Caffè lungo – Dopo il successo elettorale, il Governo di Tarique Rahman deve confrontarsi con sfide interne e l’articolato panorama geopolitico regionale.
UN DUPLICE VOTO
Il 12 febbraio si sono tenute in Bangladesh le prime elezioni democratiche dopo la fine del regime di Sheikh Hasina e il suo esilio in India nell’agosto 2024. Il voto ha attribuito la vittoria al Bangladesh Nationalist Party (BNP), che ha superato la soglia dei due terzi dei seggi in Parlamento, ottenendone 209 su 300, e il cui leader Tarique Rahman è stato nominato premier. All’opposizione sono andati 77 seggi, inclusi 68 al Jamaat-e-Islami (JI) e 6 al National Citizen Party (NCP).
Sebbene il BNP sia un partito tradizionale, dinastico e regolato da dinamiche obsolete, verso il quale in passato non sono mancate accuse di corruzione e abuso di potere, è apparso un’opzione preferibile al JI, potendo contare su una lunga esperienza di Governo e un’organizzazione ben strutturata. Il BNP si è fatto portatore di una visione moderata e unificante, opposta alle posizioni controverse e divisive del JI su temi come il ruolo delle donne e la guerra di indipendenza. Deluse le aspettative del NCP, considerato un partito formato da giovani inesperti e non adeguatamente coordinato. Criticata la scelta di coalizzarsi con il JI, vissuta come un tradimento dei valori originari.
Contestualmente al voto per il rinnovo del Parlamento, si è svolto un referendum sulla “July Charter” elaborata dalla National Consensus Commission, istituita dal Governo ad interim di Muhammad Yunus e firmata da 25 partiti politici. Questo organismo prevede riforme per modificare la Costituzione e l’intero impianto legislativo del Paese, tra cui la creazione di una seconda Camera, un nuovo processo di nomina per organi come la Commissione elettorale, il rinvigorimento dei controlli istituzionali per scongiurare lo stradominio della maggioranza, dei limiti più stringenti agli emendamenti unilaterali, l’introduzione di un sistema elettorale proporzionale e un’estensione dei diritti fondamentali.
Fig. 1 – Tarique Rahman, leader del BNP, festeggia la vittoria elettorale, 14 febbraio 2026
SCENARI DI POLITICA INTERNA
Col 70% dei votanti a favore dell’implementazione della July Charter, il nuovo Governo dovrà agire di conseguenza. Ciò, tuttavia, potrebbe ostacolare il BNP, mostratosi scettico circa l’inserimento della Carta nella Costituzione, oltre che su riforme come la seconda Camera e il sistema proporzionale, che potrebbero avere effetti negativi sulle maggioranze in Parlamento. Se il Governo non adottasse talune misure, potrebbe esserci una reazione avversa degli elettori, i quali si aspettano una implementazione completa della Carta.
Un altro problema è il rapporto con l’opposizione. Pur accettando la sconfitta, nello spoglio il JI aveva lamentato “seri problemi di integrità dei risultati elettorali”, dicendosi “insoddisfatto” della conta dei voti. Ciò implica il possibile ritorno a una politica conflittuale anziché a una convivenza pacifica e costruttiva. Non va dimenticata la repressione contro l’Awami League, esclusa dal voto, che rischia di riproporre gli stessi meccanismi del regime di Hasina. Inoltre, si sono moltiplicati gli attacchi alle minoranze religiose, specialmente quella indù. Tutto questo mette a repentaglio i propositi di apertura e inclusività vantati da Tarique Rahman.
Pesano, infine, i timori relativi agli indicatori economici. Nel 2025, il PIL del Bangladesh è cresciuto del 4%, valore ben inferiore a quelli tra il 6% e l’8% registrati sotto Hasina. L’inflazione si è attestata al 10%, il valore più alto degli ultimi 15 anni, mentre la disoccupazione giovanile ha toccato il 13%, oltre il doppio del tasso di disoccupazione nazionale. Il BNP ha reso noto che il Governo interverrà per stimolare la crescita, ridurre i prezzi e creare nuovi posti di lavoro.
Fig. 2 – Manifestazione di sostenitori del partito Jamaat-e-Islami (JI) a Dacca, 16 febbraio 2026
SCENARI DI POLITICA ESTERA
Oltre che al fronte interno il Governo dovrà rivolgere lo sguardo anche al panorama regionale, in cui il Bangladesh dovrà tenersi in equilibrio tra Cina, Pakistan e India. Sulle relazioni con quest’ultima peserà la vicenda di Sheikh Hasina, dato il rifiuto delle Autorità di Nuova Delhi di estradarla dopo la condanna a morte. In Bangladesh cresce un sentimento anti-indiano, come mostrato dall’assalto a due giornali ritenuti filo-indiani a dicembre. Rahman auspica relazioni pragmatiche e senza interferenze, ma al contempo pacifiche e proficue, poiché l’India resta un partner irrinunciabile.
Islamabad potrebbe beneficiare dalla fuoriuscita di Dacca dalla sfera di influenza indiana, rafforzando le relazioni. Già sotto l’Amministrazione di Yunus si è assistito a un riavvicinamento tra Pakistan e Bangladesh, con frequenti scambi di visite tra ufficiali civili e militari. Il Governo del BNP potrebbe consolidare ulteriormente tale tendenza, avviando iniziative non limitate alla dimensione politica ed economica, ma che prevedano una cooperazione securitaria più approfondita.
Il Governo Hasina aveva costruito con Pechino fruttuosi legami economici, suggellati dall’adesione alla Belt and Road Initiative (BRI), che aveva generato ingenti investimenti cinesi nelle infrastrutture. Per preservare l’autonomia strategica e non alienarsi la simpatia degli Stati Uniti, il nuovo Governo potrebbe continuare a tenere i rapporti con la Cina focalizzati più su temi economici che su questioni inerenti all’ambito della difesa. Soltanto tramite una delicata opera di bilanciamento, il Bangladesh potrà godere della sicurezza all’esterno funzionale alla stabilità interna.
Simone Frusciante
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