La Serbia protesta, ma resta molto lontana dalla democrazia

AnalisiLe proteste in Serbia continuano da un anno e mezzo e hanno assunto un carattere fortemente nazionalista. Nel Paese si respira un’atmosfera referendaria: o si sta con gli studenti o con il presidente Aleksandar Vučić. Tutte le altre opzioni, a cominciare da quella pro-europeista, vengono considerate una forma di tradimento.

PROTESTE E ANCORA PROTESTE

Le proteste studentesche in Serbia, cominciate un anno e mezzo fa a seguito del crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, sono meno intense rispetto a qualche mese fa ma non sono mai terminate. Dall’esterno è sicuramente difficile capire quali siano gli obiettivi del movimento studentesco e soprattutto è quasi impossibile cogliere le sfumature e le dinamiche presenti nel movimento stesso. A essere immutati sono invece i metodi di azione che consistono principalmente in manifestazioni di piazza e comunicati stampa, spesso provocatori e di stampo quasi pubblicitario. Quello che è certo è che il movimento – sempre meno massiccio – non ha un leader e non ha alcuna intenzione di stabilire un qualsiasi rapporto con i partiti e le ONG di opposizione, dal canto loro divise se dare il proprio appoggio agli studenti (e quindi ritirarsi dalle future elezioni) o mantenere i propri simboli e la propria identità. Ormai da maggio del 2025 gli studenti chiedono che il presidente Aleksandar Vučić sciolga il Parlamento e indica nuove elezioni. Vučić temporeggia e da un anno promette le elezioni senza però fissare mai una data. Questo gli ha permesso di recuperare terreno nei sondaggi; a marzo del 2025, molti analisti esperti di Balcani (l’Italia ne è piena) davano Vučić per spacciato, invece il presidente serbo è riuscito non solo a rimanere al potere ma anche ad approfittare delle divisioni interne al movimento.

Fig. 1 – Una delle numerosissime manifestazioni studentesche in Serbia | Foto: Christian Eccher

A DESTRA, A DESTRA!

Dal giugno dell’anno scorso, abbiamo assistito a uno spostamento a destra del movimento studentesco, confermato da alcuni eventi accaduti nell’ultimo periodo. Il primo è legato al Memorandum per il Kosovo, stilato dagli studenti stessi nel mese di maggio scorso, e molto simile a quello promosso dall’Accademia serba (SANU) nel 1986 che costituì un programma ideologico per le élite serbe dagli anni ’90 in poi. Gli studenti non hanno ancora reso noti né il programma né la lista con la quale intendono presentarsi alle elezioni. Si sono però subito espressi sul Kosovo definendolo il cuore della Serbia; hanno poi messo l’accento sulla politica internazionale come mezzo per recuperare la regione autonoma che ha proclamato l’indipendenza nel 2008. Neanche una parola sui crimini di guerra commessi dalla Serbia negli anno ’90 e ancora meno sui rapporti con gli albanesi che abitano nel Kosovo. Come negli anni ’90, gli albanesi sembrano non esistere e sono solo degli occupanti da cacciare.

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Fig. 2 – Un dimostrante con la bandiera dell’UE a Novi Sad, giugno 2026. È raro vedere tale bandiera nelle manifestazioni studentesche, che sono invece spesso e volentieri piene di simboli legati al nazionalismo serbo

UN MOVIMENTO DIVISO E OSTILE ALL’UE

Attualmente è possibile riconoscere due colonne nel movimento studentesco, una divisione che ha una chiara connotazione geografica. Una è quella di Novi Sad, chiaramente orientata a sinistra e in netta minoranza rispetto all’altra, quella di Belgrado e di Kragujevac, la cui ideologia (se così si può chiamare) è incentrata sul mito del Kosovo, sulla religione ortodossa (alle manifestazioni sono sempre presenti i Cristi ortodossi, gli stessi che i russi utilizzano quando attaccano gli ucraini al fronte) e sui miti e sui simboli nazionali. Dopo la stesura e la pubblicazione del memorandum sul Kosovo, a poco è servito il messaggio di Mila Pajić – rappresentante del gruppo Stav, iniziatore delle proteste i cui membri sono ora o sotto processo o in esilio – che mirava a riportare l’unità nel movimento studentesco mettendo l’accento sull’obiettivo principale delle proteste: giustizia per i morti del crollo della pensilina. Si ha la netta impressione che gli studenti fingano un’unità che non esiste e che durerà finché c’è un nemico in comune, Aleksandar Vučić.
Alle manifestazioni studentesche sono vietate le bandiere dell’UE e dell’Ucraina. Eppure, se ci sono stati dei progressi democratici in Serbia nell’ultimo periodo è solo grazie all’UE. Il governo di Belgrado, infatti, pochi mesi fa aveva varato le leggi di Mrdić (dal nome del promotore), un complesso di norme volte a tenere sotto il controllo dell’esecutivo la magistratura. Grazie alle pressioni dell’UE e della Commissione di Venezia, le leggi sono state sostanzialmente modificate e adattate allo Stato di diritto come previsto dalla Costituzione serba. Gli studenti sembrano non accorgersi del ruolo fondamentale dell’UE nel mantenere un minimo di democrazia in Serbia e criticano Bruxelles per via del progetto Jadar, di cui l’UE fa parte, che mira a impossessarsi del litio presente nell’ovest della Serbia. Non criticano però la Russia e soprattutto la Cina, le cui influenze politiche e economiche sono presenti nel Paese in maniera massiccia.
La Cina, poi, ha acquistato le acciaierie e le miniere di Bor e ha aperto numerose fabbriche, come la Linglong di Zrenjanin, le quali godono di un trattamento speciale: le leggi dello Stato non valgono nei loro stabilimenti, per cui i lavoratori vengono trattati letteralmente come schiavi. Questo non sembra dar troppo fastidio agli studenti. I pochi coraggiosi, come l’esperto di energetica Mio Kapor, che si presentano alle manifestazioni studentesche con la bandiera dell’UE e dell’Ucraina, vengono allontanati in malo modo e spesso presi a cazzotti (cosa peraltro accaduta anche in Italia il 25 aprile scorso). I pochi politici pro-europeisti, come il professor Zoran Vuletić, sono praticamente isolati nel Paese e la loro voce non si sente, né nei media di governo né in quelli di opposizione. I giornalisti che chiedono agli studenti se siano per l’UE o per la Russia, vengono tacciati di faziosità e di essere dalla parte di Vučić.

