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lunedì 6 Luglio 2020
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    Sfogo sul Mali

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    Che fine ha fatto il Mali? Qualcuno si ricorda che il conflitto è ancora in corso? Le informazioni scarseggiano, le immagini mancano, addirittura non si riesce a comprendere come siano organizzati gli schieramenti in campo: la sicurezza geopolitica e la costruzione della comunità internazionale non possono prescindere dalla conoscenza di quanto accada intorno a noi.

     

    POCHE CERTEZZE – In questi giorni, occuparsi del Mali e degli eventi che si stanno verificando nel Paese è frustrante. Non si riesce a capire cosa stia accadendo e questo comporta un sentimento d’impotenza che, per coloro che amano la geopolitica, le relazioni internazionali, l’Africa, o semplicemente la verità, brucia in profondità, con fiamme in niente dissimili da quelle che hanno arso i mausolei di Timbuctu. Eppure non sappiamo realmente come si stanno svolgendo i fatti in un Paese che fino a pochi mesi fa era un’oasi nel Sahel in pieno collasso. Ripeto: non lo sappiamo.

     

    NON SI CONOSCONO LE FORZE IN CAMPO – non siamo capaci di ricostruire le coalizioni dei tuareg, le reti degli insorti, lo stato delle frontiere maliane: addirittura non si hanno dati precisi neppure sul contingente francese! Fino all’autunno, nell’eterogenea unione dell’Azawad spiccava il gruppo Ansar Dine, guidato da Iyad Ag Ghali e comprimario, sebbene con un ruolo minore, di al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) e del Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO), i cui capi, rispettivamente Abu Zeyd e Mokhtar Belmokhtar (responsabile anche dell’attacco all’impianto estrattivo algerino di In Amenas) sono stati uccisi in combattimento in tempi recenti. Per il resto, non si hanno notizie, se non che la guerra continui nell’Adrar degli Ifoghas, regione settentrionale montuosa di 250mila chilometri quadrati, e che le truppe francesi dovrebbero ritirarsi tra aprile e luglio per lasciare spazio ai caschi blu.

    Viene da chiedersi, però, come resterà il campo di battaglia, dato che, anche nell’area sotto il controllo di Bamako, la situazione sembra lontana dalla stabilizzazione, con accuse ai danni dei militari che gestirono la transizione e incarcerazione di giornalisti scomodi. Ad abbondare sono solo le teorie circa lo stato di AQIM e del MUJAO, le ricostruzioni dei tragitti delle armi libiche, le analisi sulla differenza tra la politica africana di Sarkozy e quella di Hollande, i presunti propositi statunitensi di destabilizzare il Sahel in funzione anticinese: supposizioni, spesso condizionate più da valutazioni ideologiche, che da dati reali.

     

    Immagine di pubblico dominio: U.S. Air Force, Staff Sgt. Nathanael Callon, http://commons.wikimedia.org.
    Soldati francesi in partenza per il Mali a bordo di un “C-17 Globemaster III” statunitense a gennaio

    UN PO’ DI LUCE, PER FAVORE – Ovviamente, nessuno pretende che gli operatori dell’informazione si spingano in prima linea: gli aggiornamenti non giungono solo dal giornalismo d’assalto, ma anche dalle fonti ufficiali, dai comunicati dei comandi militari, dai rapporti che, in qualche modo, spesso e volentieri escono dal circuito riservato. Tuttavia, domina il silenzio. Sulla stessa stampa transalpina ci si limita a proporre a cadenza quotidiana sondaggi sul favore che la popolazione francese riserva alla conduzione del conflitto – oscillante tra il 35% e il 65% – e interviste a Parlamentari che sollecitano le necessità di riportare la democrazia nel Paese e sconfiggere il terrorismo nella regione.

    E pensare che l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Mali è Romano Prodi! Dobbiamo sperare che, prima o poi, il già Commissario europeo e Primo Ministro ci spieghi com’è stata gestita la crisi? Il problema è che il mondo contemporaneo viaggia alla velocità delle reti informatiche. Non possiamo restare adesso all’oscuro degli accadimenti in una regione fondamentale per la sicurezza dell’intero Mediterraneo. Stiamo vivendo una vicenda assolutamente anomala e il timore è che qualche evento straordinario, oppure, al contrario, qualche fenomeno vasto, di lungo periodo, ma sottaciuto, colga davvero di sorpresa l’opinione pubblica. Ecco perché la situazione è estremamente frustrante: nel complesso, infatti, non riusciamo né a placare il bisogno di sfidare la nostra capacità di analisi sugli argomenti che amiamo, né a soddisfare il pressante imperativo categorico di informare affinché possano generarsi libere idee.

     

    Beniamino Franceschini

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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    3 Commenti

    1. Sicuramente e allo stesso modo. Anzi, la Sirita, da un punto di vista umanitario, è un dramma ancora peggiore. Sono crisi politico-militari sui quali cala troppo spesso il silenzio. Si gettano al pubblico informazioni parziali e poi si tace molto di quello che accade, nonostante l’importanza dei fatti.

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