Espresso forte – Tra giugno e luglio 2026, una serie di notizie apparentemente separate – i numeri dei caduti, gli attacchi alle raffinerie, il ritiro da Kinburn – evidenzia dei segnali importanti sulla tenuta strutturale della Russia.
CHE COSA È SUCCESSO
Il 16 giugno un’immagine ha fatto il giro del mondo: la copertura di un serbatoio della raffineria Kapotnya di Mosca si alza in aria come un tappo di bottiglia, proiettata a decine di metri dal suolo da un’esplosione improvvisa. L’impianto di Gazprom-Neft, a meno di 15 chilometri dal Cremlino, bruciava per la terza volta in un mese. Il dettaglio che ha reso l’immagine davvero rivelatrice, però, è un altro: a colpire il serbatoio non è stato un drone ucraino, bensì un missile della difesa aerea russa, finito fuori controllo nel tentativo di intercettare un velivolo senza pilota. Il danno si è rivelato più grave del previsto, con l’impianto potenzialmente fuori servizio fino all’anno prossimo.
La stessa settimana ha portato altre notizie di segno analogo. Mediazona e BBC hanno aggiornato il conteggio dei caduti russi verificabili a 225.019 – tra cui oltre 7mila ufficiali e 15 generali – una cifra per difetto, con stime di chi opera sul campo che convergono verso quota 300mila. Il periodo più letale si conferma il biennio 2024-25, con il picco precedente di Bakhmut nei primi mesi del 2023. Nel frattempo, è stato abbattuto un Tu-22M3, bombardiere strategico russo, mentre l’Ucraina intensificava la propria campagna a lungo raggio e il ministro degli Esteri Lavrov tentava – invano – di pubblicare un articolo su Politico Europe, che ha cancellato la collaborazione all’ultimo minuto.
Fig. 1 – La raffineria Gazprom a Neftâs, Mosca
COME LA VEDIAMO
Quello che emerge, a quasi quattro anni dall’invasione su larga scala è un quadro di crisi strutturale che si sviluppa su più livelli simultaneamente, ciascuno che alimenta e aggrava gli altri.
Sul piano energetico, le difficoltà sembrano conclamate: colpire ripetutamente le installazioni energetiche e petrolifere rende meno efficaci (e più lunghe) le riparazioni e provoca danni cumulativi precedentemente non possibili. Gli effetti dunque non sono dovuti ai singoli colpi, ma al sommarsi delle criticità, il che impedisce di sopperire a danni locali sfruttando risorse tratte altrove: semplicemente è l’intero sistema ad essere colpito – Kapotnya è fuori gioco per mesi, la benzina scarseggia a Mariupol e ha abbandonato del tutto Novorossiysk, porto strategico sul Mar Nero. I trasportatori russi hanno già avvertito i clienti di rincari di almeno il 10% sui costi logistici, comprese le spedizioni verso la Cina. La crisi non è più solo un problema militare: produce impatti sull’economia reale gradualmente più visibili e misurabili.
Sul piano territoriale, i russi si sono ritirati dalla penisola di Kinburn – primo risultato concreto della campagna ucraina contro il sistema logistico di Mosca. La penisola non è passata sotto il controllo di Kiev, ma il fatto stesso che le forze russe abbiano dovuto abbandonarla (o comunque ridurre la presenza, le fonti sono discordanti) segnala l’impossibilità di mantenere la presenza quando i canali di rifornimento sono geograficamente stretti. È un segnale di quanto potrebbe accadere con la Crimea: un corridoio terrestre che non garantisce più i rifornimenti cessa di essere un vantaggio strategico e si trasforma, progressivamente, in un peso.
Sul piano militare, l’avanzata russa rimane lenta e non impedisce alcuni locali conrtattacchi ucraini. Ma la novità più significativa di questo periodo si sintetizza in una constatazione semplice: i droni ucraini colpiscono anche dove non te lo aspetti. La campagna è diventata sistematica e geograficamente sempre più ampia, mentre la Russia non dispone di capacità satellitari paragonabili per rispondere in modo simmetrico, pur restando consistente.
Sul piano della narrativa, il caso Lavrov/Politico è forse il più rivelatore. La dirigenza russa ha cercato di usare una delle principali piattaforme editoriali europee per veicolare la propria lettura del conflitto, e si è vista respingere l’articolo. La risposta – pubblicare il testo su RT – descrive con precisione una leadership che si percepisce ancora come interlocutore globale, ma non riesce più a trovare i canali per esserlo credibilmente.
Fig. 2 – Code a un rifornimento di benzina a Mosca: la disponibilità di carburante diminuisce in Russia, anche per via degli attacchi ucraini alle infrastrutture di raffinazione
LA NOSTRA PREVISIONE
Guardando ai prossimi mesi, tre elementi meritano attenzione ravvicinata. La tenuta del sistema energetico russo è la pressione più immediata: con Kapotnya fuori gioco fino al 2027 e Novorossiysk già a secco, la crisi del carburante si sta traducendo in rincari logistici che pesano sull’economia reale, non solo sull’apparato militare.
Il modello Kinburn è l’indicatore strategico da non sottovalutare: se la pressione logistica ha costretto al ritiro da una penisola relativamente marginale (e dunque non particolarmente significativa per l’andamento complessivo del conflitto), la stessa strategia applicata alla Crimea – i cui rifornimenti sono sempre più fragili con o senza corridoio terrestre – potrebbe ridisegnare l’intero equilibrio della guerra senza nemmeno colpire il ponte di Kerch (che, anzi, restando in piedi fornisce a civili e militari russi la via d’uscita per abbandonarla).
La campagna droni degli ucraini, infine, ha raggiunto una profondità e una sistematicità che superano le capacità difensive russe, che si trovano ad affrontare la stessa sfida degli Ucraini: come fermare numeri così elevati da saturare le difese e superare la capacità di produrre sistemi difensivi? L’Ucraina infatti continua a colpire anche le difese antiaeree, alcune delle quali hanno dovuto arretrare per proteggere le immense retrovie russe. Il risultato è stato un logoramento strutturale di infrastrutture difficilmente sostituibili nel breve periodo.
Di Simone Pelizza, Lorenzo Nannetti, Emiliano Battisti, Beniamino Franceschini, Pietro Costanzo
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