Romania: la crisi di Governo che paralizza Bucarest

In 3 Sorsi – La crisi politica in Romania continua a non trovare una soluzione. La mancata formazione di un Governo e le tensioni tra le forze partitiche alimentano le preoccupazioni relative al futuro economico e al ruolo strategico del Paese nell’UE e nella NATO.  

1. LE ORIGINI DELLO STALLO POLITICO

La coalizione quadripartitica del Governo romeno era fragile e il 23 aprile 2026 è crollata. Sei ministri (Lavoro, Energia, Sanità, Agricoltura, Trasporti e Giustizia), il vicepremier e il Segretario generale dell’Esecutivo, appartenenti al Partito Socialdemocratico (PSD), si sono dimessi a seguito del rifiuto del Primo Ministro Ilie Bolojan (PNL, Partito Nazionale Liberale di centrodestra) di lasciare il proprio incarico. Quest’ultimo era stato accusato dai socialdemocratici di perseguire politiche di risanamento delle finanze pubbliche che stavano deteriorando l’economia e il tenore di vita della popolazione. Nonostante le iniziali incertezze sulla possibilità di raggiungere la maggioranza necessaria (232 voti), il 5 maggio 2026 la mozione di sfiducia sostenuta dal PSD e dalle forze di opposizione ha ottenuto 281 voti favorevoli, determinando la caduta del Governo. Da quel momento il Presidente Nicușor Dan ha avviato diverse consultazioni con i principali partiti rappresentati in Parlamento, senza riuscire tuttavia a individuare una maggioranza stabile. I tentativi di formare un nuovo esecutivo si sono susseguiti senza successo, dalla rinuncia di Eugen Tomac del Movimento Popolare alla bocciatura parlamentare del Governo proposto da Adrian Veștea del Partito Liberale. Nel frattempo, Dan si mostrava scettico sulla possibilità di indire elezioni anticipate, considerando che i partiti fossero responsabili di trovare un accordo parlamentare. Il 5 ottobre il Presidente ha designato un nuovo candidato alla carica di Primo Ministro, scegliendo il Segretario di Stato del Ministero degli Esteri, Luca Niculescu, ritenendo che possa avere alte possibilità di raggiungere la maggioranza parlamentare. Il 14 ottobre il PSD ha annunciato la propria partecipazione al futuro Governo e il giorno successivo Niculescu ha presentato al Parlamento il programma dell’esecutivo e la lista ufficiale dei Ministri proposti, 11 dei quali indicati dal Partito Socialdemocratico. Il 20 ottobre è prevista la votazione di fiducia, momento fondamentale che potrebbe permettere il superamento dello stallo. 

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Fig. 1 – Il Presidente romeno Nicusor Dan

2. LE DIVISIONI DEL FRONTE EUROPEISTA E L’INCOGNITA AUR

Il Governo di Bucarest, formato da una maggioranza partitica di stampo europeista, riuniva anime troppo diverse, spaziando dal centrosinistra ai liberali, tenuti insieme principalmente dalla volontà di contrastare l’ascesa di AUR (Alleanza per l’Unione dei Romeni). La formazione, di orientamento nazionalista, sovranista ed euroscettica, dall’inizio 2026 risulta essere la prima forza politica nei sondaggi (circa il 40% delle intenzioni di voto). Forte di questo consenso, AUR si è mostrato favorevole alle elezioni anticipate, sfruttando le tensioni tra le forze europeiste per rafforzare la propria narrazione contro una classe politica descritta come corrotta e incapace di governare. Nel frattempo, le contrapposizioni tra i partiti della precedente coalizione si sono progressivamente accentuate. PNL e USR (Unione Salva la Romania) hanno più volte escluso la possibilità di tornare al Governo insieme ai socialdemocratici, criticandoli anche per la collaborazione con AUR nella sfiducia a Bolojan. Queste divergenze hanno contribuito al fallimento dei successivi tentativi di formazione di un nuovo Governo. Dal canto suo, AUR ha dichiarato, durante le riunioni estive, che avrebbe sostenuto solamente un esecutivo guidato da un proprio candidato e al quale partecipasse direttamente. Il PSD, che fino a qualche mese fa si diceva disponibile a ricostituire la coalizione europeista solamente se guidata da un proprio esponente, ha oggi accettato di partecipare al Governo Niculescu, ponendo tuttavia alcune condizioni economiche. Anche il PNL negli ultimi giorni ha parzialmente modificato la propria posizione, mostrandosi disponibile a sostenere l’investitura del nuovo esecutivo, pur rimanendo all’opposizione. L’orientamento dell’USR, invece, non sembra cambiare: il suo leader, Dominic Fritz, ha dichiarato che proporrà al partito di non votare la fiducia, contestando il ritorno del PSD al Governo. Infine, l’UDMR (Unione Democratica Magiara di Romania), l’ultimo partito della precedente coalizione e rappresentante della minoranza ungherese, ha annunciato che sosterrà il Governo Niculescu. Qualora quest’ultimo ottenesse la fiducia parlamentare, non sarebbe dunque più caratterizzato dalla precedente coalizione europeista. Anzi, le profonde divergenze tra i partiti potrebbero continuare a comprometterne la stabilità. 

