utenti ip tracking
venerdì 27 Novembre 2020
More

    Speciale COVID-19

    Che cosa succede in Portogallo?

    In 3 sorsi - Tra aumento dei casi di Covid-19, elezioni...

    Covid e tribù dominano le elezioni in Giordania

    In 3 sorsi - Le elezioni parlamentari in Giordania non hanno...

    Il rapporto franco-tedesco a seguito della pandemia

    In 3 sorsi - A seguito della pandemia la Germania sta...

    Stop al virus della disinformazione

    La pandemia ha offerto nuove opportunità ai gruppi criminali? Decisamente tante,...

    Sicurezza prima di tutto

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 6 min.

    Il Giro del Mondo in 30 Caffè 2013 – L’iniziale entusiasmo per la liberazione dal regime di Gheddafi durato ben 45 anni ha lasciato il posto a paura e caos nel paese. A causa del vuoto istituzionale lasciato dalla politica dittatoriale del colonnello, il paese non ha né istituzioni né una costituzione sui quale basare la ricostruzione del paese. Inoltre la politica incerta e frazionaria del Consiglio nazionale di transizione e la presenza di violenti gruppi di estremisti hanno rallentato, se non bloccato, la democratizzazione e la ripresa economica del paese

     

    UN INCERTO CONSIGLIO NAZIONALE DI TRANSIZIONESin dall’inizio del conflitto il Consiglio nazionale di transizione ha cercato di promuovere una pacifica transizione politica, di normalizzare la situazione economica e di riformare il paese con scarsi risultati. I forti conflitti nelle regioni Tripolitana e Cirenaica hanno reso impossibile l’insinuarsi di un governo stabile: il primo ministro eletto Mustafa Abushagur, infatti, è stato costretto a dare le dimissioni a causa della mancanza di voto di fiducia da parte del Congresso nazionale, il quale si è rifiutato di dargli fiducia poiché nelle liste presentate non vi era alcuna rappresentanza di politici della regione Cirenaica. Sebbene un nuovo primo ministro, Ali Zidan, sia stato eletto, la frammentazione interna del consiglio rende impossibile prendere decisioni concise e quindi l’instaurarsi di un governo stabile.

     

    UN PAESE NELLE MANI DEI RIBELLI – Senza una autorità centrale ovviamente vengono a mancare non solo i mezzi necessari per ricostruire il paese, ma sopratutto quelli per controllarlo. Non c’è da sorprendersi, quindi, che dopo un anno dalla rivoluzione il paese sia dominato dalla presenza di gruppi di ribelli armati, i quali si sono resi testimoni di violazioni di diritti umani e di numerosi atti di violenza, destabilizzando ulteriormente il paese. Anche tra i gruppi di ribelli le rivalità regionali sono causa di atti di violenza: alcuni ribelli della regione Cirenaica hanno infatti cercato di bloccare le elezioni tenutesi nel luglio del 2012, mentre altri gruppi a “guardia” di diverse regioni o città tendono a combattersi tra di loro. Inoltre sono presenti anche gruppi di estremisti religiosi, come quello di Ansa Al-Sharia, il quale è sospettato di essere il responsabile dell’attacco terroristico del 11 settembre del 2012 all’ambasciata americana a Bengasi, in cui hanno perso la vita l’ambasciatore Chris J. Stevens e tre suoi collaboratori.

     

    UN POTENZIALE BLOCCATO – La presenza di questi gruppi di ribelli non solo danneggia la democratizzazione del paese, ma anche la ripresa e lo sviluppo economico. Sebbene la produzione petrolifera si sia ripresa alquanto rapidamente con 1.5 milioni b/d, sono gli investimenti esteri ad esseri fondamentali per la ricostruzione del paese. Tuttavia la mancanza di un governo centrale su cui fare affidamento, la sua incapacità di far rispettare la legge e un ambiente non sicuro hanno fatto si che molte compagnie estere in Libia abbiano lasciato il paese, mentre altre sono restie nell’entrarvi, preoccupate sia per la sicurezza dei loro business e sia di quella del loro personale.

