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    Una crisi emblematica – 2

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    Ecco la seconda parte del nostro viaggio in Costa D'Avorio, uno dei Paesi potenzialmente più ricchi dell'Africa il cui sviluppo è stato frenato dalla instabilità istituzionale. Presentiamo la figura di Laurent Gbagbo, il Presidente che, dopo aver perso le ultime elezioni, per mesi si è rifiutato di lasciare il potere. Ripercorriamo infine le ultime tappe che portano fino agli eventi degli ultimi giorni

    UN PROCESSO ELETTORALE INFINITO –  Nel frattempo, il mandato di Gbagbo, scaduto nel 2005, era stato prolungato da una risoluzione ONU sino al momento della tenuta di nuove elezioni. La risoluzione crea anche l’ONUCI, contingente dicaschi blu schierato per vigilare il cessate il fuoco. Le Nazioni Unite sono anche incaricate di “certificare” il risultato elettorale, una funzione chiave nello sviluppo della crisi.

    Dal 2007 al 2010 le elezioni sono rinviate infinite volte, a causa del prolungarsi delle operazioni di censimento, rese estremamente complicate dalla carenza di uffici dello stato civile nel nord del paese, dalla distruzione di molti di essi, dalla pratica divisione in due del paese che rende complessa l’obiettività del processo di ricostituzione di tali registri, premessa per la successiva iscrizione nei registri elettorali.

    L’operazione va avanti lentamente, per l’esasperazione sia della comunità internazionale, che finanzia il tutto, compresa una carissima informatizzazione di tutto il processo che ha come obiettivo quello di ricostruire su basi durature lo stato civile del paese che di una popolazione che stenta a capire i tecnicismi d’un processo divenuto bizantino. Il presidente Gbagbo pare non preoccuparsi troppo dei ritardo, installato comodamente com’è al potere e in pieno controllo delle maggiori fonti di divise del paese, situate nel sud. Il suo obiettivo era che si votasse solo quando la lista fosse stata sufficientemente depurata da tutti i casi sospetti di nordisti in modo tale da garantirgli la rielezione.

    FINALMENTE SI VOTA – Dopo l’ennesimo blocco al processo, il presidente della CENI, inviso a Gbagbo, viene destituito. Si giunge finalmente al voto con una lista accettata dai tre principali candidati (Gbagbo, Ouattara, Bédié). Al primo turno prevalgono i primi due candidati (38 e 32%), con Bédié (25%) che invita i suoi elettori a votare Ouattara al secondo turno.

    Diverse le cattive notizie del primo turno per Gbagbo: non solo i voti ottenuti sono meno di quelli che lui prevedesse, ma oltre alla scelta di Bédié, prevista, si rivelano delle tendenze elettorali che non seguono le divisioni etniche, scaricando quindi l’arma della retorica di Gbagbo.

    Per il secondo turno, Gbagbo punterà su un’altro argomento, che userà anche nel dopo – elezioni: si presenterà come il difensore dell’africanità contro un Ouattara venduto ai bianchi (sposato con una francese, a lungo residente all’estero e in buoni rapporti con la comunità finanziaria internazionale). È questo un motivo sempre elettoralmente forte in Africa, usato specialmente da presidenti di lunga data a corto d’altri argomenti (la sua massima espressione ne è Mugabe, ma molti altri l’hanno usata in simili circostanze, lo stesso “re dei re africani” Gheddafi ci ha vissuto per anni).

    UN PERIODO POST–ELETTORALE CONFUSO – Le elezioni andranno in un altro modo: al secondo turno s’impone Ouattara. Così lo proclama la CENI, e lo certificano le Nazioni Unite e le varie misisoni d’osservazione elettorale internazionali, compresa quella dell’UE. Gbagbo, che non aveva mai pensato di poter perdere (da antico oppositore al regime personalista di Houphouët, si era trasformato nel tipico presidente africano convinto d’avere il diritto – dovere di governare sino alla morte), viene preso alla sprovvista e forza il Tribunale Costituzionale, formato da fedelissimi, a rovesciare il risultato elettorale sulla base dell’annulamento selettivo del voto in intere sezioni elettorali del nord. Il tutto viene fatto senza il minimo elemento probante e senza nemmeno seguire i procedimenti previsti dalla legge. La proclamazione della rielezione di Gbagbo è una farsa ma, a differenza di simili farse successe in passato in Africa, non è accettata dalla comunità internazionale che riconosce praticamente in toto Ouattara come presidente legittimo.

