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    Pirateria somala: reazioni e risultati

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsiLa pirateria somala infesta da anni le acque del Golfo di Aden, destando crescente preoccupazione nella comunità internazionale che ha avviato diverse iniziative navali per contrastarla. Ecco quali effetti hanno sortito.

    1. PIRATERIA IN SOMALIA  Dopo la caduta del regime dittatoriale di Siad Barré, al potere dal 1960 al 1991, la Somalia ha conosciuto un ininterrotto periodo di instabilità politica e lotte interne. In questo contesto anarchico, favorito dalla mancanza di un governo centrale funzionante, la pirateria ha potuto fiorire fino a diventare un vero e proprio business e ad espandere il proprio raggio d’azione per migliaia di chilometri nell’Oceano Indiano. A partire dal 2005 il numero di attacchi è andato progressivamente aumentando, arrivando a minacciare il commercio marittimo nel suo complesso in uno dei bracci di mare più trafficati al mondo. Per cercare di limitare questo fenomeno sono state intraprese diverse strade: la scelta più diffusa, e che finora ha portato ai risultati migliori, è il dislocamento di forze navali con l’incarico di pattugliare le acque al largo delle coste somale.

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    Fig.1 – Il Presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud in visita a una delle navi dell’Operazione Atalanta, 5 Settembre 2013

    2. EU, NATO E NON SOLO  Tra le operazioni ancora attive che coinvolgono più Stati, la prima ad aver visto la luce è stata l’Operazione Atalanta, lanciata dall’European Union Naval Force (EU NAVFOR) nel dicembre del 2008. Il mese successivo un’ulteriore forza multilaterale, stavolta a comando statunitense, la Combined Task Force 151 (CTF-151) raggiunse il Golfo di Aden, autorizzata da 4 diverse Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mentre nell’agosto del 2009 vennero inviate al largo del Corno d’Africa le navi facenti parte dell’Operazione Ocean Shield della NATO, che andavano a sostituire quelle dell’Operazione Allied Protector, terminata poche settimane prima. Tutte queste forze avevano e hanno in comune l’incarico di proteggere le navi cargo del Programma Mondiale Alimentare (PMA o WFP nel suo acronimo inglese) dagli attacchi dei pirati, ma soprattutto di cooperare per garantire la sorveglianza su un braccio di mare ben delimitato, noto come Corridoio di Transito Raccomandato, in cui vengono invitate a passare tutte le navi al fine di garantirne la massima sicurezza. A questo coordinamento di forze si uniscono poi le Marine Militari di altri Stati, principalmente con incarichi di scorta delle navi battenti la loro bandiera, come nel caso di Cina e Russia.

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    Fig.2 – Soldati francesi sorvegliano dei prigionieri sospettati di pirateria

    3. QUALI RISULTATI?  Il numero di attacchi da parte dei pirati al largo delle coste somale è cresciuto continuamente a partire dal 2005 fino al 2012, quando il totale ha subito invece un drastico calo, che si mantiene ancora oggi. La presenza di navi militari impegnate nella sorveglianza, insieme a un miglioramento delle pratiche di condotta da parte delle navi bersaglio, come una maggiore velocità di crociera o la presenza di filo spinato a protezione del ponte, ha sicuramente influito positivamente rendendo più difficile per i pirati portare a termine attacchi di successo. Tuttavia è bene notare come al calo degli attacchi nell’area del Golfo di Aden sia corrisposto un aumento degli attacchi imputabili a pirati somali al largo del Kenya, della Tanzania e delle Seychelles. Senza un’adeguata soluzione dei problemi della Somalia sulla terraferma, tutte le operazioni navali saranno solamente delle cure palliative.

    Andrea Rocco

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    La pirateria somala si distingue da altri tipi di pirateria, come ad esempio quella diffusa nel Sud-est asiatico, per il disinteresse per le merci trasportate dai propri bersagli e per un grado di violenza relativamente basso nei confronti degli equipaggi. Il principale obiettivo dei pirati somali è ottenere un riscatto per le navi catturate, che vengono infatti dirottate con tutti gli uomini a bordo verso porti sicuri. Da lì vengono poi condotte con gli armatori negoziazioni che possono durare anche settimane per stabilire la cifra del riscatto, spesso avvalendosi dei servizi di mediatori professionali.  [/box]

    Foto: EU Naval Force Media and Public Information Office

     

    Andrea Rocco
    Classe 1990, laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi sulle relazioni tra Angola e Cina ho conseguito un Master in African Politics presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra e sto attualmente frequentandone un altro in Chinese Studies presso la Universitat Pompeu Fabra di Barcellona dopo altre esperienze formative in ISPI e SIOI.
    In questa oscillazione tra i miei due grandi interessi ho scoperto il mare: ad oggi mi occupo principalmente di pirateria e delle dinamiche geopolitiche dell’Oceano Indiano.

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