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venerdì 7 Maggio 2021

E-waste in Africa, vecchio malanno o nuovo Eldorado?

In breve

  • Il riciclaggio dei rifiuti elettrici non sta andando di pari passo con l’esponenziale produzione di e-waste a livello globale.
  • Alcuni studiosi africani accusano l’Occidente di razzismo ambientale nei confronti dell’Africa, considerando le tonnellate di apparecchi non funzionanti esportate nel Continente ogni anno.
  • In Africa lo smaltimento dei rifiuti tossici è debolmente regolamentato ed è causa di malattie e degradazione ambientale.
  • L’economia circolare potrebbe risolvere la problematiche dell’e-waste nel Continente, approccio sostenuto fortemente anche dall’Unione Europea.

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Analisi La questione riguardante lo smaltimento e il riciclo dell’e-waste rappresenta un tema cruciale a Nord e a Sud del mondo, viste le gravi conseguenze che una mala gestione di questi rifiuti provoca sull’uomo e sull’ambiente. Il potenziale economico da 55 miliardi di euro dell’e-waste è certamente un aspetto sul quale riflettere per aprire le porte del cambiamento.

1. E-WASTE A TONNELLATE

Secondo il report rilasciato dal Global E-waste Monitor delle Nazioni Unite nel 2020, il peso del consumo mondiale di apparecchi elettrici ed elettronici (esclusi i pannelli fotovoltaici) aumenta ogni anno di 2,5 tonnellate, frutto dei sempre più ampi processi di urbanizzazione e industrializzazione e di una crescente disponibilità economica a livello globale. Quando i consumatori decidono di disfarsi dei propri device o elettrodomestici senza l’intento di riutilizzarli, questi diventano e-waste (rifiuti elettrici ed elettronici, per l’appunto): nel 2019 ne sono state prodotte 53,6 tonnellate, circa 7,3 chili a persona, con una crescita di 2 tonnellate all’anno dal 2014. Nonostante sul podio si trovino in questo ordine l’Asia (25 milioni), gli Stati Uniti (13,1 milioni) e l’Europa (12 milioni) per tonnellate totali di e-waste prodotto, è bene ricordare che, considerando invece la quantità pro capite come unità di misura, l’Europa ricopre il primo posto con 16,2 chili a persona. Alla luce della pericolosità dei metalli tossici per l’ambiente e per l’uomo contenuti in questo tipo di rifiuti (vedi, fra gli altri, piombo, mercurio e cadmio) sono ormai diventati cruciali la ricerca e l’avviamento di un corretto ciclo di smaltimento e riciclaggio, motivo per il quale sempre più Paesi hanno adottato regolamentazioni in merito a livello nazionale (da 61 Paesi nel 2014 a 78 Paesi nel 2019). Il concetto di “corretto ciclo di smaltimento e riciclaggio” non deve far pensare a una questione puramente legata alla qualità della gestione dei rifiuti, ma anche alle quantità e alle tempistiche. Il fatto che nel 2019 solo il 17% dei rifiuti elettronici ed elettrici sia stato raccolto e riciclato correttamente (con una crescita annua di 0,4 tonnellate riciclate dal 2014), mentre la restante parte continua a essere catalogata come “non documentata” e “incerta”, è un chiaro segnale di come le attività di riciclaggio non stiano andando al passo con l’esuberante crescita globale di e-waste (si stima che entro il 2050 la produzione globale raggiungerà un totale di 120 milioni di tonnellate all’anno).

