In 3 Sorsi – Le recenti elezioni locali nel Regno Unito hanno prodotto un verdetto chiaro: il Paese ha superato il bipartitismo e le politiche di Conservatori e Laburisti non sono più gradite. Instabilità economica, incertezza commerciale e immigrazione non controllata hanno portato gli elettori a dar fiducia a movimenti più radicali, come i nazionalisti anti-UE di Reform UK e gli “eco-populisti” del Partito Verde.
1. ‘IL BIPARTITISMO È MORTO E SEPOLTO’
Lo scorso giovedì 7 maggio si sono tenute le elezioni locali nel Regno Unito per il rinnovo di migliaia di consigli comunali e di circoscrizione, contemporaneamente alle elezioni parlamentari in Scozia e Galles. Quest’ultime, due delle quattro entità costitutive del Regno Unito, possiedono infatti dei propri Parlamenti “nazionali” a seguito delle leggi sulla devolution del 1999. I risultati delle elezioni hanno rispettato le previsioni dei sondaggi, certificando la disfatta elettorale dei Laburisti, l’ascesa dei nazional-populisti pro-Brexit di Reform UK, il calo contenuto dei Conservatori e la crescita consistente dei Verdi e dei Liberal Democratici. Lo scenario politico del Regno Unito, seguendo un processo iniziato già da qualche anno, appare oggi profondamente mutato. Il tradizionale bipartitismo rosso-blu di Laburisti e Conservatori è stato rimpiazzato da un’inedita situazione di multipartitismo, in cui cinque partiti, estremamente eterogenei e identitari, lottano per entrare – o per non uscire – dalla scena politica del Paese. Il principale vincitore, il leader di Reform UK Nigel Farage (passato da 2 a 1453 consiglieri locali), non di certo un volto nuovo della politica britannica, ha saputo raccogliere quanto seminato negli scorsi anni anche con i suoi precedenti movimenti (Brexit Party e UKIP), insistendo sulle sue posizioni anti-europee, anti-immigrazione e anti-establishment. Come accaduto anche altrove in Europa, i nazionalisti sono riusciti in parte a riempire il vuoto lasciato nelle comunità operaie e rurali dai partiti social-democratici e progressisti. Nel Regno Unito, questo spazio è stato in parte occupato anche dai Verdi guidati dall’”eco-populista” Zack Polansky e dai centristi Lib-Dems dell’ex candidato premier Ed Davey, che hanno rispettivamente conquistato circa 450 e 150 seggi a livello locale. Il crollo dei partiti tradizionali si registra anche alle elezioni parlamentari in Scozia e Galles, due delle quattro nazioni costitutive del Regno Unito, dove si sono affermati gli indipendentisti come primo partito. Non una novità per la Scozia, dove l’SNP (primo partito ma in calo del 9%) tenta da anni di convocare un altro referendum sull’indipendenza dal Regno Unito (dopo quello fallito del 2014). In Galles, invece, per la prima volta in un secolo, i Laburisti hanno perso la leadership in favore di Plaid Cymru, partito indipendentista social-democratico che potrebbe ora formare un Governo di coalizione in grado di cambiare potenzialmente il rapporto di Cardiff con Londra.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – Nigel Farage: il suo partito Reform UK è quello che ha ottenuto il maggior numero di seggi
2. IL PRIMO MINISTRO STARMER NON SI DIMETTE E I LABOUR SI SPACCANO
Nonostante la disfatta elettorale, con i Laburisti che hanno perso più della metà dei seggi (circa 1.500) a livello locale, il Primo Ministro Keir Starmer ha dichiarato di non volersi dimettere, poiché la sua agenda politica è ancora piena di obiettivi da realizzare. Tale decisione ha acuito ulteriormente le divisioni interne al Partito Laburista, sempre più spaccato tra i difensori di Starmer e gli esponenti che chiedono un cambio di leadership. Tuttavia, non è da escludere che nel medio-lungo periodo la crescente impopolarità e gli errori politici, uniti alla perdita di rilevanza a livello internazionale, possano portare a una caduta – a seguito di spinte interne o esterne – dello stesso Starmer. Il Partito Laburista, capace di tornare al potere nel 2024 dopo 14 anni di Governi conservatori, dovrà ora dimostrare la volontà di ricompattarsi sotto la leadership sempre meno salda di Starmer, per evitare di soccombere alle elezioni previste per il 2029, dove il tradizionale bipartitismo britannico sarà ormai solo un vecchio ricordo.
Embed from Getty ImagesFig. 2 – Il premier laburista Keir Starmer appare sempre più in difficoltà
3. LA FINE DEL ‘BREXIT RESET’?
Una delle prime politiche adottate da Starmer dopo la sua elezione nel 2024 fu il cosiddetto “Brexit reset”, una serie di misure di politica estera e interna volte a contrastare gli effetti della Brexit e riavvicinare il Regno Unito all’Unione Europea. A poco meno di dieci anni dalla celebrazione del referendum sulla Brexit, è stato reso noto che il Governo Starmer sta lavorando su una legge, provvisoriamente chiamata UK-EU Reset Bill, con l’obiettivo di riavvicinarsi al blocco europeo attraverso l’armonizzazione di standard e criteri nei settori energetico, alimentare, ambientale e della libera circolazione. L’annuncio di tale provvedimento ha scatenato reazioni contrastanti in tutto il Regno Unito, dove si stima che circa il 60% della popolazione sia oggi favorevole a un ritorno nell’UE (al referendum del 2016 il “leave” aveva vinto con uno scarto del 3.8%, 51,9% contro 48.1%). I risultati delle elezioni locali e la perdita di consenso dei Laburisti, con la parallela ascesa degli anti-UE di Reform UK, complicano notevolmente la missione di riavvicinamento all’UE dell’esecutivo Starmer. L’attuale Primo Ministro, ammesso che riesca a mantenere il proprio ruolo e a ricompattare il proprio partito, si troverà di fronte un’impresa estremamente ardua, per di più in un Paese sempre più eterogeneo e ormai orfano del tradizionale bipartitismo.
Giorgio Fioravanti
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