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Fig. 3 – Striscione a Belgrado che chiede la rioccupazione militare del Kosovo, gennaio 2024. Anche gli studenti anti-Vučić sembrano appoggiare la riconquista della regione a maggioranza albanese

SENSO DI RESPONSABILITÀ

Gli studenti vogliono che il Paese sia guidato da senso di responsabilità e correttezza. Loro stessi, però, dopo un anno di occupazione, hanno accettato la proposta dei decani di dare gli esami senza aver seguito neppure una lezione. Si sono susseguiti 10 sessioni di esame, una ogni settimana, in cui i voti sono stati praticamente regalati. Inutile dire che il livello delle Università, che già era scarso prima delle proteste, è scaduto ulteriormente. La Serbia è uscita anche dal PISA test per cui è ora impossibile comparare il livello di istruzione dei ragazzi serbi con quello dei coetanei europei. Senza una vera e propria riforma della scuola, difficilmente il Paese cambierà. La ricetta che propongono gli studenti, vale a dire gente competente e onesta a guidare lo Stato e un referendum per decidere come posizionarsi sullo scacchiere internazionale, sembra essere semplicistica e frutto di un’assenza di piani politici reali e di una scelta populista.
Nel frattempo, il presidente Vučić è passato al contrattacco. Alcuni professori che sostenevano gli studenti sono stati licenziati; in più il presidente promette di asfaltare strade, ammodernare ferrovie e di aumentare le pensioni. Anche queste sono scelte populiste, ma che funzionano molto meglio di vaghe promesse di giustizia sociale: in un Paese in cui molta gente a stento arriva a fine mese e che a ogni pioggia si ritrova nell’acqua e nel fango fino alle ginocchia, soprattutto nelle zone rurali, le promesse di Vučić sono, al momento, molto più convincenti di quelle degli studenti. Un giorno Vučić dovrà indire nuove elezioni: vedremo se vincerà la Serbia urbana e sotto i 50 anni, che sta con gli studenti, o quella rurale e anziana, che sta con Vučić. In ogni caso, non sono previsti grandi cambiamenti all’orizzonte, al massimo uno svecchiamento dell’élite al potere. Per ora è certo che in Serbia regna un’atmosfera pesante e insostenibile: o si è con il presidente o con gli studenti, tutte le altre opzioni (fra cui quella pro-europeista) vengono considerate tradimento da entrambe le parti. 

Christian Eccher

Photo by David_Peterson is licensed under CC BY-NC-SA

Indice

Perchè è importante

  • In Serbia, le proteste studentesche continuano ma hanno assunto un carattere apertamente nazionalista.
  • Gli studenti si rifiutano di dialogare con l’opposizione e esigono che tutte le forze anti-governative appoggino la loro lista, di cui peraltro non si sa nulla. Le loro dimostrazioni non nascondono anche un certo livore ideologico nei confronti dell’Unione Europea, nonostante l’impegno di quest’ultima in favore della democrazia serba.

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Chi lo ha scritto

Christian Eccher
Christian Eccher

Sono nato a Basilea nel 1977. Mi sono laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ho anche conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulla letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume, dal 1945 a oggi. Sono professore di Lingua e cultura italiana all’Università di Novi Sad, in Serbia, e nel tempo libero mi dedico al giornalismo. Mi occupo principalmente di geopoetica e i miei reportage sono raccolti nei libri “Vento di Terra – Miniature geopoetiche” ed “Esimdé”.

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