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    L’India e la crisi nello Yemen

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    La drammatica crisi nello Yemen sta costringendo l’India a rivedere le proprie ambizioni nell’Oceano Indiano, svelando sopratutto la debolezza diplomatico-militare di New Delhi nell’area della penisola arabica. Breve analisi degli interessi strategici indiani nello Yemen e dell’improvvisata reazione del Governo Modi alla campagna militare dell’Arabia Saudita contro gli Houthi.

    OPERAZIONE RAHAT – Nei giorni scorsi le forze congiunte della Marina e dell’Aviazione indiane hanno condotto una delle più lunghe e difficili operazioni della loro storia, evacuando oltre 4 mila cittadini indiani dalle principali città dello Yemen. Soprannominata “Operazione Rahat”, tale iniziativa militare è stata decisa dal Governo di Narendra Modi in reazione alla pesante campagna di bombardamenti aerei lanciati dall’Arabia Saudita contro i ribelli Houthi, in procinto di strappare il porto di Aden alle forze del Presidente Hadi. Il deterioramento della situazione in Yemen ha infatti messo a rischio l’incolumità della folta comunità indiana residente nel Paese arabo, costringendo le Autorità di New Delhi ad attivarsi rapidamente per l’evacuazione dei propri cittadini. La Marina ha schierato tre navi da guerra (Tarkash, Mumbai e Sumitra) per tale operazione, mentre l’Aviazione ha fornito velivoli da trasporto C-17 Globemaster III per coprire Sana’a e gli altri centri abitati dell’entroterra yemenita. Anche la compagnia di bandiera Air India è stata coinvolta nell’iniziativa, in modo da fornire ulteriore supporto aereo alle unità militari impiegate in zona.

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    Fig. 2 – Cittadini indiani evacuati dallo Yemen arrivano all’aeroporto di New Delhi

    Iniziate a rilento il 30 Marzo, le operazioni di evacuazione sono continuate per tutta la prima settimana di Aprile, stabilendo un vero e proprio ponte aeronavale tra lo Yemen e Gibuti, da dove i profughi sono stati poi gradualmente ridiretti verso l’India. Nonostante difficoltà e contrattempi, l’imbarco degli evacuati nei porti di Aden e Al Hudaydah è avvenuto abbastanza tranquillamente, grazie anche alla tacita collaborazione degli Houthi, mentre aerei militari e civili sono decollati regolarmente dall’aeroporto di Sana’a carichi di residenti indiani provenienti dal nord del Paese. Il successo dell’Operazione Rahat è stato così vistoso da spingere molte nazioni (Canada e Stati Uniti inclusi) ad affidare l’evacuazione dei propri cittadini alle Autorità indiane, come confermato ufficialmente via Twitter dal Ministro degli Esteri Sushma Swaraj. A missione conclusa, Marina e Aviazione indiane hanno quindi evacuato in sostanziale sicurezza più di 5 mila persone dallo Yemen, scatenando un’autentica ondata di orgoglio patriottico sui media nazionali. Lo stesso Modi non ha nascosto la propria soddisfazione per il pieno successo dell’evacuazione, lodando a più riprese il comportamento esemplare dei militari coinvolti nell’operazione.

