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    In breve

    • A seguito dei risultati delle elezioni del 9 agosto, la comunità internazionale si è divisa tra il supporto a Presidente Lukashenko e il supporto alla leader dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaya.
    • UE e USA hanno condannato il regime e premono per nuove elezioni, cercando di non trasformare la crisi in una “nuova Ucraina”.
    • Tra i Paesi sostenitori di Lukashenko, soprattutto Russia e Cina, prevale la lettura geopolitica delle richieste occidentali.

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    In 3 sorsi L’emergenza in Bielorussia non accenna a mitigarsi. Dopo le elezioni del 9 agosto, la crisi politica innescata dalla contestata vittoria del Presidente Lukashenko, al potere dal 1994, sta assumendo dei contorni differenti a seconda della posizione degli attori coinvolti nella disputa.

    1. IL CONFRONTO INTERNO

    Il confronto interno in Bielorussia è tra il Presidente Lukashenko e la candidata alle presidenziali Svetlana Tikhanovskaya. Quello internazionale è tra la Russia e i Paesi che appoggiano “l’ultimo dittatore d’Europa” e i Paesi che appoggiano la richiesta di elezione libere della Tikhanovskaya – gli USA e l’Unione Europea. La crisi politica investe essenzialmente due punti. Il primo riguarda le elezioni, che secondo l’opposizione non si sono svolte democraticamente, mentre Lukashenko, uscito vincitore con l’80% dei voti, ha ribadito più volte di considerare la votazione legittima e di non essere disposto al dialogo con esponenti dell’opposizione “manovrati dall’Occidente”. Il secondo è inerente alle proteste in piazza, che hanno seguito le elezioni e che sono state duramente represse con detenzioni arbitrarie e abusi.

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    Fig. 1 – Manifestazione a Minsk a sostegno di Maria Kolesnikova, leader dell’opposizione arrestata recentemente al confine con l’Ucraina, 9 settembre 2020

    2. LA CONDANNA DEGLI ABUSI

    L’Unione Europea e gli USA finora non sono andati oltre la condanna degli abusi e l’appoggio a Svetlana Tikhanovskaya nel chiedere l’organizzazione di nuove elezioni. I membri dell’UE che più da vicino seguono gli eventi sono i Paesi baltici, che hanno imposto sanzioni a 30 membri del Governo di Minsk. Il problema dei Paesi occidentali e degli USA è evitare che la crisi sfoci in una situazione simile a quella dall’Ucraina, una possibilità che potrebbe realizzarsi se ci fosse uno muro contro muro con la Russia. A causa di questo timore è stato suggerito dall’ex Primo Ministro svedese Carl Bildt che la crisi venga risolta in maniera analoga a quella in Armenia del 2018, che si è conclusa con la formazione di un nuovo Governo, senza avere pericolosi risvolti internazionali. Anche l’azione politica americana si è fermata a una semplice condanna delle repressioni per non cercare di compromettere ancora di più le relazioni con la Russia. L’unica mossa veramente mirata a cambiare la situazione è giunta dall’OSCE, nella persona del premier albanese Edi Rama, che quest’anno ne esercita la Presidenza. Rama ha dichiarato che l’OSCE è pronta a facilitare il dialogo tra le parti per porre fine agli abusi, senza però intervenire nelle questioni di politica interna del Paese. In questo stallo Svetlana Tikhanoskaya, rifugiatasi all’inizio della crisi in Lituania, ha incontrato diversi esponenti politici europei e ha tenuto due videoconferenze con il Parlamento Europeo e con le Nazioni Unite, chiedendo il loro intervento per fermare le repressioni.

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    Fig. 2 – Lukashenko (a destra) insieme al Primo Ministro russo Mikhail Mishustin, 3 settembre 2020

    3. LA QUESTIONE GEOPOLITICA

    Le critiche e le condanne piovute sul regime sono state lette dai Paesi che riconoscono la vittoria di Lukashenko in chiave geopolitica. Lukashenko per mantenersi al potere ha messo da parte la tipica linea dei regimi autoritari post-sovietici – la “politica multivettoriale”- e si è avvicinato alla Russia, che dopo un periodo di attesa nello sviluppo della crisi si è dichiarata pronta ad aiutare la Bielorussia e ha riconosciuto la validità delle elezioni. Il 2 settembre si sono incontrati i Ministri degli Esteri russo e bielorusso, Lavrov e Mikey, mentre il giorno successivo Lukashenko ha visto il premier russo Mishustin, ufficialmente per discutere i legami economici ed energetici tra i due Paesi, ma il significato di questi due vertici al momento è rinsaldare le relazioni tra i due Stati. In questa situazione Mosca ha un alleato nell’appoggiare Lukashenko: la Cina. Per Pechino la stabilità del Paese è fondamentale per il funzionamento del corridoio terrestre della Belt and Road Initiative (BRI) e ha già investito ingenti capitali in Bielorussia, che ha una posizione geoeconomica importante anche per le esportazioni dell’UE. Per il regime bielorusso adesso diventano importanti le strutture internazionali createsi nel mondo post-sovietico, prima fra tutte l’Unione Economica Eurasiatica, che in caso di diminuzione del flusso economico con l’UE potrà rivelarsi una valvola di sfogo, seppur molto limitata, per l’economia del Paese, oltre a essere composta da Stati che riconoscono l’elezione di Lukashenko. La reazione del Governo bielorusso ha anche toccato la Chiesa cattolica, che si è schierata con in manifestanti, mentre la Chiesa ortodossa russa si è congratulata con il Presidente per la vittoria e ha sostituito il primate di Bielorussia, il Vescovo di Minsk Pavel, per le critiche rivolte al regime.

    Cosimo Graziani

    Photo by Artem Podrez is licensed under CC0

    Cosimo Graziani
    Cosimo Graziani

    International Master in Eurasian Studies presso l’Università di Glasgow e l’Università di Tartu in Estonia. La mia area di interesse riguarda la politica estera dei paesi dell’Asia Centrale, per questo durante il mio master ho trascorso anche un semestre in Kazakistan. Tifoso bianconero, se non parlo di politica mi piace parlare di storia e leggere libri.

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