Intervista a Irina Konareva, direttrice della Filarmonica di Zaporizhzhia

Le interviste del CaffèChristian Eccher intervista Irina Eduardivna Konareva, direttrice della Filarmonica di Zaporizhzhia. Una conversazione ad ampio respiro sulla musica come forma di resistenza e sull’importanza del lavoro culturale in tempo di guerra.

Incontriamo la direttrice della Filarmonica in un giorno di metà aprile, subito dopo un attacco aereo russo con droni Shahed che ha causato la morte di una persona. Entro nell’edificio della Filarmonica mentre in cielo c’è ancora il fumo nero causato dall’abbattimento di due droni da parte della contraerea ucraina.

Siamo in una città al fronte. Ci sono attacchi quotidiani da parte dell’esercito della Federazione Russa. Eppure la Filarmonica offre un repertorio di concerti eccezionale…

La cultura in Ucraina è sempre stata molto importante e multiforme; è un grande patrimonio per tutto il popolo ucraino. Quando è cominciata la guerra, ovviamente non cantavamo, non ballavamo,  non suonavamo perché abbiamo lasciato tutto da parte per difendere la nostra regione e l’intera Ucraina. Anche noi della Filarmonica abbiamo fatto tutto il possibile per aiutare: il nostro team ha preparato 100mila piroshki [un pane speciale ripieno, molto nutriente e gustoso, n.d.r.] perché all’inizio era molto importante aiutare i profughi provenienti da Mariupol, Melitopol e da tutta la regione. Era anche importante aiutare chi ci difendeva, vale a dire i soldati, che combattevano proprio alle porte di Zaporizhzhia. All’epoca abbiamo fatto di tutto proprio affinché adesso si possano tenere manifestazioni concertistiche. Io sono molto riconoscente al collettivo perché è rimasto praticamente al completo. Qualche musicista se n’è andato, perché la situazione era veramente difficile, ma parliamo di una minoranza. Li capisco: alcuni musicisti sono sopravvissuti a diversi attacchi aerei [a una coppia di violinisti hanno bombardato per ben 4 volte l’appartamento, n.d.r.], per cui non hanno resistito al peso psicologico e hanno preferito abbandonare la città.

Fig. 1 – Irina Konareva nel suo ufficio alla Filarmonica | Foto: Christian Eccher

Quante persone lavorano alla Filarmonica?

Da noi ci sono 250 persone sulla carta, adesso lavorano 237. Questo ci dice che le persone amano davvero la Filarmonica e si dedicano con passione totale al proprio lavoro. Se al giorno d’oggi facciamo concerti, è perché capiamo che sentire la musica è una sorta di aiuto psicologico estremamente importante; il concerto aiuta chi lo ascolta a scaricare le tensioni.  È importante per tutti, a prescindere dall’età, dalla nazionalità e dal lavoro che si fa. Noi abbiamo ottimi contatti con gli insegnanti delle scuole, con i lavoratori in campo medico, questi ultimi poi svolgono un compito molto importante, salvano le vite e salvaguardano la salute di coloro che ci difendono, di chi è rimasto e di chi si è rifugiato a Zaporizhzhia. Medici e insegnanti salvano e preservano i bambini e i giovani perché se giovani e bambini se ne vanno, non c’è più neanche sviluppo. Per questo è importante che la città offra la possibilità di vivere in maniera completa. Questo è il senso della vita.

Cosa fate in concreto per i più giovani? Che pubblico avete?

Noi abbiamo un progetto intitolato “La filarmonica dei bambini”, la frequentano le nonne con i bambini ma in realtà piace a tutti. Abbiamo un’orchestra accademica filarmonica che al completo ha circa 80 componenti, 4 volte al mese vanno in scena e offrono concerti sia di musica classica sia di musica popolare. Adesso educhiamo una nuova generazione di ascoltatori di musica classica. Dall’inizio della guerra, è cambiata la composizione degli abitanti della città perché sono arrivati molti profughi e non tutti andavano ai concerti; per questo noi li abituiamo e li avviciniamo a questa bellissima forma dell’arte. Invitiamo diversi conduttori d’orchestra, perché possano apportare qualcosa di nuovo e arricchire il nostro repertorio sinfonico. La nostra orchestra occupa già di per sé un livello molto alto a livello ucraino e internazionale. Infatti, a suo tempo, ha ricevuto lo status di “orchestra accademica”.
Da noi c’è poi anche un “Ensemble accademico cosacco” professionale. Due giorni dopo l’inizio della guerra, i membri di questo ensemble dovevano esibirsi nella prima di uno spettacolo. Si erano preparati a lungo. Il direttore dell’ensemble mi ha telefonato e mi ha chiesto il permesso di tenere il concerto. All’inizio non volevo concederlo per motivi di sicurezza, volava di tutto in quei giorni, poi ho cambiato idea; c’era molta gente, lo spettacolo si è tenuto e solo il finale è saltato a causa di un allarme aereo, ma l’abbiamo poi rappresentato alla fine dell’allarme.
Il collettivo si dà anche da fare per accogliere nel repertorio le nuove tendenze: dall’inizio della guerra, infatti, anche i gusti del pubblico sono cambiati. Adesso la gente vuole tornare alle radici della cultura ucraina. Solo la nostra istituzione può permettersi di mettere in scena così tanti spettacoli: solo l’anno scorso, abbiamo creato 57 rappresentazioni musicali! Per i bambini, per gli adulti, per gli amanti della musica sinfonica, di quella popolare-folklorica… L’anno scorso ci sono stati circa 200 concerti, prima della guerra ne facevamo anche di più, praticamente tutti i giorni, anche fuori dall’edificio della filarmonica. Adesso dobbiamo contenerci per motivi di sicurezza.  Abbiamo un rifugio in cui andiamo in caso di allarme aereo. Ci preoccupiamo per la sicurezza del pubblico e di quella dei nostri ospiti musicisti anche di più di quella nostra perché la sicurezza è per noi una responsabilità colossale per la direzione e per il collettivo.

