In 3 Sorsi – Tra repressione del dissenso, ascesa di un’opposizione generazionale e centralitĂ nella sicurezza regionale, l’Uganda di Museveni mostra il paradosso di una stabilitĂ fondata sulla compressione dello spazio civico, mentre la sfida di Bobi Wine mette in discussione l’equilibrio del regime.
1. REPRESSIONE POLITICA E SPAZIO CIVICO SOTTO ASSEDIO
Nelle ultime settimane, l’Uganda è tornata al centro dell’attenzione internazionale per una nuova ondata di arresti, violenze e intimidazioni contro attivisti e oppositori politici che hanno preceduto e seguito le elezioni generali del 15 gennaio, vinte dal Presidente Yoweri Museveni con il 72%. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, oltre 1.500 persone sarebbero state fermate in un contesto di proteste e mobilitazioni legate all’attivitĂ del National Unity Platform (NUP), il partito guidato da Robert Kyagulanyi, noto come Bobi Wine, che ha ottenuto il 25%. Le AutoritĂ sono accusate di ricorrere a un uso sproporzionato della forza, arresti preventivi e strumenti di sorveglianza digitale per contenere il dissenso, mentre cresce il ricorso a imputazioni per cybercrimine e per reati contro l’ordine pubblico come mezzo di deterrenza politica. Bobi Wine, figura simbolo di un’opposizione giovane, urbana e post-etnica, continua a rappresentare una sfida strutturale al sistema di potere costruito dal Presidente Yoweri Museveni in quasi quattro decenni di governo. La repressione non appare episodica, ma inserita in una strategia di controllo capillare dello spazio civico, che mira a prevenire qualsiasi forma di mobilitazione potenzialmente destabilizzante in vista delle prossime scadenze politiche. In questo quadro, le elezioni restano un meccanismo di legittimazione piĂą che di competizione reale, mentre il dissenso viene sistematicamente depoliticizzato e trattato come problema di sicurezza.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – Bobi Wine, sfidante di Museveni nelle ultime due elezioni
2. BOBI WINE E LA MINACCIA DI UN’OPPOSIZIONE GENERAZIONALE
Il peso politico di Bobi Wine va oltre la sua capacità elettorale immediata. La sua leadership intercetta un malcontento diffuso legato a disoccupazione giovanile, aumento del costo della vita e percezione di una stagnazione politica, elementi che mettono in discussione il patto implicito tra il sistema di Museveni e la società . Proprio questa dimensione generazionale e trasversale rende il NUP particolarmente temuto dal Presidente rispetto ad altre opposizioni tradizionali, che risultano maggiormente integrabili e frammentabili. La risposta del Governo ugandese, tuttavia, non si limita alla repressione fisica. L’uso della giustizia come strumento politico, attraverso arresti selettivi, processi prolungati e restrizioni amministrative, segnala una crescente strumentalizzazione dell’apparato giudiziario come metodo di gestione del dissenso. Parallelamente, il controllo dell’informazione online e la criminalizzazione dell’attivismo digitale riflettono l’adattamento del regime alle nuove forme di mobilitazione, difficilmente contenibili con i soli strumenti coercitivi tradizionali. Questo irrigidimento rischia di accentuare la frattura tra Stato e società , alimentando una spirale di sfiducia che potrebbe tradursi in instabilità latente. Tuttavia, sul piano interno, Museveni continua a privilegiare la sicurezza del regime rispetto a un’apertura politica che potrebbe minarne la sopravvivenza.
Embed from Getty ImagesFig. 2 – Sostenitore del NUP manifesta contro le numerose sparizioni e gli arresti degli oppositori del Governo
3. L’UGANDA COME ATTORE DI SICUREZZA REGIONALE
La repressione interna va letta anche alla luce della postura geopolitica dell’Uganda. Sotto la guida di Museveni, Kampala si è affermata come uno dei principali fornitori di sicurezza dell’Africa orientale, con un ruolo centrale nelle missioni militari in Somalia, nel contenimento delle crisi in Sud Sudan e nelle dinamiche lungo i confini con la Repubblica Democratica del Congo. Questa proiezione regionale ha garantito al regime un significativo capitale politico presso i partner internazionali, in particolare Stati Uniti e alleati occidentali. In tale contesto, la stabilitĂ dell’Uganda è spesso percepita come un bene strategico, anche a costo di tollerare derive autoritarie sul piano interno. Museveni ha saputo presentarsi come attore indispensabile in una regione segnata da conflitti e fragilitĂ istituzionali, rafforzando l’idea che un cambiamento politico interno potesse generare effetti destabilizzanti a catena in tutta l’area. La gestione securitaria del dissenso diventa così parte integrante di una narrazione di stabilitĂ , funzionale sia al mantenimento del potere sia alla legittimazione internazionale del regime. Il caso ugandese evidenzia un trend sempre piĂą evidente nell’Africa orientale: la stabilitĂ regionale è spesso garantita da sistemi politici altamente repressivi, la cui resilienza si fonda sulla compressione delle libertĂ civili. FinchĂ© Museveni continuerĂ a essere considerato un perno della sicurezza regionale, le violazioni dei diritti umani rischiano di rimanere una variabile secondaria nelle relazioni con i partner esterni. Tuttavia, l’esclusione sistematica di ampi segmenti della popolazione, in particolare dei giovani, solleva interrogativi sulla sostenibilitĂ di questo modello nel medio periodo. Bobi Wine non rappresenta solo un’opposizione politica, ma una sfida narrativa a un ordine fondato sulla continuitĂ del potere e sulla militarizzazione della stabilitĂ . Se ignorate, queste tensioni potrebbero trasformarsi in fattori di instabilitĂ ben piĂą difficili da gestire, mettendo in discussione proprio quel ruolo regionale che oggi protegge il regime ugandese.
Daniele Atzori
“President Yuweri Museveni of Uganda, speaking at the London Summit on Family Planning” by DFID – UK Department for International Development is licensed under CC BY-SA


