Analisi – Seconda parte del reportage di Christian Eccher. A Zaporizhzhia si vive, si lavora e si resiste, ma gli attacchi russi alla città sono continui. Siamo a 15 chilometri dal fronte, visitiamo il centro di smistamento dei profughi e il Politecnico.
Qui la prima parte dell’articolo.
LA GUERRA IN CITTÀ
La via Sabornaya a Zaporizhzhia è molto lunga e si sviluppa lungo il fiume Dnipro. Il livello del fiume è molto basso. Dopo il crollo della diga di Kakhovka bombardata dall’esercito russo nel 2023, non è più possibile regolare il livello del corso d’acqua che, da allora, scorre più rapidamente verso il mare. I russi hanno anche bombardato la centrale elettrica di Zaporizhzhia (da non confondere con quella nucleare, situata a pochi chilometri dalla città e ora in mano ai russi), che si trova praticamente in centro, e la città deve importare l’elettricità dalle regioni limitrofe. Quando è disponibile: spesso Zaporizhzhia rimane senza luce e riscaldamento. Come a Odessa, i locali pubblici e i negozi utilizzano i generatori. Il ronzio dei generatori e quello dei droni rimarranno nella mia mente come la colonna sonora di questa guerra.À
La sera, gran parte della città rimane al buio. Il boulevard che scende al fiume dal centro della città è completamente deserto. Zaporizhzhia è molto viva e attiva di giorno, ma dalle 9 in poi, a causa dell’oscurità e dei bombardamenti russi, si spopola quasi completamente. Da lontano arrivano fin qui i rimbombi dei combattimenti al fronte. L’unica isola di luce è il ristorante italiano “It Caffè”, in cui ogni sera trovo ricetto. Quando non c’è l’elettricità, la cucina offre solo cibi freddi perché il generatore del ristorante riesce appena ad accendere le lampadine. Non ci sono molti clienti. I camerieri Asia e Pasha sono molto gentili e si stupiscono di vedere uno straniero da queste parti. Parlare con loro mi fa dimenticare che fuori c’è una guerra, che però a volte si impone ugualmente con scoppi così forti da penetrare fin dentro al ristorante. Sono i colpi della contraerea che, come ogni notte, abbattono decine di droni e missili. Qualcuno di loro, però, riesce sempre a bucare le difese e ogni mattina, a Zaporizhzhia, c’è la triste e macabra conta dei morti.

Fig. 1 – Il municipio di Zaporizhzhia | Foto: Christian Eccher
IL CENTRO DI SMISTAMENTO DEI PROFUGHI
All’alba, dopo una notte relativamente tranquilla, scandita però dal suono continuo delle sirene antiaeree, vado al Centro di smistamento dei profughi situato alla periferia sud della città. Il centro si trova lungo una strada che digrada verso una piccola valle. Al termine della strada, ci sono dei garage e poi comincia la campagna. I russi sono a meno di 15 chilometri da qui: i rimbombi delle esplosioni sono continui ed echeggiano fra i palazzi di epoca sovietica. Molti edifici hanno i vetri delle finestre rotti: in questa zona della città, gli attacchi con piccoli droni esplosivi sono continui. Al Centro mi accoglie Natasha, una volontaria giovane e gentile che mi parla della funzione del Centro stesso: “Il centro è gestito dall’UNHCR e dalla città di Zaporizhzhia. Questo è un centro di primo soccorso: i nostri volontari, ogni mattina, vanno con un furgone a prendere coloro che vivono sulla linea del fronte e che non possono andarsene da soli, in particolare bambini e persone anziane. I profughi vengono accolti qui, dove ricevono pasti caldo, un letto e tutto ciò che è necessario”. Il Centro non è un luogo di residenza permanente e ai profughi vengono offerte diverse opzioni: “Chi non vuole restare a Zaporizhzhia, può scegliere di trasferirsi nell’ovest dell’Ucraina. A Leopoli abbiamo ostelli e personale che aiuta anche le donne con i bambini a trasferirsi all’estero. A chi invece preferisca rimanere in città, offriamo appartamenti gratuiti (è necessario pagare solo le spese) e aiuti per l’integrazione: in parole povere, troviamo lavoro a chi ne abbia bisogno”. Alla domanda su quanto tempo di media i profughi rimangano, Natasha risponde: “Dipende dai singoli casi. Qualcuno pochi giorni, altri mesi. Considerate che spesso le persone arrivano senza documenti, perché hanno dovuto lasciare la casa da un momento all’altro o perché i documenti sono rimasti sotto le macerie dopo un bombardamento. In quel caso, non se ne possono andare finché, con l’aiuto dei nostri volontari, non ottengono nuovi passaporti e carte d’identità. Raramente i profughi rimangono per più di 10 settimane”.
Anche Marina lavora al centro ed è stata a sua volta profuga. Mi si avvicina, mi saluta e spontaneamente racconta la propria storia: “Vengo da una zona della provincia di Zaporizhzhia ora sotto occupazione russa. A febbraio 2023 sono arrivati i russi. Mio marito e io abbiamo resistito fino ad aprile. Gi orchi sono arrivato all’improvviso, mio marito era ancora al lavoro quando sono entrati in casa senza chiedere il permesso. Io ero sola con mia figlia e mio figlio. I soldati di Putin hanno controllato ogni stanza, aperto ogni cassetto, rovistato la cantina e la soffitta. A mio figlio hanno fatto una marea di storie perché portava una bandana sulla testa. Hanno pensato fosse un soldato ucraino. Per ore lo hanno interrogato. Hanno aspettato che tornasse mio marito e hanno interrogato anche lui”. Marina continua il proprio racconto con passione, mentre un furgone parcheggia davanti al centro: arrivano altri profughi. “La mia paura più grande era che arruolassero mio marito e mio figlio nell’esercito russo. Questo sarebbe anche successo se non avessimo deciso di andarcene, ad aprile”. Alla domanda su come sia stato vivere sotto occupazione, Marina risponde: “Terribile. I russi controllano tutto e tutti, una vera e propria tirannia. Mio marito andava al lavoro e tornava, e ogni volta lo fermavano lungo il percorso. Io praticamente non uscivo di casa. Quando chiamo al telefono i vicini di casa che sono rimasti e con cui siamo ancora in contatto, parliamo solo del tempo e alla domanda “come va”? rispondono sempre: “Qui tutto bene”. Segno che non devo chiedere altro… È quello che facevamo anche noi quando eravamo lì, dire che va tutto bene. E non andava bene proprio niente.” Marina fa una pausa, il suo sguardo si fa serio e, prima di continuare, sospira profondamente. Poi continua il racconto: “Una mattina di aprile, era domenica, non ce l’abbiamo fatta più. Ci siamo alzati e, senza pensare, abbiamo riempito un paio di valige con gli indumenti necessari, siamo saliti tutti e 4 in macchina e siamo andati verso il corridoio ancora aperto per i civili e l’ultimo posto di blocco prima delle postazioni ucraine. Ai soldati russi che ci hanno fermato abbiamo semplicemente detto: “Ce ne andiamo”, e ci han fatto passare. Pochi chilometri nel nulla, in un paesaggio lunare fatto di case distrutte e buchi nel terreno, ed eravamo dai nostri, dagli ucraini”. Chiedo a Marina se sappia cosa sia accaduto alla casa rimasta vuota e come si senta qui a Zaporizhzhia: “La casa, nel 2024, è stata occupata dai russi. Me l’hanno detto i vicini. Un giorno i soldati hanno forzato la porta e una famiglia si è insediata a casa nostra. Fa una certa impressione pensare che qualcuno dorma nei nostri letti, usi le nostre pentole, guardi il nostro televisore. Sotto occupazione, però, non vogliamo vivere: qui a Zaporizhzhia ci bombardano costantemente, ma siamo fra i nostri, attorno a noi ci sono i nostri soldati, c’è la nostra gente, non degli orchi senz’anima. Anche mia figlia, che fa la logopedista, dopo aver lavorato un anno in Polonia è tornata qui, a Zaporizhzhia, dove ha studiato. Casa è casa!”.