Immagino che l’“Ensemble accademico cosacco” abbia un’importanza particolare per Zaporizhzhia, visto anche il ruolo storico della città…

Zaporizhzia è la capitale cosacca ucraina. Capite l’importanza? La prima Costituzione ucraina è apparsa qui sull’isola di Hortica. Anche i principi e i valori democratici sono comparsi per la prima volta qui a Zaporizhzhia. La “Sich” di Zaporizhzhia ha unito tutte le regioni dell’Ucraina e grazie a questo l’Ucraina adesso sta ancora in piedi. È una città che conquista subito il cuore.

Fig. 2 – L’edificio della Filarmonica di Zaporizhzhia | Foto: Christian Eccher

La città e lo Stato vi aiutano?

Noi siamo molto grati all’Amministrazione cittadina militare. Ivan Fedorov, il governatore della Regione, capisce l’importanza dell’arte.
Io però ho un grande problema [lo dice ridendo, n.d.r.]. Non riesco a limitare il desiderio degli artisti di cantare e suonare! E ogni volta dobbiamo discutere! Vogliono cantare 15 canzoni, troppe, perché – per motivi di sicurezza – il concerto non può durare troppo a lungo. Io li devo limitare, ma alla fine troviamo sempre un compromesso.
Nel nostro collettivo ci sono molti giovani che prendono parte a eventi non solo in Ucraina, ma anche all’estero. C’è un concorso a livello ucraino, “Kod Nazii”, e sono 4 anni di fila che vinciamo! Ha vinto l’orchestra sinfonica, così come il Complesso accademico kazako, che si è aggiudicato questo premio tre volte di fila. E vinciamo davvero! All’inizio pensavamo “Forse, quando vedono che partecipa la Filarmonica di Zaporizhzhia che è una città al fronte, decidono di aiutarci”. No, il concorso è anonimo, chiuso, la giuria ascolta, non conosce e non vede chi suona. Il nostro pianista Arthur Ostapchuk, molto talentuoso, anche lui ha vinto in Polonia un concorso importante. Da noi c’è un festival per bambini “Accordi di Hortica”, che esiste da 24 anni. È un concorso che permette ad artisti giovanissimi, a volte anche bimbi di 3-4 anni, di esibirsi qui in Filarmonica con un’orchestra sinfonica. È un concorso internazionale, a cui partecipano italiani, cechi, coreani… Prima della guerra il concorso durava una settimana, pianoforte, violino, canto… Adesso non rischiamo e c’è solo il concerto dei vincitori.

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Fig. 3 – Gruppo cosacco si esibisce in una danza tradizionale all’Opera House di Lviv, settembre 2025

Fra il pubblico ci sono anche soldati?

Sì vengono anche i soldati in licenza. Spesso arrivano stressati e vanno via sollevati, con nuove energie e nuove forze.
E capiscono anche perché combattono… perché la città possa vivere normalmente…
A fine concerto, ci ringraziano, ci portano dei regali ed è bello poi vederli nuovamente al concerto successivo. Vengono anche i veterani, quelli feriti che stanno facendo riabilitazione, e che nella musica trovano un vero aiuto psicologico.  Una vera e propria riabilitazione morale. Lavoriamo anche noi, insomma, perché presto non ci sia più la guerra e si torni alla normalità.

L’orchestra va anche in tournée?

Siamo stati recentemente a Dnipro e tutti pensavano che fosse un’orchestra straniera! Erano scioccati, positivamente, quando hanno saputo che in realtà ascoltavano l’unica Filarmonica che si trova praticamente al fronte. Da noi è venuta l’orchestra sinfonica di Cherkasy e noi andremo presto lì. Per il resto, limitiamo i nostri movimenti: i musicisti hanno paura di lasciare le proprie famiglie. Per le altre orchestre ucraine, non è un grande problema andare in tournée. A Zaporizhzhia, invece, ci sono attacchi quotidiani per cui, quando si è fuori, non si è mai tranquilli. Preferiamo stare qui, possiamo subito chiamare parenti e amici in caso di attacco e vedere con i nostri occhi i danni.

a cura di Christian Eccher

Photo by stevepb is licensed under CC BY-NC-SA

Indice

Perchè è importante

  • Incontriamo Irina Konareva, la direttrice della Filarmonica di Zaporizhzhia.
  • Perché fare e ascoltare musica a 18 chilometri dal fronte? La musica è una forma di terapia psicologica, ma è anche un modo per resistere. Finché c’è musica, Zaporizhzhia è viva.

Dove si trova

Chi lo ha scritto

Christian Eccher
Christian Eccher

Sono nato a Basilea nel 1977. Mi sono laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ho anche conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulla letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume, dal 1945 a oggi. Sono professore di Lingua e cultura italiana all’Università di Novi Sad, in Serbia, e nel tempo libero mi dedico al giornalismo. Mi occupo principalmente di geopoetica e i miei reportage sono raccolti nei libri “Vento di Terra – Miniature geopoetiche” ed “Esimdé”.

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