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Fig. 2 – Il Primo Ministro designato, Luca Niculescu

3. LE RIPERCUSSIONI ECONOMICHE E GEOPOLITICHE DELLA CRISI

L’instabilità politica della Romania è strettamente legata ai suoi problemi economici. Dopo il picco raggiunto nel 2024, il deficit di bilancio dovrebbe attestarsi al 6,2% del PIL nel 2026 e diminuire nel 2027, secondo le previsioni della Commissione Europea. La riduzione è legata a una serie di misure di risanamento fiscale, tra cui il congelamento di stipendi e pensioni e l’aumento delle imposte. La situazione è stata ulteriormente complicata dalla guerra in Medio Oriente: l’aumento dei prezzi energetici ha rallentato la discesa dell’inflazione, prevista al 7% per il 2026. L’incertezza economica e politica ha inoltre alimentato le preoccupazioni degli investitori, tanto che le agenzie di rating hanno sottolineato la necessità di approvare il bilancio per il 2027 entro la fine dell’anno, condizione posta anche dal Partito socialdemocratico per partecipare al nuovo Governo. 
Sul piano europeo, la Romania si è impegnata a riportare il deficit al di sotto del limite del 3% entro il 2030. Persistono però difficoltà nell’attuazione di alcune riforme previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il mancato raggiungimento di specifici obiettivi ha infatti portato la Commissione Europea, con la decisione del 2 ottobre 2026, a ridurre i finanziamenti destinati al Paese di circa 442 milioni di euro in sovvenzioni e 15,4 milioni in prestiti. L’instabilità politica rischia quindi di provocare serie ripercussioni rispetto agli impegni economici che il Paese ha con Bruxelles. 
Al di là di queste difficoltà, bisogna anche ricordare il ruolo strategico della Romania a livello internazionale. Membro della NATO dal 2004, contribuisce alla difesa del Mar Nero e ospita forze terrestri alleate guidate dal contingente francese. Nel marzo 2026, il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha sottolineato l’importanza strategica del Paese sul fianco orientale, elogiandone anche l’aumento degli investimenti nella difesa. Bucarest, inoltre, permette l’attuazione dei “Corridoi di Solidarietà”, iniziativa europea che facilita gli scambi tra UE e Ucraina. La stabilità politica della Romania assume quindi una rilevanza che supera i confini nazionali. Alla fragilità degli equilibri interni si contrappone la crescente importanza del Paese in ambito NATO e UE. Il voto di fiducia del 20 ottobre rappresenterà dunque un passaggio decisivo per il futuro politico della Romania. Qualora Niculescu ottenesse il sostegno parlamentare, il nuovo Governo dovrebbe affrontare le difficoltà economiche e le divisioni tra i partiti, che ne potrebbero compromettere la stabilità. Un eventuale fallimento dell’investitura aprirebbe invece la strada a ulteriori negoziati, senza escludere un ritorno al dibattito sulle elezioni anticipate.

Martina Selvaggio

“Romania Grunge Flag” by Grunge Love is licensed under CC BY

Indice

Perchè è importante

  • L’instabilità politica rischia di aggravare le difficoltà economiche della Romania e compromettere gli impegni assunti con l’UE.
  • La crisi potrebbe avere ripercussioni sul ruolo strategico del Paese nella sicurezza del fianco orientale della NATO.

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