     

    UN FILO DI SPERANZA – Il popolo libico ha risposto a questi attacchi di violenza sia con numerose manifestazioni per le strade del paese sia prendendo d’assalto i quartieri generali di alcune milizie, inclusa quella di Ansa al-Sharia. Questa reazione porta un filo di speranza nel paese poiché è indice della volontà del popolo libico di non voler un ulteriore “tiranno”. Come uno dei protestanti ha dichiarato, il popolo libico riconosce e apprezza il ruolo che le milizie hanno avuto nel liberare la Libia, ma adesso devono deporre le armi e lasciar che sia una polizia e un esercito regolare a prendere le redini del paese.

     

    DISOCCUPAZIONE ED EDUCAZIONE – La presenza di numerose milizie armate non è solo dovuto all’inefficienza del governo di imporre il proprio controllo su di esse, ma anche dall’alto tasso di disoccupazione che infligge il paese, la quale è infatti una delle maggiori cause dello scoppio della rivolta del 2011. Sebbene sia difficile ottenere un ufficiale tasso di disoccupazione, alcune fonti riportano un 20.74%, con oltre il 50% di disoccupazione tra i giovani al di sotto dei 20 anni. Le difficoltà economiche che ovviamente ogni guerra porta hanno intensificato, inoltre, il tasso di disoccupazione, con un declino del capitale di investimento e di capitale umano. Parte del problema della disoccupazione libica è dovuta alla dissonanza tra educazione e produttività tra i cittadini. Il sistema educativo infatti, non prepara efficientemente i giovani ad incontrare le domande del mercato del lavoro e senza alcuna prospettiva futura e modo per realizzare se stessi, sono molti quelli che decidono di non abbandonare i gruppi di ribelli, trovando nella loro missione di difendere il paese un senso alla loro vita.

     

    content_1313_2

    UN GOVERNO UNITO– E’ evidente che se il governo vuole riprendere il controllo del paese deve innanzitutto riuscire a trovare una coesione interna. Sebbene sia difficile eliminare secoli di rivalità, un’eguale rappresentazione al governo delle varie realtà regionali è necessaria. A riguardo lo stesso NTC ha dichiarato di essere intenzionato a ricollocare alcuni ministeri fuori Tripoli: a Bengasi risiederanno il ministero del Petrolio e dell’Economia, rendendo la città la capitale economica del paese; il ministero delle Finanze sarà spostato a Misratam mentre quello della cultura a Darna. Il nuovo ministro Zidan ha preso nota dei passati errori dei suoi predecessori e ha aumentato il numero il numero dei membri del governo a 30 , sperando di accontentare tutte i partiti politici e cercando di includervi più rappresentati regionali possibili. Si è anche parlato della possibilità di instaurare nel paese un sistema federale. Tuttavia questa non sembra essere la soluzione migliore da adottare, soprattutto in questo processo di ricostruzione, poiché esso potrebbe rinvigorire la divisione tre le tre regioni e portare ad una possibile guerra civile. Il nuovo governo deve infine riconoscere quali sono i diversi bisogni di ogni regione, ma sopratutto deve ridistribuire risorse ed entrate equamente in tutto il paese, le quali fino a questo momento sono concentrate principalmente nella regione Tripolitana.

     

    IN PRINCIPIO LA SICUREZZA – Un miglioramento e intensificazione del programma di disarmo, demobilitazione e reintegrazione (DDR) dei gruppi di ribelli armati è fondamentale per la Libia.

