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Come si vincono le guerre

Le guerre non si vincono tramite una “battaglia decisiva” ma tramite il logoramento della volontĂ  di combattere e della capacitĂ  di rigenerazione delle forze armate avversarie. Analogamente, la propria sicurezza dipende dalla capacitĂ  di sostenere conflitti di logoramento su scala industriale.  La mancanza di capacitĂ  di produzione industriale militare a tutti i livelli (dalle grandi piattaforme alle singole munizioni) e la necessitĂ  di mantenere un costante grado di mobilitazione dei militari per rimpiazzare le perdite sono alla base della capacitĂ  europea di disporre di uno strumento militare credibile e, tramite questo, mantenere una rilevanza e influenza geopolitica in un’era di confronto tra potenze.

Il rischio di vulnerabilitĂ  permanente della UE

Il ritorno della guerra ad alta intensitĂ  ai confini del continente ha trasformato la difesa da comparto isolato a variabile macroeconomica strutturale. Se l’Europa non riuscirĂ  a trasformare la propria ambizione politica in una reale capacitĂ  di “guerra lunga”, rischia di scivolare in una condizione di vulnerabilitĂ  permanente. Una deterrenza che non sia supportata da una logistica robusta e da cicli industriali rapidi è una deterrenza fragile, incapace di prevenire l’escalation perchĂ© percepita come insostenibile nel tempo dai competitor globali. Il collasso di questa funzione significherebbe non solo un rischio militare, ma l’erosione della sovranitĂ  economica: senza sicurezza garantita internamente, i flussi commerciali, gli investimenti esteri e la stabilitĂ  delle infrastrutture critiche diventano ostaggi di attori esterni. La sfida attuale è evitare che il ritardo industriale diventi un invito al conflitto.

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Casi concreti: dall’Ucraina all’Iran

Nel conflitto in Ucraina la Russia attacca con ondate di 100-400 droni d’attacco (soprattutto Geran) ogni pochi giorni, oltre a decine di missili cruise, per un totale di circa 38.000 droni tra Gennaio e Novembre 2025. Generalmente ogni sistema di difesa antiaerea dovrebbe impiegare due missili per ogni aggressore, ma la produzione è passata solamente da qualche centinaia all’anno nel 2023 a circa 1000/anno nel 202, riducendo l’impiego e quindi anche la % di intercettazione. Numeri analoghi anche per i sistemi Patriot americani. Il risultato sono stati i danni continui alle strutture energetiche ucraine durante l’attuale gelata invernale.

Analogamente, durante il conflitto dei dodici giorni tra Israele e Iran, l’impiego di centinaia di missili balistici da parte delle forze armate di Teheran ha costretto all’impiego di 100-150 intercettori THAAD da parte di Israele e USA. In 12 giorni sono stati consumati circa il 25% dell’intera scorta USA, con una produzione di appena 96 missili/anno.

L’attuale capacità industriale di produzione di armi offensive a lungo raggio supera enormemente la capacità industriale di produzione dei sistemi di difesa, cosa che costringe ad aumentare la produzione di questi ultimi e a trovare soluzioni alternative. La continua vulnerabilità implica rischi a infrastrutture non solo militari ma anche civili. Contro nazioni come la Russia, nella cui dottrina esiste il principio di bombardamento strategico contro infrastrutture critiche avversarie, la vulnerabilità copre l’intero spettro delle attività civili e della sua capacità di sopportazione dei rigori di un conflitto.

Analoghe vulnerabilità esistono per il reclutamento e l’addestramento dei militari, con perdite osservate nei conflitti che superano quelle degli effettivi attualmente presenti in molte nazioni europee.

Tre vincoli

La dinamica della “guerra lunga” scardina il modello di difesa europeo basato sulla qualitĂ  tecnologica a scapito della massa. Il meccanismo attuale opera attraverso tre vincoli strutturali interconnessi. In primo luogo, il panorama industriale frammentato: l’UE produce una moltitudine di sistemi d’arma diversi per la stessa funzione, impedendo le economie di scala necessarie per abbattere i costi unitari e garantire l’interoperabilitĂ . Questo limite tecnico si scontra con il nesso tra finanza e sicurezza: mentre gli avversari (si legga Russia) hanno convertito ampie fette di PIL in produzione bellica, l’UE opera generalmente sotto il vincolo dei parametri del Patto di StabilitĂ , rendendo difficile il finanziamento di investimenti pluriennali senza innescare tensioni politiche interne. A questo ha parzialmente rimediato il fondo SAFE per prestiti volti a investimenti nel settore difesa.