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Fig. 1 – Un’immagine dalla discarica di materiale elettronico ad Agbogbloshie, sobborgo di Accra, in Ghana

2. ‘J’ACCUSE’ DALL’AFRICA

Che fine fa, quindi, il rimanente 82% di rifiuti elettronici non documentato? Nella loro ultima pubblicazione i ricercatori africani Ifesinachi Okafor-Yarwood e Ibukun Jacob Adewumi accusano le compagnie occidentali (principalmente europee e americane) di aver reso il Golfo di Guinea una discarica a cielo aperto per i loro rifiuti tossici. Ogni anno Paesi come Nigeria, Ghana e Costa d’Avorio accolgono – spesso illegalmente – tonnellate di e-waste prodotto oltreoceano, chiara manifestazione, secondo i due autori, di un grave razzismo ambientale da parte dei Paesi sviluppati nei confronti del continente africano. Come si è arrivati a questo punto? A livello internazionale esiste un’unica regolamentazione in materia di movimenti oltre frontiera di rifiuti pericolosi, la Convenzione di Basilea, la quale, entrata in vigore nel 1992 e firmata da 187 Paesi, vieta il trasferimento tra Paesi di rifiuti tossici, tra cui gli apparecchi elettronici non funzionanti. Il cuore del problema, infatti, riguarda proprio questa parte non funzionante di e-waste: ritenendo troppo oneroso il trattamento dei rifiuti elettrici nel rispetto delle leggi nei Paesi sviluppati, alcune compagnie preferiscono farli migrare in Paesi dove queste leggi non esistono e dove i cicli di smaltimento costano meno (in Africa per l’appunto), contravvenendo così alla Convenzione di Basilea. È sufficiente presentarli come prodotti non vendibili o riutilizzabili per eludere il non adeguato controllo fornito dalle Istituzioni africane, nonostante l’impegno preso dalla stessa Unione Africana con la Convenzione di Bamako, che proibisce l’importazione di rifiuti tossici nell’intero continente africano. Come considerare, poi, tutti gli apparecchi elettronici già impiegati a lungo in Europa o negli Stati Uniti che, una volta arrivati in Africa, sono utilizzabili solamente qualche settimana o qualche mese per poi finire in discarica? È corretto inserirli nelle statistiche sui rifiuti elettronici prodotti localmente o sarebbe meglio considerarli di importazione? La complessità che avvolge la questione rende difficile riuscire a stimare il fenomeno, ma il problema esiste eccome, tanto da spingere i due studiosi africani a richiedere alle Nazioni Unite che lo scarico di rifiuti pericolosi venga riconosciuto come una violazione dei diritti umani.

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Fig. 2 – Un uomo brucia dei rifiuti elettronici nella discarica di Agbogbloshie

3. GHANA E NIGERIA: PATTUMIERE DELL’OCCIDENTE

L’Environmental Programme delle Nazioni Unite indica Ghana e Nigeria come le principali destinazioni dell’e-waste “occidentale” (insieme, i due Paesi ne accolgono più di 100 tonnellate all’anno), la cui parte non funzionante finisce nelle due più grandi discariche elettroniche del mondo, rispettivamente Agbogbloshie e Olusosun, andandosi a sommare ai rifiuti prodotti localmente. In queste immense aree vivono e lavorano migliaia di persone (più di 100mila in Nigeria fra uomini, donne e bambini), che trovano nell’e-waste una fonte di sostentamento: ogni giorno smontano manualmente le componenti meccaniche ed elettroniche di cellulari, computer ed elettrodomestici di qualsiasi genere, bruciandone gli involucri di plastica per rivenderle separatamente o per montarle su altri apparecchi. Queste attività, come anche la combustione di cavi elettrici per l’estrazione del rame, rilasciano grosse quantità di fiumi tossici nell’ambiente circostante che, oltre ad avvelenare l’aria, si depositano sul terreno, sui corsi d’acqua e sulle coltivazioni nelle vicinanze delle discariche, danneggiando così anche la qualità del cibo in vendita al mercato. L’Agenzia non governativa Basel Action Network, impegnata nel controllo sulle esportazioni di rifiuti tossici, rivela che in un solo uovo di gallina fra quelle allevate attorno ad Agbogbloshie sarebbero presenti 220 volte più diossine rispetto alla quantità massima tollerabile, accusando l’e-waste europeo di avvelenare le filiere agroalimentari africane. Le attività di combustione nelle discariche hanno, poi, evidenti ripercussioni sulla salute umana: preoccupanti quantità di piombo, alluminio e rame sono periodicamente rilevati nel sangue, nelle urine e nel latte materno degli abitanti del luogo, lasciando terreno fertile al rischio di contrarre tumori. La mancanza di consapevolezza e di legislazioni a difesa dell’ambiente unita alle limitate risorse finanziarie dei Paesi in questione rende la gestione dei rifiuti elettronici una sfida di primo piano per l’Africa, non superabile con la semplice demolizione delle discariche. In questo modo si sposterebbe il problema altrove senza risolverlo, rischiando che ne nascano tante altre e più piccole sparse per il territorio, quando in realtà la soluzione è potenzialmente più vicina di quanto si pensi.