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    UNA MEDIAZIONE IMPOSSIBILE – I differenti sforzi di mediazione dell’Unione Africana e le minacce d’intervento militare della CEDEAO, l’organizzazione regionale cui appartiene la Costa d’Avorio, non hanno sortito effetto alcuno su Gbagbo, rinchiuso nel suo palazzo in preda ad autismo e ai suoi proclami di guerra contro il mondo.

    Ouattara, presidente riconosciuto del paese, nomina un governo (diretto da Soro) rinchiuso nell’Hotel Golf di Abidjan, cui si limita la sua giurisdizione e protetto dalle forze ONUCI.

    Finchè Gbagbo riesce a mentenere accesso ad alcuni conti bancari statali può tenersi fedele l’esercito. Gli eventi nel Nordafrica distraggono l’attenzione internazionale da Abidjan, facendo sperare a Gbagbo di potercela fare. Lui perde tempo, ma il congelamento dei conto ivoriani alla banca centrale regionale (BECEAO) e l’embargo internazionale sul commercio ivoriano strangolano Gbagbo.

    LE LEZIONI DELLA CRISI – La comunità internazionale ha fatto bene a appoggiare Ouattara: la sua vittoria elettorale è indiscutibile, e avallare una situazione di fatto avrebbe avuto conseguenze catastrofiche sullo stato della democrazia in Africa, un esercizio ancora in corso. Sicuramente non sarrebbe stata malvista una soluzione consensuale, sulla falsariga dei governi d’unità nazionale creati in Kenya e Zimbabwe per risolvere le crisi elettorali del 2007 e del 2008 rispettivamente. Ma quei governi sono asfittici e non governano, in preda a contraddizioni di fondo. È senz’altro preferibile assecondare l’idea che il risultato delle elezioni si rispetta, un concetto non ancora del tutto acquisito nel continente africano.

    In questo la soluzione delle crisi ivoriana rappresenta un passo avanti, anche se purtroppo non è stato possibile evitare che la situazione si sbloccasse mediante l’offensiva militare delle Forces Nouvelles e l’intervento, su risoluzione ONU, del contingente francese.

    L’alternativa sarebbe stata una nuova sanguinosa guerra civile e la delegittimazione della democrazia elettorale in Africa.

    IL FUTURO DELLA COSTA D’AVORIO – Ovviamente, la crisi ivoriana, così prolungata nel tempo, ha avuto effetti disatrosi sull’economia nazionale, e ci vorrà tempo per superare le ferite di tale conflitto. Gbagbo verrà giudicato in patria, e sarà necessario vigilare sulla correttezza di tale processo. Oggi come oggi pare difficile una soluzione di compromesso tra parti profondamente divise.

    La crisi ivoriana è emblematica delle difficoltà che affronta la democrazia per affermarsi in Africa, tra cultura tribale, gestione personale del potere, debolezza delle strutture statali e retorica populista ”anti bianca”. Il vero problema rimane il modo in cui gli uomini di stato gestiscono il potere, spesso a uso esclusivo del loro clan. Il vantaggio della Costa d’Avorio è la ricchezza del paese, che può rilanciarla rapidamente se usata in modo trasparente.

    È questa la grande sfida di Alassane Outtara, divenuto finalmente presidente diciott’anni dopo la morte di Houphouët. Rilanciare il paese mediante una gestione finalmente democratica e ricostruire la concordia nazionale perduta.

    La crisi ivoriana è stata tutto fourchè una delle qualsiasi indecifrabili crisi africane: è stato un momento di svolta che può marcare in positivo il futuro della democrazia africana.

    Stefano Gatto

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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