengono le diverse parti coinvolte: Egitto, Turchia e UAE. Oltre a quelli che hanno una base militare a Gibuti, ovvero USA e Cina, ma anche Francia, Giappone, Arabia Saudita e Italia. Quanto sta avvenendo nelle sabbie – e nei mari – del Corno d’Africa ha quindi, ancora una volta, potenziali conseguenze globali.
Gabriele Rizzi Bastiani
Annette Dubois, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons


