In 3 Sorsi – Il 16 luglio, Donald Trump ha accusato la Cina di aver interferito nelle elezioni del 2020, che videro Joe Biden vincitore. Le affermazioni del tycoon, però, sembrano essere in contrasto con quanto scritto cinque anni fa in un dossier dell’intelligence statunitense.
1. LE NUOVE ACCUSE DI TRUMP
Donald Trump ha recentemente annunciato la pubblicazione di una serie di documenti dell’intelligence che, secondo lui, dimostrerebbero l’interferenza cinese nelle elezioni statunitensi del 2020. Nel suo discorso, il Presidente statunitense ha sostenuto che il materiale rivelerebbe gravi vulnerabilità del sistema elettorale. I documenti presentati, però, non dimostrano una manipolazione del voto e, in alcuni casi, non riguardano direttamente il sistema elettorale statunitense.
La tempistica non è casuale. Il discorso arriva a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre, in una fase politicamente complessa per Trump e per il Partito Repubblicano, che rischia di perdere il controllo di una o entrambe le Camere. Il Presidente sta cercando di riportare al centro del dibattito la sicurezza del voto, un tema da tempo sensibile per la sua base, mentre alcuni dirigenti repubblicani gli hanno suggerito di concentrarsi maggiormente su altre questioni, come il costo della vita. Trump, nello stesso discorso, è tornato anche sul SAVE America Act, chiedendone al Congresso l’approvazione. La proposta di legge introdurrebbe l’obbligo di dimostrare la cittadinanza statunitense per registrarsi al voto e creerebbe un database nazionale degli elettori utilizzando i registri dei singoli Stati. Il provvedimento è però al momento fermo al Senato per l’opposizione dei democratici. Le accuse alla Cina sembrano quindi avere anche una funzione interna: riportare al centro del dibattito le presunte vulnerabilità del sistema elettorale, mobilitando l’elettorato repubblicano a pochi mesi dalle midterm.
La reazione di Pechino è stata immediata. Il portavoce del Ministero degli Esteri Lin Jian ha definito l’accusa “inventata” e una “diffamazione malevola”, ribadendo che “la Cina non ha mai interferito nelle elezioni statunitensi e non ha alcun interesse a farlo”. Xinhua, l’agenzia di stampa governativa cinese, ha riportato la stessa posizione in termini ancora più netti, definendo le accuse statunitensi 无中生有、恶意抹黑 (wú zhōng shēng yǒu, èyì mǒhēi), cioè prive di fondamento e volte a diffamare la Cina. Lin ha inoltre invitato Washington a non utilizzare la Cina come argomento nella competizione elettorale interna.
Fig. 1 – Una cameriera a Pechino guarda un discorso di Trump durante le elezioni presidenziali del 2020, vinte dal candidato democratico Joe Biden. Ora Trump accusa la Cina di avere interferito in tale evento
2. IL DOSSIER DEL 2021
Le accuse devono essere confrontate con l’Intelligence Community Assessment pubblicato dall’Office of the Director of National Intelligence (ODNI) nel marzo 2021. Il rapporto distingueva infatti tra interferenza elettorale, cioè azioni dirette contro il processo di voto, e influenza, esercitata invece sull’opinione pubblica e sul dibattito politico. La conclusione era che la Cina non avesse tentato di modificare il risultato delle presidenziali: l’ODNI valutava con “elevato grado di certezza” che Pechino “non avesse messo in atto operazioni di interferenza” e avesse valutato possibili operazioni di influenza, decidendo però di non metterle in atto.
Non tutta l’intelligence statunitense era però arrivata alle stesse conclusioni. Una valutazione minoritaria riteneva che Pechino avesse cercato di ostacolare la rielezione di Trump. Anche i nuovi documenti mostrano l’interesse cinese per i dati degli elettori statunitensi, ma non provano che queste informazioni siano state utilizzate per modificare il voto. Già prima della pubblicazione, alcuni funzionari dell’Amministrazione temevano che il materiale, se presentato fuori dal suo contesto, potesse risultare fuorviante.
La differenza è sostanziale: i nuovi documenti mostrano alcune vulnerabilità del sistema americano e l’interesse cinese verso i dati degli elettori, ma non dimostrano una manipolazione del voto e, soprattutto, non smentiscono le conclusioni raggiunte dall’intelligence nel 2021.
Fig. 2 – Scrutatori al lavoro durante le recenti primarie repubblicane in Florida per la carica di governatore, agosto 2026. Anche la scelta del successore di Ron De Santis farà parte della tanto attesa tornata elettorale di novembre
3. POSSIBILI RIPERCUSSIONI SUL VERTICE TRUMP-XI
La vicenda arriva in un momento diplomaticamente delicato. Xi Jinping è atteso negli Stati Uniti il 24 settembre, dopo una fase in cui le due potenze hanno cercato di stabilizzare il rapporto. Le accuse segnano una distanza rispetto all’atteggiamento più conciliante mostrato recentemente da Trump verso la Cina e potrebbero complicare la fragile tregua tra le due potenze.
Per ora, tuttavia, le accuse non sembrano aver interrotto il dialogo. Pechino, come abbiamo già visto, ha respinto le accuse e invitato Washington a non usare la Cina per fini elettorali, ma senza mettere in discussione il prossimo incontro tra i due leader. Il dossier elettorale aggiunge quindi un nuovo elemento di tensione ai rapporti tra Washington e Pechino, ma per ora non sembra mettere in discussione il vertice di settembre. Per il momento, quindi, le accuse sembrano pesare più sulla politica interna statunitense, a pochi mesi dalle midterm, che sul dialogo tra Washington e Pechino.
Annachiara Maddaloni
“Donald Trump” by Gage Skidmore is licensed under CC BY-SA


