In 3 Sorsi – In una conferenza stampa congiunta, il leader del partito islamico conservatore Ra’am, Mansour Abbas, ha annunciato la candidatura dell’ex esponente di Yesh Atid Yoav Segalovitz, già Capo della Divisione Investigazioni e Intelligence della Polizia israeliana. La scelta di candidare per la prima volta un esponente ebraico sionista rientra nel più ampio disegno di Abbas di affrancare il partito dalle sue radici islamiste.
1. UN CAMBIAMENTO DI PARADIGMA
Una delle novità più interessanti che hanno animato lo scenario politico israeliano in vista delle elezioni legislative, previste al termine del mese di ottobre, è rappresentata dalla mossa “rivoluzionaria” messa in atto dal leader di Ra’am Mansour Abbas. Il navigato politico arabo, che ha assunto la guida del suo partito nel 2018, imprimendogli una svolta “pragmatica”, si è infatti impegnato in prima persona per ottenere il consenso di Yoav Segalovitz, ex deputato della Knesset per conto di Yesh Atid, Comandante di Lahav 433 e Capo della Divisione Investigazioni e Intelligence della Polizia israeliana, a una sua possibile candidatura nella lista di Ra’am alle prossime elezioni nazionali. Dopo circa un mese di trattative, anticipate da ynet al tramonto di luglio, le parti sono addivenute a un accordo avente i seguenti elementi essenziali: Segalovitz figurerà al secondo posto della lista presentata da Ra’am alle urne, nella premessa rappresentata dall’accettazione del partito della natura di Israele come “Stato democratico ed ebraico“. Una svolta, quest’ultima, cui si è giunti in base a una volontà reciproca di trasmettere un messaggio d’unione che potesse proiettarsi oltre il perimetro rappresentato dal singolo partito in questione, chiamando in causa la politica israeliana nel suo complesso.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – Il leader del partito arabo israeliano Ra’am, Mansour Abbas, e il politico israeliano Yoav Segalovitz durante una conferenza stampa a Nazareth, il 31 agosto 2026
2. IL VALORE STRATEGICO DELL’ALLEANZA
Il binomio Abbas-Segalovitz, costituito in funzione della tornata elettorale di fine anno, discende da un impegno reciproco ad alterare i codici di riferimento su cui è attualmente impostata la narrazione dei rapporti tra ebrei e arabi. Prima ancora che tra Israele e Palestina, infatti, l’urgenza avvertita dalle parti è quella di destituire di fondamento la narrazione dominante secondo cui i rapporti tra le persone – nel caso di specie, ebrei e arabi – siano compromessi dopo il 7 ottobre e la guerra condotta da Israele a Gaza. Mettendo da parte le proprie differenze, che sussistono e continueranno a esserci in futuro, Abbas e Segalovitz hanno voluto rappresentare uno scenario fondato sulla ricerca di soluzioni condivise a problemi comuni, ricorrendo al dialogo come mezzo per contenere le spinte antagonistiche e immaginare traiettorie di futuro all’insegna della pace, della solidarietà e della fratellanza.
“L’affermazione comune secondo cui, dopo il 7 ottobre, sia impossibile mantenere una partnership politica con i partiti arabi è priva di fondamento e falsa. La nostra crescita non deriva dal fatto di essere simili o identici, ma dal comprendere e accettare le nostre differenze“. Sottolineando, dunque, l’assenza di fattori preclusivi a un’alleanza con i partiti arabi, Segalovitz ha voluto farsi portavoce di quella parte del mondo sionista ancora fiduciosa di poter sostituire l’odio del presente nella pacifica convivenza auspicata nel domani.
Fig. 2 – Il leader di Ra’am, Mansour Abbas, e il politico israeliano Yoav Segalovitz arrivano a Nazareth, il 31 agosto 2026, per prendere parte alla conferenza stampa congiunta in vista delle elezioni di ottobre
3. L’AMPIO DISEGNO DI ABBAS
L’accordo con Segalovitz rappresenta l’esito di un percorso condotto da Ra’am verso il progressivo allontanamento dalle sue radici islamiste. Nato nel 1996 dalla branca meridionale del Movimento islamico, che si trovava in aperta contrapposizione con quella settentrionale a causa della sua volontà di partecipare alle elezioni, il partito arabo ha sin dall’inizio sostenuto la necessità di prendere parte alla vita politica israeliana per provvedere al miglioramento delle condizioni dei palestinesi. In questo scenario, Ra’am ha concepito l’alleanza con i partiti arabi Hadash, Ta’al e Balad – all’interno della Lista Unificata – come il veicolo attraverso il quale provare a cambiare la realtà. La situazione è diventata più fluida quando, nel 2018, la guida del partito è passata nelle mani di Abbas, il quale ha deciso di imprimere ad esso una “svolta pragmatica”. L’idea, che ora distingue in maniera sostanziale Ra’am dagli altri partiti arabi precedentemente citati, è di concentrare la propria agenda politica più sul raggiungimento di obiettivi immediati – come nel contrasto alla criminalità nella comunità araba o sul tema della mancanza di acqua o elettricità in molte case dei cittadini arabi – che sull’eliminazione degli ostacoli che si frappongono alla nascita di uno Stato palestinese. Attraverso questa prospettiva dev’essere letto l’appoggio di Ra’am al Governo Bennett-Lapid nel 2021, così come la recente recisione dei vincoli gerarchici che attribuivano al Consiglio degli Shura un potere di veto sulla scelta dei candidati e sulla linea da seguire in merito ai temi etici. L’obiettivo è quello di definire una piena affermazione di Ra’am come “partito civile”, affrancato dalla sua matrice islamista e aperto a figure appartenenti non solo al mondo arabo non religioso, ma anche alla comunità ebraica, come rappresentato in maniera emblematica dal caso di Segalovitz: una possibile “nuova norma”, piuttosto che un’eccezione.
Michele Maresca
“Jerusalem_The knesset_2_Noam Chen_IMOT” by Israel_photo_gallery is licensed under CC BY-ND.


