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    Guatemala: arrivano i ‘buoni’?

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    Il recente Governo del presidente Molina annuncia una riforma della PNC (Policia Nacional Civil) nel tentativo di estirpare corruzione, violenza e criminalità da un Paese che negli ultimi anni ha scalato le classifiche dei luoghi più pericolosi al mondo.

     

    UN MACABRO PRIMATO – Se l’inferno dantesco, oggi, avesse un volto, sarebbe probabilmente quello di Città del Guatemala. Lo scrive Marta Sandoval, giovane giornalista guatemalteca che della sua capitale ha realizzato un’impietosa radiografia. I dati dell’OSAC, il Dipartimento statunitense per la Sicurezza d’oltreoceano, d’altronde, parlano chiaro: soltanto nel 2012 il Paese centroamericano ha registrato una media di 99,5 omicidi a settimana. Un macabro primato che ha condotto il Guatemala ai primi posti nella classifica dei luoghi più pericolosi al mondo. Quattro sono le cause che, secondo l’OSAC, hanno reso il Paese una sorta d’anticamera dell’inferno: il narcotraffico, la presenza sempre più ingente di bande legate alla criminalità organizzata, la diffusione, tra la popolazione, di armi da fuoco e la drammatica inefficienza del sistema politico-giudiziario.

     

    LA RIFORMA DELLA ‘POLICIA NACIONAL CIVIL’: Per far fronte all’inquietante ritratto che l’informazione pubblica e le Organizzazioni internazionali hanno tracciato del suo Paese, il presidente Otto Pérez Molina ha quindi deciso di tener fede alle promesse elettorali e «combattere il crimine con mano dura». Una riforma della PNC (Policia Nacional Civil) è stata così messa in atto con tre principali obiettivi: lavorare sulla prevenzione del crimine, migliorare l’addestramento degli agenti e aumentare la fiducia della popolazione nei confronti di un sistema politico-giudiziario profondamente indebolito dal crescente fenomeno della corruzione.

    Ma su quanti e su quali fronti questa rinata polizia dovrà operare? Contro quali mura potrebbero infrangersi le ambizioni del presidente Molina?

     

    FRONTIERE CALDE – Il male, per il Paese, arriva innanzitutto da lontano. Il Guatemala, infatti, paga con il sangue la sua posizione di frontiera tra il ricco mercato della droga nordamericano e i produttori del Sud del continente. A nord, la guerra per il controllo delle rutas della droga è scoppiata definitivamente lo scorso marzo dopo il massacro, per mano dell’organizzazione criminale messicana degli Zetas, di Juan José Juancho León, membro di spicco del Cartel del Golfo, e dei suoi uomini. Nonostante, secondo fonti ufficiali, siano ben 54 i cartelli che operano in tutto il Paese, sono proprio gli Zetas e il Cartel del Golfo a contendersi la supremazia sulla regione, dando così origine a una crescente spirale di violenza.

    Tuttavia, se a nord si combatte per imporsi alla “testa” di questo sistema capillare e raffinato che è il mercato di sostanze stupefacenti, il cuore vero del narcotraffico si trova a sud, in prossimità della congiunzione tra il Guatemala, l’Honduras ed El Salvador, laddove i carichi provenienti per via aerea dalla Colombia proseguono via terra verso settentrione.

     

    LE ‘PANDILLAS’ – Le zone di frontiera rappresentano quindi l’area più problematica da gestire per il recente Governo del presidente Molina. Tuttavia, nelle città, e in particolare nella capitale, la situazione resta drammatica. Il 70% della popolazione guatemalteca è composta da giovani, ma la povertà e la mancanza d’opportunità fanno si che molti di essi siano presto inghiottiti dalla marea nera della criminalità organizzata e dalle pandillas, le gang locali il cui potere, negli ultimi anni, è cresciuto esponenzialmente. Tra le più note, e le più spietate, vi è la Mara Salvatrucha, nata sulla costa ovest degli Stati Uniti e formata principalmente da immigrati centroamericani, che “arruola” ragazzini in cerca di un’appartenenza ed è giunta a espandersi addirittura in Italia.

     

    VERSO LA GENTE – Se le problematiche appena elencate possono far sembrare il lavoro di un rinnovato apparato giudiziario una forma gentile di suicidio assistito, la sfida più grande resta comunque un’altra: riconquistare la fiducia della gente.

    Come denunciato dall’ONG The Crisis Group, tra la popolazione guatemalteca vi è la tendenza a fuggire piuttosto che cercare la protezione dello Stato: «la polizia, che viene rifiutata in quanto inefficiente, corrotta e abusiva, è temuta tanto quanto i delinquenti stessi», si legge in un rapporto in merito alla riforma stessa. «La gente, che magari ha vissuto in prima persona la morte di un figlio o di un familiare per mano della criminalità organizzata, dopo dieci anni d’estorsioni e furti, ormai non sporge neanche più denuncia. […] Generalmente è la classe medio-alta quella più ‘espressiva’ se vittima di un abuso», spiega il sociologo Aaron Argueta.

    La corruzione delle Forze dell’Ordine sarebbe dunque, secondo il Crisis Group, all’origine della “porosità delle frontiere” e della caduta della capitale nelle mani delle bande criminali. Non ci sarebbe allora da sorprendersi se, per le strade guatemalteche, l’unica legge che ha regnato fino a oggi è stata la primitiva lex tallionis.

     

    UNA TIMIDA SPERANZA – Dalla firma degli accordi di pace del 1996 che hanno posto fine al conflitto armato interno, in Guatemala sono state stanziate decine di milioni di dollari nel tentativo di riformare la polizia e il sistema giuridico del Paese. La proposta del presidente Molina non è quindi una novità. Secondo il Crisis Group, infatti, tutto ruota attorno alle reali intenzioni dell’esecutivo: «Non resta che vedere se il Governo, questa volta, sarà in grado di mettere assieme volontà e risorse per realizzare la riforma o se, invece, come negli anni passati, si limiterà ad appoggiare l’esercito nelle sue azioni contro la criminalità organizzata; una risposta immediata, per il presente, che, però, non offre alcuna soluzione di lunga durata».

    Il Guatemala, quindi, spera e lotta per riappropriarsi della dignità di un sistema giudiziario “pulito”, ma i giorni in cui l’inferno dantesco tornerà a essere una semplice allegoria sui libri di scuola sembrano essere ancora lontani.

     

    Benedetta Cutolo

    Benedetta Cutolo
    Benedetta Cutolo
    Romana di nascita ma parigina d’adozione, ho studiato e viaggiato un po’ ovunque. Dopo un Master alla Sorbona, mi sono laureata con doppio titolo in “Culture letterarie europee” presso l’università di Bologna e quella di Strasburgo. Successivamente ad alcune esperienze presso testate italiane, da alcuni mesi collaboro nella realizzazione di reportage di guerra e d’attualità per le principali emittenti francesi ed internazionali.
    Viaggio appena posso e dove posso, parlo tre lingue ma ne sto imparando una quarta perchè ho come la sensazione che mi manchino le parole. Per il “Caffé Geopolitico” mi occuperò principalmente di Centro e Sud America, lì dove ho lasciato il mio cuore gitano

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