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lunedì 2 Agosto 2021

L’autonomia strategica europea

In breve

  • Una serie di cambiamenti geopolitici ha portato i Paesi europei a sviluppare il concetto di autonomia strategica.
  • Tuttavia interessi nazionali diversi hanno generato interpretazioni differenti sul grado e sul ruolo preciso del concetto di autonomia strategica.
  • Inoltre una generale riluttanza in forti investimenti militari e nell’uso delle Forze Armate rischiano di indebolire gli sforzi europei.

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Analisi – Il concetto di autonomia strategica europea mira allo sviluppo di capacità militari tali da consentire ai Paesi membri dell’Unione Europea di agire in maniera più indipendente in politica estera. Tuttavia differenze sugli obiettivi e sul grado di autonomia e mancanza di volontà a maggiori investimenti nella Difesa rischiano di diminuirne la portata.

L’ORIGINE DELL’AUTONOMIA STRATEGICA EUROPEA IN TEORIA E IN PRATICA

Sebbene non esista una definizione ufficiale del concetto di autonomia strategica europea, nell’accezione comune viene inteso principalmente come l’abilità dei Paesi dell’Unione Europea di operare militarmente senza essere (troppo) dipendenti da Paesi terzi. Questo concetto è stato poi espanso anche al campo civile, in particolare al ruolo della tecnologia e dell’economia. Tuttavia in questa analisi l’attenzione è limitata al campo della politica estera e di sicurezza. Le sue radici risalgono almeno alla Dichiarazione franco-britannica di Saint Malo del 1998, quando a seguito delle guerre balcaniche e della palese dipendenza militare europea dagli Stati Uniti, i capi di Stato di Regno Unito e Francia concordarono sul rafforzamento delle “capacità per agire autonomamente […] in modo da rispondere alle crisi internazionali”. Tale necessità è stata ripetuta successivamente varie volte, ma fu soltanto nel periodo tra il 2013 e il 2016 che il concetto guadagnò trazione e si tradusse in politiche concrete. L’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, in aggiunta a una serie di crisi ai confini del Vecchio Continente, dalla Libia alla Siria, ha reso lo scenario geopolitico più instabile, conflittuale e multipolare. Tuttavia, se in passato gli europei potevano fare affidamento sugli alleati statunitensi, la caduta dell’Unione Sovietica e l’ascesa della Cina quale grande potenza globale sta portando gli USA a spostare la maggior parte dell’attenzione e delle risorse dall’Europa al continente asiatico. E sebbene tale divergenza geopolitica sia iniziata soprattutto durante la presidenza di Obama con il “Pivot to Asia”, l’elezione di Donald Trump con la sua retorica anti-UE e anti-NATO è stato l’elemento decisivo a convincere gli europei sulla minore affidabilità di Washington. La Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) e il Fondo Europeo della Difesa (EDF) rappresentano gli sviluppi principali in direzione di un’autonomia strategica europea. La PESCO è essenzialmente un programma militare tra vari Paesi membri dell’UE che punta allo sviluppo congiunto di tecnologie e capacità operative, in modo da aumentarne l’efficienza e non rimanere indietro rispetto agli Stati Uniti, ma anche, per alcuni settori, rispetto a Cina e Russia. In totale sono stati lanciati 46 progetti, che spaziano da una scuola di intelligence europea allo sviluppo di un sistema marittimo anti-sottomarino senza equipaggio. Queste capacità rimarranno in possesso dei singoli Paesi membri e non prevedono la formazione di un esercito europeo comune. L’EDF invece si focalizza principalmente sull’aspetto industriale e tecnologico. Tramite lo sviluppo congiunto di sistemi militari, l’EDF mira a supportare l’innovazione tecnologica e l’industria bellica continentale, oltre a rafforzare la sinergia tra le varie Forze Armate europee, così da abbassare i costi, ridurre le varianti d’arma e migliorarne l’interoperabilità.

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Fig. 1 – Il Presidente francese Emmanuel Macron e la Cancelliera tedesca Angela Merkel poco dopo la firma del trattato di Asquigrana, 22 gennaio 2019