L’attore principale, la Commissione Europea, tenta di centralizzare gli acquisti, ma si scontra con le prerogative di sovranitĂ  degli Stati membri che tendono a proteggere i propri “campioni” industriali. La deterrenza si è spostata dal campo di battaglia alle fabbriche: la credibilitĂ  di uno Stato o di un blocco dipende oggi dalla velocitĂ  di rimpiazzo dei materiali perduti (tasso d’attrito). Se la base industriale non può reggere un conflitto superiore ai sei mesi, la deterrenza fallisce indipendentemente dalla sofisticazione dei sistemi d’arma in possesso. Infine, la dipendenza dalle catene di approvvigionamento extra-UE per i componenti a uso duale e le terre rare crea un paradosso legale e strategico: la difesa del territorio europeo dipende materialmente dalla stabilitĂ  di rotte commerciali controllate da potenze potenzialmente ostili o rivali.

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Trade-off per l’Unione Europea

Procurement condiviso su piattaforme di difesa

  • Si guadagna: concentrazione dei fondi su progetti specifici, evitando dispersioni economiche e industriali. PossibilitĂ  di standard condivisi che aumentano commesse.
  • Si perde: rinuncia a peculiaritĂ  industriali nazionali non supportate da sforzo comune. NecessitĂ  di adattamento a standard condivisi implica maggiore competizione. Risentimento da parte di industrie nazionali (e organizzazioni sindacali dei lavoratori) che si sentono escluse o ridotte
  • Chi paga: le singole nazioni attraverso meccanismi di “coalition of the willing”, data l’impossibilitĂ  politica di coinvolgere tutti
  • Chi sfrutta la frattura: nazioni estere e opposizioni politiche nazionali che puntino a incoraggiare posizioni nazionaliste sulla produzione industriale

Puntare su mancanti oggi forniti da USA

  • Si guadagna: capacitĂ  oggi assenti dalle FFAA europee perchĂ© fornite solo da USA in ambito NATO. Creazione a lungo termine di indipendenza strategica. PossibilitĂ  di “dividersi” le piattaforme perchĂ© sviluppo non cada solo su una
  • Si perde: forti costi iniziali. Tempi lunghi per lo sviluppo e la messa in servizio Tensioni con alleato USA.
  • Chi paga: le singole nazioni attraverso meccanismi di “coalition of the willing”, data l’impossibilitĂ  politica di coinvolgere tutti
  • Chi sfrutta la frattura: nazioni avversarie in caso di conflitto o minaccia durante periodo di tensioni USA-UE che mettano a repentaglio l’impiego di asset NATO dedicati.

Un chicco in piĂą – La posizione dell’Italia


One-shot army
Le Forze Armat italiane sono addestrate ed equipaggiate ma manca la capacitĂ  di rigenerazione rapida delle FFAA in caso di perdite consistenti e la profonditĂ  dei magazzini per sostenere i combattimenti per tempi prolungati

Influenza della propaganda avversaria su costi
La realtà di conflitti prolungati ad alta intensità viene sfruttata da potenze avversarie per instillare dubbi circa l’opportunità di affrontare costi relativi a un’evoluzione industriale e politica dell’approccio alla difesa.

Cultura della difesa
Scarsa comprensione dei principi base del conflitto contemporaneo in quanto basato sull’attrito (principi, fondamenti, dinamiche, dibattito, conseguenze sulla popolazione) da parte dell’opinione pubblica. La sua mancanza riduce la resilienza nazionale a crisi esterne, la capacità di rigenerazione delle FFAA e delegittima la politica industriale della Difesa.


Gli autori

Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

Emiliano Battisti

Consulente per la comunicazione per un’azienda spaziale, sono Vicepresidente e Direttore della comunicazione dell’APS Il Caffè Geopolitico e Coordinatore del desk Nord America. Ho pubblicato il libro “Storie Spaziali”.

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