Difesa europea, un’autonomia incompleta: il problema del software

Caffè lungo – Droni, sistemi autonomi, cloud e intelligenza artificiale sono componenti fondamentali della capacità militare. In Europa, però, una parte rilevante di queste tecnologie dipende da fornitori extraeuropei, mostrando soprattutto quanto sia complicato separare la sovranità militare dal controllo del software.

DALL’HARDWARE AL SOFTWARE

La questione della dipendenza militare europea dagli USA non è un fenomeno nuovo, sebbene la progressiva digitalizzazione delle Forze Armate ne stia modificando la fisionomia. Tra il 2021 e il 2025 il 58% delle importazioni di armamenti dei membri europei della NATO veniva dagli Stati Uniti, con una quota particolarmente pesante per gli aerei da combattimento e i sistemi di difesa aerea a lungo raggio. Oltre a questa dipendenza industriale ce n’è però anche una meno visibile, connessa alle infrastrutture digitali. Un rapporto del Parlamento Europeo sulla sovranità tecnologica mostra infatti come l’Unione dipenda da Paesi extraeuropei per oltre l’80% dei prodotti, servizi, infrastrutture e proprietà intellettuale digitali. Non va poi dimenticato come Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud detengano, nel complesso, circa il 70% del mercato cloud europeo, laddove i principali operatori europei mantengono una posizione nettamente minoritaria. Un’altra analisi dell’Europarlamento evidenzia il predominio delle imprese statunitensi nei principali livelli dell’ecosistema software europeo, una vulnerabilità economica e geopolitica non trascurabile. La questione assume una rilevanza specifica nei sistemi uncrewed: un drone militare attuale non è solamente un velivolo dotato di sensori e munizioni, perché la sua efficacia è legata al software di missione, agli algoritmi per il riconoscimento degli obiettivi, ai sistemi di navigazione e all’elaborazione rapida di grandi moli di dati. Nei sistemi più avanzati, l’intelligenza artificiale permette di coordinare più piattaforme allo stesso tempo e di mantenere alcune capacità operative anche laddove le comunicazioni o il segnale GPS vengano disturbati. La vulnerabilità si origina, dunque, dalla possibilità che il controllo della piattaforma fisica non corrisponda a quello della sua architettura digitale. Dipendere da un fornitore esterno per aggiornamenti, servizi cloud, componenti elettroniche o algoritmi proprietari può limitare la capacità di apportare rapidamente modifiche a un sistema, integrarlo con altre piattaforme o assicurarne il funzionamento nel lungo periodo.
Il caso dei caccia F-35 è emblematico: la loro efficacia dipende dai Mission Data Files, le librerie che permettono ai sensori di riconoscere le minacce, aggiornate esclusivamente negli Stati Uniti e non modificabili in autonomia dai Paesi partner. Una dinamica simile riguarda il Maven Smart System di Palantir, adottato dalla NATO dal 2025 come piattaforma di fusione dei dati di intelligence: il suo strato di intelligenza artificiale, inizialmente affidato ai modelli di Anthropic, è stato dichiarato dal Pentagono un “rischio della catena di approvvigionamento” nel febbraio 2026, a dimostrazione di come la dipendenza da un singolo fornitore software esponga un alleato anche a decisioni politiche unilaterali del Paese fornitore.
È dunque evidente come la sovranità militare non dipenda più soltanto dalla capacità di produrre un’arma, ma soprattutto dalla possibilità di comprendere, modificare e mantenere in maniera autonoma il codice che ne determina il comportamento.

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Fig. 1 – Una zona vietata al sorvolo di droni, al confine tra Lettonia e Bielorussia

GERMANIA E FINLANDIA: CAPACITÀ SOVRANE

Alcuni Paesi europei stanno cercando di far fronte a questa vulnerabilità modificando il software, trasformandolo da elemento accessorio a componente essenziale della politica industriale della difesa. La Germania, in questo senso, è uno degli esempi più emblematici. Nel febbraio 2026 la Bundeswehr ha individuato nella Software Defined Defence un principio fondamentale per lo sviluppo futuro delle proprie capacità: separare, dove possibile, l’evoluzione del software da quella dell’hardware per permettere aggiornamenti più veloci, aumentare l’adattabilità dei sistemi e diminuire i rischi informatici. Anche nel settore dei droni emerge la medesima impostazione. Nel luglio 2026 la Bundeswehr ha sperimentato lo sviluppo rapido di software per integrare droni commerciali nei propri sistemi di comando e controllo, nella convinzione che sul campo di battaglia sia il livello software, soprattutto, a trasformare una piattaforma relativamente semplice in una capacità militare utilizzabile. Aziende tedesche come Helsing, HENSOLDT, STARK e Quantum Systems sviluppano parallelamente soluzioni per il comando e l’impiego coordinato di sistemi senza equipaggio: nell’aprile 2026 la Bundeswehr ha sperimentato sciami di droni dotati di capacità fondate sull’IA, integrando piattaforme di ricognizione, munizioni circuitanti e software di comando e controllo. La collaborazione tra Helsing e HENSOLDT per il velivolo autonomo CA-1 Europa prevede un’architettura che integra IA, radar, guerra elettronica e fusione dei dati; parimenti, l’accordo tra Helsing e la francese Mistral AI punta all’implementazione di modelli di IA per l’interazione tra operatori umani e piattaforme militari. In Finlandia si assiste a un percorso analogo. Nel maggio 2026, Patria e la società finlandese NestAI hanno annunciato una collaborazione per integrare sistemi di intelligenza artificiale e un sistema operativo adattivo sviluppato in Europa nelle piattaforme aeree senza equipaggio, per ridurre il bisogno di soluzioni esterne nelle funzioni digitali più sensibili. La Finlandia, inoltre, è a capo del progetto europeo AI-WASP, sostenuto da 45 milioni di euro UE per tecnologie IA applicate a comunicazioni, sorveglianza elettronica e piattaforme autonome. Germania e Finlandia mostrano però anche i limiti di una prospettiva totalmente nazionale della sovranità tecnologica. Non c’è alcun Paese europeo che disponga, da solo, dell’intera catena utile a produrre semiconduttori avanzati, capacità cloud, modelli di IA, sensori, sistemi di comunicazione e piattaforme militari su scala comparabile a quella degli USA: il livello realistico di autonomia appare quindi quello europeo, frutto di una collaborazione tra tutti i Paesi membri dell’UE, non di autarchie tecnologiche nazionali.