L’AUTONOMIA STRATEGICA PER CHI E PER COSA

Nonostante le varie iniziative il raggiungimento dell’autonomia strategica presenta due maggiori criticità. La prima riguarda gli obiettivi geopolitici, nonché il grado di autonomia strategica che si intende raggiungere. Una cacofonia di interpretazioni nazionali sul ruolo e sul significato di autonomia strategica rischia infatti di privare il concetto di senso e utilità geopolitica. A causa di storia e geografia diverse alcuni Paesi membri possiedono interessi nazionali divergenti. Per esempio, mentre l’Italia individua il Nord Africa come priorità geopolitica e origine di potenziali minacce, per i Paesi baltici tale ruolo è ricoperto dalla Russia. Da ciò derivano varie concezioni nazionali sul grado di autonomia strategica europea e conseguentemente sul suo ruolo nell’ambito di una politica estera e di sicurezza comune. In particolare il caso più emblematico è dato dalla Francia. Parigi pare estendere il concetto di autonomia strategica nel senso di un graduale smarcamento dall’ombrello di sicurezza americano, visto come una chiara limitazione a una politica estera europea indipendente, seppur mantenendo buone e forti relazioni transatlantiche. La Francia si è spinta persino a dichiararsi più volte disponibile a iniziare un discorso strategico pan-europeo sulla deterrenza nucleare. Una visione in contrasto con quella della Germania e della maggior parte dei Paesi europei, che non ritengono ci siano alternative credibili alle garanzie di difesa (soprattutto nucleare) statunitensi. Dalla loro prospettiva l’autonomia strategica non serve a sostituire la NATO, ma solo a rafforzare il pilastro europeo dell’alleanza transatlantica e a consentire ai Paesi europei e all’UE di operare militarmente quando necessario in quelle circostanze nelle quali gli Stati Uniti non possono o non vogliono intervenire. Di conseguenza è necessario un dibattito a livello europeo sulla formulazione di obiettivi geopolitici comuni e sul preciso grado di autonomia strategica che si vuole raggiungere. A tal proposito un contributo significativo potrebbe venire dal Compasso Strategico Europeo, lanciato dalla presidenza tedesca nell’ultimo Consiglio dei Ministri del 2020 e che ha come obiettivo l’identificazione di minacce e obiettivi strategici comuni.

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Fig. 2 – Manifestazione di protesta in Francia contro l’intervento militare nel Sahel, febbraio 2021. Il ruolo delle Forze Armate e il loro possibile impiego internazionale continuano a essere argomento di dibattito in molti Paesi europei

LO ZEITGEIST DELL’EUROPA

La seconda criticità riguarda gli investimenti necessari per potenziare le Forze Armate europee. Sebbene negli ultimi anni le spese militari siano aumentate stabilmente in quasi tutti i Paesi UE, la maggior parte non ha ancora raggiunto la fatidica soglia minima NATO del 2% e gli effetti economici negativi della pandemia potrebbero incidere in maniera ancora più negativa sui bilanci della Difesa. La domanda da porsi dunque è se gli europei sono disposti a spendere le somme necessarie affinché possano operare militarmente in maniera relativamente autonoma. Per molti Paesi, e in particolare per Germania e Italia, le due potenze sconfitte nella Seconda Guerra Mondiale e che quindi più di ogni altra hanno interiorizzato un valore negativo dell’uso militare, prendersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza continua a rimanere un tabù. Da qui la preferenza ad affidarsi agli Stati Uniti e a intervenire militarmente solo come parte di alleanze multinazionali approvate dall’ONU o in conflitti a bassa intensità. Difatti l’UE è nata sostanzialmente in antitesi ai canoni del realismo politico. Di conseguenza, se gli europei vogliono veramente ritornare a essere un attore geopolitico a 360 gradi, devono riscoprire il ruolo delle Forze Armate e devono essere disposti a usarle quando necessario e ad accettarne i costi, economici e umani. Quindi devono integrare l’elemento militare all’interno di una Grande Strategia che prenda in considerazione tutti gli strumenti continentali necessari per il raggiungimento di obiettivi geopolitici di lungo termine. Come affermato dall’Alto Rappresentante per la Politica Estera Europea, Josep Borrell, l’Unione Europea “deve imparare il linguaggio del potere”. Tuttavia tali considerazioni rimangono finora nella bocca di pochi politici e burocrati, mentre le collettività nazionali sembrano poco inclini a tali cambiamenti. Il problema non è di semplice soluzione, in quanto relativo a una condizione culturale e mentale, uno Zeitgeist, che è difficile cambiare con semplici dibattiti o tramite una nuova pedagogia nazionale. Solo l’emergere di una minaccia esterna tanto pericolosa da rischiare seriamente la sicurezza dei Paesi europei potrebbe portare alla formulazione di una diversa attitudine nei confronti delle Forze Armate e delle missioni militari.

Stefano Marras

Flugshow der Bundeswehr” by Lutz Blohm is licensed under CC BY-SA

Stefano Marras

Laureato in Scienze Storiche presso l’Università di Bologna e in Relazioni Internazionali  all’Università di Utrecht in Olanda. Lavoro in Regno Unito e mi interesso principalmente di politica estera e di sicurezza in Europa.

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