In 3 Sorsi – I cittadini islandesi dicono “no” alla ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione Europea. Il voto è stato combattuto, a fare la differenza soprattutto gli elettori delle zone rurali e le pressioni del settore ittico. Relativo invece il ruolo delle questioni geopolitiche.
1. TRA SOVRANITÀ E INTEGRAZIONE EUROPEA
Sabato 29 agosto i cittadini dell’Islanda sono stati chiamati a votare in un referendum sulla riapertura del processo di adesione all’Unione Europea. L’Islanda ha presentato la propria candidatura come Stato membro nel 2009, quando il Paese era in grave difficoltà economiche a seguito della crisi finanziaria internazionale, interrompendo però la procedura nel 2013, senza tuttavia ritirare la candidatura. Il referendum, inizialmente convocato dall’attuale Governo Frostadóttir (socialdemocratico) per il 2027, ha ottenuto il 52,84% di voti contrari (contro il 47,16% dei favorevoli), evidenziando la volontà della maggioranza della popolazione islandese di restare fuori dall’UE. A fare la differenza sono stati i voti provenienti dalle zone meno urbanizzate del Paese, dove il “no” ha raggiunto anche picchi superiori all’80%. Al contrario, la capitale Reykjavík è stata l’unica circoscrizione in cui il “sì” ha ottenuto la maggioranza, evidenziando la profonda distanza tra centro e periferia. Tra tutti gli Stati europei non membri, l’Islanda figura tra quelli con il grado più alto di integrazione con l’UE, essendo membro dello Spazio Economico Europeo e dell’Area Europea di libero scambio. Numerosi atti legislativi adottati a Bruxelles, ad esempio per quanto concerne la libera circolazione, oltre a talune decisioni di politica estera, hanno un effetto diretto sulla società islandese pur in mancanza di una membership formale.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – La premier islandese, Kristrún Frostadóttir
2. IL PESCE DELLA DISCORDIA
Ricercare esclusivamente logiche geopolitiche dietro al referendum rappresenterebbe un fondamentale errore di lettura. Naturalmente, è innegabile come la postura aggressiva e gli interessi artici della Russia insieme alle strampalate rivendicazioni territoriali statunitensi siano fonte di preoccupazione per gli islandesi, ma le priorità dietro il voto negativo sono da individuare altrove. In virtù dell’attuale rapporto con Bruxelles, a detta della maggioranza degli islandesi, un’eventuale adesione completa non migliorerebbe la situazione odierna del Paese. Il tema più delicato della campagna elettorale, tanto per l’opinione pubblica quanto per l’economia del Paese, è stato senza dubbio quello delle politiche di pesca. L’industria ittica rappresenta circa l’8% del PIL e il 40% delle esportazioni dell’Islanda, grazie anche alla presenza di una vasta Zona Economica Esclusiva nelle acque territoriali intorno all’isola. Similmente, anche il tema della gestione delle politiche migratorie ha rappresentato per gli islandesi un altro motivo per scegliere di non cedere la propria sovranità e di condividere competenze con Bruxelles.
Embed from Getty ImagesFig. 2 – Il settore ittico è fondamentale per l’economia islandese
3. LA SITUAZIONE DELL’ALLARGAMENTO UE
Dal punto di vista dell’allargamento UE, il referendum islandese rappresenta un’inversione di tendenza. Attualmente sono sei gli Stati in fase di negoziazione con la Commissione Europea per una futura adesione e non è da escludere che negli anni a venire possano aggiungersene altri, anche collocati geograficamente agli estremi del continente europeo (Armenia, Georgia) o a riconoscimento parziale (Kosovo). I recenti sviluppi geopolitici derivanti dall’invasione russa dell’Ucraina, dal peggioramento dei rapporti transatlantici tra UE e USA e dalla crescente presenza della Cina sul continente e nell’economia europea hanno portato diversi Stati, soprattutto balcanici (Montenegro, Macedonia del Nord, Albania, Serbia), ma anche la Moldavia e la stessa Ucraina, a desiderare un posto all’interno del blocco UE. Si tratta, numeri e cartina alla mano, di Stati con parametri economici e posizione geografica di molto sfavorevoli rispetto all’Islanda, giustificando almeno parzialmente la divergenza di scenario rispettivamente tra Reykjavík e le altre capitali nei confronti dell’UE.
Giorgio Fioravanti
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