Perù al voto: 34 candidati alla presidenza e un elettorato disilluso

In 3 sorsi Nonostante una crescita economica costante e un’inflazione contenuta, il Perù resta uno dei sistemi politici più instabili dell’America Latina: 10 Presidenti in 8 anni e la repressione delle proteste di piazza alimentano la sfiducia verso la democrazia e le urne.

1. IL PARADOSSO PERUVIANO

Dotato di enormi risorse naturali (minerali, oro, argento, zinco, legno, piombo), il Perù rappresenta un caso unico nel Sud America. La profonda crisi parlamentare e costituzionale non sembrano aver intaccato la crescita economica che si attesta intorno al 3% annuo del PIL con l’inflazione che rimane sotto i due punti percentuali e una moneta che conserva lo stesso rapporto di cambio con il dollaro da 25 anni. Il neoliberismo radicale introdotto negli anni Novanta dal Presidente Alberto Fujimori – il cosiddetto Fujishock, ossia l’insieme di politiche di stabilizzazione e di aggiustamento strutturale negoziate con il Fondo Monetario Internazionale – produsse una profonda frattura all’interno della società peruviana: da un lato una massa di cittadini ormai priva del supporto statale, dall’altro un ceto medio-alto e alto fortemente legato agli assetti politici ed economici. Interessi contrapposti alimentano una condizione di instabilità permanente: le masse – soprattutto i più giovani – si ribellano, come avvenuto nel 2023 contro Dina Boluarte, chiedendo democrazia e subendo violente repressioni. Le Istituzioni, dopo legge del 2016, possono invece nominare e destituire i Presidenti con grande facilità, senza interpellare i cittadini. A ciò si aggiungono corruzione endemica e criminalità dilagante: si registra una ondata di criminalità comune legata all’estorsione di piccoli commercianti (2.600 costretti a chiudere solo nel 2025), con gli incassi che alimentano organizzazioni collegate a narcotraffico e a estrazioni illegali di risorse naturali. Polizia corrotta, assenza di investimenti pubblici in sicurezza e mancanza di leadership alimentano disillusione e disinteresse nei confronti dei processi politico-istituzionali.

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Fig. 1- Bandiera del Perù

2. IL CHINAGATE È UN CASO ISOLATO?

In questo clima, dal 2016, il Parlamento andino ha acquisito ampissimi poteri, potendo facilmente, in presenza della maggioranza qualificata (78 favorevoli), votare impeachment o mozioni di sfiducia per incapacità morale del Presidente. La legge, fortemente voluta da Fuerza Popular di Keiko Fujimori, ha nei fatti trasformato la Repubblica presidenziale in parlamentare, con la conseguenza che chi possiede la maggioranza assembleare può decidere senza governare, eliminando gli oppositori. Questo è ciò che è accaduto lo scorso 17 febbraio: José Jerì è stato sfiduciato dopo soli 130 giorni alla presidenza per aver partecipato a incontri non ufficiali con un investitore cinese. Un destino toccato a molti prima di lui. Attualmente José María Balcazar, Presidente ad interim, è incaricato di assicurare il corretto svolgimento delle elezioni democratiche previste per il prossimo 12 aprile, nonostante in passato accusato di corruzione, rimosso dall’ordine degli avvocati e autore di dubbie dichiarazioni sul sesso minorile.

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Fig. 2 – L’ex Presidente José Jerì

3. QUALI PROSPETTIVE?

A preoccupare è la proliferazione di partiti caratterizzati da identità fluide e alleanze mobili, mentre la profonda sfiducia nei confronti dell’establishment ostacola l’emergere di un consenso solido. Dei 34 candidati in corsa (un record rispetto ai 18 del 2021), l’ex Sindaco di Lima e leader ultraconservatore Rafael López Aliaga è in testa nei sondaggi. In caso di vittoria, i timori di una svolta autoritaria per il linguaggio violento contro oppositori e giornalisti, e le minacce di ritirare il Perù dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani – e la conseguente riemersione delle tensioni sociali non sarebbero immotivati. Tuttavia, la cittadinanza mostra riluttanza verso tutti i candidati, con una quota significativa di elettori indecisi o propensi al voto in bianco. In attesa del probabile ballottaggio previsto a luglio, il Perù sembra destinato a restare un banco di prova su come la qualità istituzionale possa essere difesa o erosa dall’interno.

Maria Alda Mileo

128 Peru Flag over Cathedral Cusco Peru 2791” by bobistraveling is licensed under CC BY

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Perchè è importante

  • Il Perù vive un paradosso: a fronte di una crescita economica stabile e bassa inflazione, il Paese è segnato da forte instabilità politica, corruzione diffusa e sfiducia popolare nelle Istituzioni.
  • In vista delle elezioni del 12 aprile con 34 candidati, la frammentazione politica e il rischio di derive autoritarie rendono incerto il futuro democratico.

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Maria Alda Mileo
Maria Alda Mileo

Laureata in Comunicazione Internazionale presso l’Università per Stranieri di Perugia e in Relazioni Internazionali e Diplomazia all’Università degli Studi di Padova, appassionata di giornalismo, politica internazionale e diritti umani, è autrice di articoli accademici su migrazioni, controllo delle frontiere e politiche di accoglienza, pubblicati su Iconocrazia e Il Bo Live – Università di Padova. Scrive per il Desk America Latina de Il Caffè Geopolitico, occupandosi di dinamiche politiche e sociali della regione.

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