Fig. 2 – Volontari al lavoro nel Centro di smistamento dei profughi | Foto: Christian Eccher
IL POLITECNICO
Dello stesso parere è anche Ruslan, preside della Scuola Superiore Elettrotecnica di Zaporizhzhia: “Io non vado da nessuna parte. Se la situazione dovesse diventare seria, manderei la mia famiglia nell’Ucraina centrale, da alcuni parenti. Io rimarrei a Zaporizhzhia fino all’ultimo”. Con lui vado a visitare il Politecnico, la gloriosa e famosa Università di Zaporizhzhia, che lavora nonostante le condizioni difficili. Incontro il rettore dell’Università Viktor Greshta che mi accoglie nel suo studio. Le lezioni si svolgono regolarmente, a settimane alterne online e dal vivo. Nelle aule o nei rifugi. L’Ucraina non può rinunciare alla cultura e al sapere: bisogna formare i quadri futuri, la guerra finirà e sono necessari cittadini colti ed esperti, in ogni campo e in ogni settore.

Fig. 3 – Una strada nel quartiere di Ivanova. Notare il palazzo di fronte, che mostra i segni dei frequenti bombardamenti russi / Foto: Christian Eccher
I FIORI E IL SOLDATO
Nel pomeriggio vado nel quartiere periferico di Ivanova, uno dei più colpiti dai bombardamenti russi.
Un largo boulevard e, dal boulevard, partono perpendicolarmente strade lungo le quali svettano palazzi alti e case unifamiliari. Non c’è un edificio che abbia tutte le finestre intatte. Alcune case sono completamente distrutte, sono rimaste solo le fondamenta. La centrale elettrica del quartiere è stata colpita da droni alcuni giorni fa ed è solo un ammasso di ferraglia e materiale bruciato. Un soldato in divisa sta in piedi davanti al portone di un palazzo con le finestre coperte da assi di compensato. Non ha più di 20 anni. Tiene una mano dietro alla schiena a nascondere il bouquet di fiori che ha comprato dal fioraio all’angolo. Sta interminabili minuti lì, fermo, nonostante il freddo pungente. Intorno ghiaccio, che un sole pallido e stanco non riesce a sciogliere. All’improvviso, una ragazzina minuta dai capelli neri raccolti sulla nuca corre fuori dal portone. Indossa solo una maglietta rosa e i pantaloni di una tuta, abbraccia il ragazzo, lo bacia, il soldato le dà i fiori, lei li accetta, dà un altro bacio all’uomo e corre via, in pochi secondo il portone si richiude e il soldato, con un malcelato sorriso di soddisfazione, si avvia verso il boulevard con passi svelti e sicuri, ma un po’ goffi, con il busto che ondeggia di qua e di là come una nave nel mare in tempesta, forse per via del ghiaccio, forse per via di una forma di scoliosi o da chissà quale altro problema fisiatrico. In pochi secondi raggiunge il boulevard e anche lui scompare alla vista. Nella strada di periferia di Ivanova rimango solo io. All’improvviso, le sirene antiaeree cominciano a suonare e mi avvio anch’io verso il boulevard.
Christian Eccher
Foto di copertina: Christian Eccher