    IMPROVVISAZIONE E DEBOLEZZA – Non stupisce quindi che diversi osservatori internazionali abbiano visto l’Operazione Rahat come una spettacolare affermazione diplomatico-militare dell’India nell’Oceano Indiano, dando rinnovato vigore alle ambizioni geopolitiche di New Delhi in tale regione. In realtà, l’intera vicenda ha costretto il Governo Modi a ripensare seriamente le proprie pretese nell’area, svelando soprattutto i limiti e le debolezze della potenza indiana sull’importante scacchiere mediorientale. Anzitutto, lo schieramento di unità navali e aeree nello Yemen è stato condotto in modo frettoloso e improvvisato, col risultato di imporre pesanti e rischiosi ritardi nelle procedure di evacuazione. Per diversi giorni non c’è stato alcun coordinamento con le Autorità di Gibuti, principale punto di approdo per i profughi, e solo l’intervento diretto dell’ex generale V.K. Singh, controversa figura minore del Ministero degli Esteri, ha consentito una proficua collaborazione con il Governo locale. Non c’è stato addirittura nessun accordo preliminare con l’Arabia Saudita per una sospensione temporanea dei bombardamenti aerei durante l’evacuazione e solo dopo l’annuncio ufficiale dell’Operazione Rahat Modi e Swaraj si sono attivati per convincere il Governo di Riyadh ad aprire un corridoio aereo verso Sana’a, incontrando parecchie resistenze. Infine, l’Ambasciata indiana in Yemen non è riuscita a proteggere adeguatamente i diritti dei propri connazionali, anche per via del numero esiguo del proprio personale (10 addetti in tutto). Nonostante gli sforzi eroici dell’Ambasciatore Amrit Iugun, molte famiglie indiane residenti a Aden o a Sana’a si sono infatti ritrovate senza passaporti, sequestrati arbitrariamente dalle Autorità yemenite e hanno dovuto raggiungere i luoghi d’imbarco con mezzi di fortuna, senza alcuna assistenza da parte del proprio Governo.

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    Fig. 3 – L’ex generale V.K. Singh, tra i principali protagonisti dell’Operazione Rahat

    L’Operazione Rahat si è quindi sviluppata in modo relativamente caotico e disordinato, mettendo a dura prova i meccanismi di intervento all’estero della diplomazia e delle Forze Armate indiane. Voci critiche hanno subito paragonato sfavorevolmente i ritardi dei soccorsi indiani con la sorprendente rapidità di quelli cinesi, effettuati da una piccola ma efficiente task force navale. Grazie ad un’attenta pianificazione preventiva, la Marina cinese ha infatti dislocato velocemente le proprie unità nell’Oceano Indiano a sostegno dell’evacuazione dei propri connazionali dallo Yemen, mettendo in salvo circa un migliaio di persone in meno di quattro giorni. Al contrario, la Marina indiana ha faticato a trovare sufficienti unità per le proprie operazioni di evacuazione, dovendo persino affittare una nave da trasporto privata all’ultimo minuto, mentre i velivoli dell’Air India sono rimasti bloccati in Oman per parecchie ore, in attesa di avere il consenso saudita per atterrare a Sana’a. Anche se il coraggio e lo spirito d’iniziativa del personale coinvolto hanno garantito il successo finale della missione, sono quindi molti i motivi di insoddisfazione per il Ministero degli Esteri indiano, preoccupato dalle possibili ripercussioni della crisi yemenita sui fragili equilibri della regione mediorientale. Una regione dove vivono circa 7 milioni di indiani, impegnati in settori economici chiave come sanità e trasporti, e dove l’India ha grossi interessi strategici sia in ambito petrolifero che commerciale. Negli anni scorsi la guerra civile in Iraq e il sanguinoso caos della Libia post-Gheddafi avevano già costretto New Delhi a intervenire direttamente per evacuare i propri connazionali da zone a rischio, mostrando diverse delle lacune diplomatiche e militari che si sono viste di recente in Yemen. Una situazione chiaramente intollerabile per una potenza emergente come l’India di Modi, e che ha spinto molti esponenti politici a richiedere a gran voce l’istituzione di una unità di crisi permanente al Ministero degli Esteri per fronteggiare i conflitti locali e garantire il rispetto degli interessi indiani nella regione.