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Fig. 2 – Un drone (UAV) durante un test di sistemi d’arma senza pilota condotto a Zielonka, vicino Varsavia, il 19 febbraio 2026

GLI SCENARI DA MONITORARE

Una prima variabile di cui tenere conto è la capacità dell’Europa di distinguere tra interdipendenza e dipendenza strategica. La cooperazione con gli Stati Uniti resta fondamentale per la NATO e continuerà ad assicurare capacità che l’Europa, da sola, non potrebbe sostituire in modo rapido. C’è però una differenza importante tra acquistare tecnologie da un alleato e trovarsi strutturalmente impossibilitati a impiegarle, modificarle o rimpiazzarle senza l’azione del fornitore. Proprio il Parlamento Europeo ha evidenziato l’esigenza di passare gradualmente dalla dipendenza dai Paesi extra UE a una autonomia strategica maggiore, senza compromettere, nell’immediato, la disponibilità delle capacità militari necessarie. Una seconda importante variabile sarà quella relativa al controllo dei dati. Nei sistemi militari fondati sull’intelligenza artificiale, i dati servono ad addestrare gli algoritmi, migliorare il riconoscimento degli obiettivi e adattare le capacità alle condizioni operative. Se cloud, software o modelli restano sotto il controllo di società soggette alla legislazione di Paesi terzi, una questione solo apparentemente commerciale acquista una dimensione politica. La vulnerabilità non risiede solo nell’eventualità che un alleato interrompa deliberatamente un servizio, ma nella progressiva riduzione delle alternative disponibili se interessi politici, regole sull’esportazione o priorità strategiche non dovessero più convergere. Terza variabile sarà la capacità dell’industria europea di arrivare a dimensioni sufficienti. La Commissione europea ha inserito droni, sistemi contro-drone, IA, guerra elettronica e cyber tra le capacità prioritarie della Defence Readiness 2030, evidenziando sia la necessità di diminuire le dipendenze, sia di sviluppare alternative europee. Il problema non attiene solo ai finanziamenti: frammentazione dei mercati, standard differenti e lentezza nei processi di acquisizione ostacolano le imprese europee nella ricerca della scala necessaria a competere con quelle statunitensi. In ultimo, si rivela necessario osservare se la ricerca dell’autonomia produrrà sistemi realmente interoperabili. Germania, Finlandia e gli altri Stati europei non possono barattare una dipendenza esterna con una moltiplicazione di ecosistemi nazionali incompatibili tra loro. La sperimentazione NATO nel Baltico mostra quanto droni, sensori e piattaforme autonome siano efficaci soprattutto quando comunicano con sistemi di comando e controllo di forze differenti: nel 2025 la Task Force X-Baltic ha sperimentato 70 droni aerei e marittimi insieme alle unità navali alleate, confermando il ruolo dell’interoperabilità nelle future capacità autonome.

Fabio Di Matteo – Master in Intelligence UNICAL

Photo by Bru-nO is licensed under CC BY-NC-SA

Indice

Perchè è importante

  • Ridurre le dipendenze critiche dagli Stati Uniti non equivale a indebolire il legame transatlantico, ma a renderlo più equilibrato: gli USA restano l’alleato militare principale dei Paesi europei, ma la trasformazione digitale della guerra rende insufficiente misurare l’autonomia strategica solo su carri armati, aerei o munizioni prodotti in Europa.
  • La questione dirimente non è se l’Europa possa diventare tecnologicamente autosufficiente — obiettivo irrealistico in un ambito fondato su catene di approvvigionamento globali, — ma quali capacità non possano restare subordinate a scelte esterne.

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Master UNICAL
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Il Master di II livello in Intelligence dell’Unical, diretto dal prof. Mario Caligiuri, è nato nel 2007 e fornisce una formazione avanzata sulla  disciplina dell’intelligence e dei suoi processi. Gli studenti partecipano alla Redazione del Caffè Geopolitico grazie a un accordo di tirocinio.

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