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Fig. 3 – Uomini a lavoro nella discarica di Agbogbloshie

4. RIFIUTI DAL POTENZIALE D’ORO

Lo scenario che circonda l’esportazione di e-waste verso l’Africa non è fatto solamente di ombre e di attività illegali. È grazie al mercato legale dell’usato che una parte della popolazione africana può avere accesso alla tecnologia, a competenze tecniche e know-how altrimenti difficili da reperire. Gli stessi scarti elettronici potrebbero essere una risorsa preziosa se si considera che, come dimostrato dall’ultimo rapporto dell’Università delle Nazioni Unite, l’e-waste prodotto nel 2014 conterrebbe l’equivalente di 48 miliardi di euro in plastiche e metalli preziosi, tra cui 300 tonnellate di oro: è stato, infatti, stimato che si trovi oro cento volte di più in una tonnellata di e-waste che non in un tonnellata di oro grezzo. L’estrazione di metalli preziosi e minerali andrebbe a sostituire le attività di combustione, contribuendo a creare un’economia circolare nel totale rispetto della sostenibilità. In primo luogo l’estrazione delle risorse dai rifiuti elettrici ed elettronici produrrebbe meno anidride carbonica rispetto alle attuali attività minerarie. I materiali grezzi verrebbero poi venduti – legalmente – alle compagnie per essere riutilizzati su altri apparecchi, estendendo così il ciclo di vita dei prodotti. In secondo luogo questo approccio creerebbe posti di lavoro, ridurrebbe i rischi derivanti da attività pericolose e contribuirebbe a combattere il mercato nero locale dell’e-waste. Se da un lato l’Unione Europea ha definito l’economia circolare un pilastro fondamentale del nuovo Green Deal europeo, ritenendo lo smaltimento sostenibile dei rifiuti un fattore chiave per un’efficace strategia green, dall’altro anche i Paesi africani stanno cercando di rispondere alla sfida. In Ghana il Governo ha approvato l’Hazardous and Electronic Waste Control and Management Act, che obbliga le compagnie straniere a registrarsi all’Agenzia ghanese per la protezione dell’ambiente e a pagare una “tassa ambientale” per i materiali importati. Inoltre è iniziata a ottobre 2018 la costruzione di una struttura dedicata al riciclo sostenibile dell’e-waste con l’intento di creare più di 22mila posti di lavoro. Il Governo nigeriano ha, invece, annunciato un’iniziativa da 15 milioni di dollari in collaborazione con le Nazioni Unite per cogliere le opportunità offerte dall’economia circolare. Primi passi verso una maggiore consapevolezza che dovrebbero essere sostenuti e condivisi anche dal Nord del mondo per far si che questa non venga percepita come l’ennesima questione (solo) africana – e chissà che il Green Deal non sia la risposta che l’Africa si aspetta.

Francesca Carlotta Brusa

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Francesca Carlotta Brusa
Francesca Carlotta Brusa

Francesca Carlotta Brusa, 24 anni, da Imola, Emilia-Romagna. Giovane laureata in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli a Roma, curiosa lettrice di geopolitica e appassionata di tematiche riguardanti l’agricoltura e lo sviluppo rurale. Amante dell’Africa, del cibo, dei cani e delle passeggiate, ma anche di un sacco di altre cose, fra cui gli Avengers e i libri che si basano su fatti realmente accaduti.

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