    IN CERCA DI UNA STRATEGIA – La vicenda dello Yemen è particolarmente imbarazzante per le Autorità indiane anche per via dei forti legami storici tra i due Paesi. Parte dell’Impero Britannico sin dal 1839, lo Yemen è stato infatti amministrato direttamente dal Governo coloniale di New Delhi per circa un secolo, ospitando migliaia di soldati, marinai e mercanti provenienti dal subcontinente indiano. In virtù di ciò, l’India è stato uno dei primi Paesi a riconoscere l’indipendenza yemenita negli anni Sessanta, stabilendo relazioni privilegiate soprattutto con l’ex Presidente Ali Abdullah Saleh. Primo Capo di Stato yemenita a visitare New Delhi nel 1983, Saleh ha infatti firmato e patrocinato numerosi accordi di cooperazione e libero scambio tra le due nazioni, sostenendo attivamente il coinvolgimento di aziende e banche indiane nello sviluppo economico dello Yemen. Nel vitale settore petrolifero, per esempio, la presenza di compagnie indiane nel Paese è stata particolarmente massiccia sin dai primi anni Novanta: la Indian Oil Corporation (IOC) importa regolarmente 6 milioni di barili al giorno dai suoi pozzi yemeniti, mentre la Gujarat State Petroleum Corporation (GSPC) ha ottenuto di recente due promettenti aree di esplorazione nel deserto di Ramlat al-Sab’atayn. Inoltre, il Governo dello Stato dell’Orissa ha da poco concluso un importante accordo con British Gas per ottenere regolari spedizioni di gas naturale liquefatto (LNG) dallo Yemen, potenziando ulteriormente la propria rete energetica.

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    Fig. 4 – Protesta di studenti yemeniti in India contro i raid aerei sauditi

    Allo stesso tempo, il funzionamento di diversi settori economici dello Yemen dipende strettamente dalla locale comunità indiana, concentrata soprattutto ad Aden e a Sana’a. I servizi sanitari yemeniti, per esempio, sono gestiti in larga misura da personale indiano e anche la tradizionale industria dell’oro dell’Hadhramaut impiega regolarmente immigrati provenienti da Stati indiani come il Kerala o il Tamil Nadu. In virtù di tale forte presenza locale, i rapporti economici tra India e Yemen hanno quindi continuato a crescere anche dopo la caduta di Saleh nel 2011, raggiungendo un interscambio commerciale record di oltre 2 miliardi di dollari nel 2013. Non a caso il Governo Modi era arrivato addirittura a proporre lo scorso Gennaio l’esenzione totale dei prodotti yemeniti dai propri dazi doganali, vista come un aiuto essenziale per il pieno sviluppo dei rapporti economici tra i due Paesi. Una proposta caduta poi nel vuoto a causa del grave deterioramento della situazione politica a Sana’a, culminato nei raid aerei sauditi delle ultime settimane.

    La guerra in Yemen mette dunque a rischio una serie di significativi interessi economici per l’India, e l’impotenza di New Delhi nel prevenire tale crisi è stata oggetto di numerosi dibattiti all’interno del Governo Modi. Anche il possibile coinvolgimento del Pakistan nella coalizione anti-Houthi ha innervosito parecchio il Ministero degli Esteri indiano, colto letteralmente in contropiede dal drammatico susseguirsi degli avvenimenti. Parzialmente riscattata dal successo dell’Operazione Rahat, New Delhi cerca ora una strategia per difendere più efficacemente i propri interessi nella Penisola arabica e nell’area del Golfo Persico, evitando il ripetersi degli errori passati.

    [box type=”shadow” align=”” class=”” width=””] Un chicco in più

    Nella città indiana di Hyderabad esiste una piccola, ma vivace diaspora yemenita. Molti dei suoi membri appartengono alla comunità Chaush, originaria dell’Hadhramaut, che un tempo prestava servizio militare per la locale dinastia degli Asaf Jahi. Differenti per cultura e tradizioni dagli altri musulmani indiani, i Chaush sono anche famosi per la loro cucina di chiara derivazione araba. Vivono principalmente nel quartiere di Barkas, conosciuto anche come la “Little Arabia” di Hyderabad. [/box]

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    Simone Pelizza
    Simone Pelizzahttp://independent.academia.edu/simonepelizza

    Piemontese doc, mi sono laureato in Storia all’Università Cattolica di Milano e ho poi proseguito gli studi in Gran Bretagna. Dal 2014 faccio parte de Il Caffè Geopolitico dove mi occupo principalmente di Asia e Russia, aree al centro dei miei interessi da diversi anni.
    Nel tempo libero leggo, bevo caffè (ovviamente) e faccio lunghe passeggiate. Sogno di andare in Giappone e spero di realizzare presto tale proposito. Nel frattempo ho avuto modo di conoscere e apprezzare la Cina, che ho visitato recentemente per lavoro.

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