    L’incapacità del NTC e delle forze militari domestiche di imporre la propria autorità sui ribelli ha dimostrato la necessità di un intervento dinamico della comunità internazionale, sopratutto nella gestione del programma DDR. Un programma DDR di successo dipende fortemente dalla collaborazione delle milizie, della popolazione e del governo locale, per questo motivo le autorità internazionali devono far in modo di fornire in primo luogo incentivi politici ed economici a questi gruppi. E’ sopratutto sulla popolazione che bisogna fare perno: insoddisfatta e impaurita la popolazione affida la propria sicurezza nella mani dei ribelli armati, diventandone così i principali finanziatori e protettori. Una volta ottenuta una loro completa collaborazione sarà possibile indebolire le milizie e avviare un serio e intensivo programma di disarmo. Durante il disarmo le autorità internazionali, in cooperazione con le autorità locali, devono occuparsi di raccogliere, classificare, enumerare, e eventualmente distruggere tutte le armi delle milizie. Una volta che essi sono stati disarmati bisogna passare allo passo successivo che è demobilitazione degli ex-combattenti, ovvero disgregare i vari gruppi armati o semplicemente ridurre il numero dei combattenti in esso. Gli ex-combattenti dovranno poi essere registrati e spostati in centri temporanei di accoglienza. Questi due processi devono essere amministrati principalmente da forze militari sia internazionali in cooperazione con forze locali, mentre per il processo di reintegrazione nella società unità civili sono più consone. Il reintegro dovrà fornire programmi di formazione, grazie ai quali gli ex-combattenti possano apprendere diverse abilità in modo da inserirsi adeguatamente nel mercato del lavoro. In questo contesto un miglioramento del sistema educativo si rivela inoltre un ulteriore provvedimento da apportare. Una educazione efficiente, infatti, non solo fornisce i mezzi necessari per ottenere un posto di lavoro, ma fa anche in modo che i giovani libici rinuncino sia ad un ritorno nelle milizie e sia ad una possibile affiliazione con gruppi di estremisti. In contemporanea al programma DDR, una riforma, rieducazione e addestramento della polizia locale da parte delle forze armate internazionali deve necessariamente essere fornita , così da poter lasciare nelle mani delle autorità indigene la totale responsabilità della sicurezza del territorio.

     

    DALLA SICUREZZA ALLO SVILUPPO – In un ambiente sicuro, con un capitale umano giovane e con le giuste abilità gli investimenti esteri potranno riprendere, garantendo uno sviluppo economico del paese. La Libia deve innanzitutto diversificare la sua economia, la quale fino ad ora dipende prevalentemente dalle entrate petrolifere. Fu proprio a causa di questo tipo di economia che durante il regime di Gheddafi la corruzione toccò apici impensabili corrodendo tutto il sistema burocratico, finanziario e industriale del paese. Secondo una lista redatta dell’organizzazione internazionale Trasparency nel 2011 la Libia si è classificata come 168esimo paese su 183 per alto tassa di corruzione. Politiche di trasparenza devono essere apportate in modo da supportare l’integrazione dell’economia nel mercato globale. Oltre a diversificare la sua economia, essa deve essere liberalizzata, aumentando così la competitività e dando la possibilità di accesso ai vari business locali ad un mercato più ampio. Per la Libia la strada per la democratizzazione e la ripresa economica sembra ancora lunga e tortuosa e le sfide infinite. La Libia non deve essere lasciata sola: una cooperazione tra la comunità internazionale e forze locali è fondamentale per riportare prima di tutto sicurezza nel paese e per poi attuare tutte le riforme politiche ed economiche per la costruzione di una nuova nazione.

     

    Claudia Plantera
    Claudia Plantera

    Con una laurea in giapponese in tasca e tanta voglia di esplorare il mondo, da una piccola città a 5 minuti da Roma mi ritrovo ora a Seoul, dove sto frequentando il mio ultimo semestre magistrale in National Intelligence and Security.

    Mi interesso di tutto ciò che ha che fare con i conflitti non convenzionali dal terrorismo al cyberwarfare, e ho una spiccata passione per le nuove tecnologie.

    Attualmente sono impegnata nella stesura della mia tesi sul ruolo dell’Intelligence nella lotta contro le milizie armate in Libia, tema che unisce la mia passione per il “non convenzionale” ad un recente interesse per il Medio Oriente e il Nord Africa.

    † Claudia ci ha lasciato il 17 Novembre 2013. Ciao Claudia, grazie.

     

    Articolo precedenteCosa sta succedendo in Mali
    Articolo successivoE’ iniziata la ricostruzione

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite

    LASCIA UN COMMENTO

    Inserisci qui il tuo commento
    Inserisci il tuo nome