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    Egitto, piazza Tahrir 2013

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    A un anno dall’elezione di Morsi, l’Egitto torna in piazza, diviso tra la coalizione Tamarrud, contraria al Presidente, e quella Tagarrud, composta soprattutto da forze islamiste. Non si tratta, però, di una contrapposizione tra laici e religiosi, bensì di un movimento di protesta divenuto portavoce della profonda crisi economica del Paese e del malessere sempre più diffuso tra la popolazione.

     

    LE PROTESTE – L’Egitto torna a infiammarsi a un anno dall’elezione di Mohamed Morsi: il Paese, infatti, è attraversato da una settimana dalle proteste di un ampio fronte che chiede le dimissioni anticipate del Presidente. A guidare le agitazioni sono i giovani di Tamarrud (“Disobbedienza”), un gruppo che ha colto di sorpresa i vertici egiziani, ispirando il movimento dei manifestanti e organizzando una petizione con l’obiettivo di raccogliere 15 milioni di firme contro Morsi. Ieri è stato il giorno del grande corteo delle opposizioni, dal quale è giunta la richiesta delle dimissioni del capo dello Stato entro domani e l’impegno, in caso contrario, di intraprendere azioni di disobbedienza civile, continuando nel contempo le proteste. Secondo il progetto proposto da Tamarrud, Morsi dovrebbe essere sostituito ad interim con il capo della Suprema Corte Costituzionale, mentre a un Governo provvisorio spetterebbe il compito di rivedere la Costituzione al fine di emendarla prima di convocare nuove elezioni. Da parte sua, il Presidente ha ribadito la legittimità del proprio mandato, mostrandosi disponibile a una revisione della Carta, ma accusando l’opposizione di essersi limitata nell’ultimo anno alle sole pratiche di ostruzionismo. Il fine settimana è stato caratterizzato anche da duri scontri, con un bilancio di sette morti (tra i quali uno studente statunitense), diversi casi di violenza sessuale, compreso lo stupro di una giornalista olandese, e varie sedi della Fratellanza Musulmana assaltate.

     

    TAMARRUD VS TAGARRUD – La caduta di Mubarak e l’elezione libera di Morsi avevano convinto molti egiziani che il cambiamento del Paese fosse davvero in atto, tanto che, per quasi tutto il 2012, il Presidente aveva goduto di un buon sostegno popolare nonostante i risultati elettorali non gli garantissero un’ampia maggioranza. Tuttavia, la situazione in Egitto è cambiata radicalmente: le difficoltà economiche hanno bruscamente costretto la popolazione al risveglio dopo le speranze della rivoluzione, con la costante crescita di disoccupazione e prezzi, la riduzione dei flussi turistici, frequenti carenze di energia e casi di speculazione finanziaria sostenuti da capitali stranieri (soprattutto qatarioti). Il Governo, però, stretto tra necessità e risorse carenti, non è in grado di assumere provvedimenti per l’uscita dalla crisi, attirando le critiche di settori sempre più vasti dell’elettorato. In questo contesto è emerso il gruppo Tamarrud, un movimento sostanzialmente spontaneo che ha saputo mobilitare la popolazione più giovane attraverso contatti diretti e social network, e al quale si sono aggregati esponenti delle opposizioni, dagli islamisti moderati, ai movimenti di protesta già impegnati nelle manifestazioni di piazza Tahrir, passando per la componente di el-Baradei. A sostegno di Morsi, la Fratellanza Musulmana, alcune formazioni dell’Islam politico e dal salafismo (al-Asala, al-Watan e altre), nonché elementi di Jamaat al-Islamiya, hanno organizzato il fronte Tagarrud (“Imparzialità”). La contrapposizione tra laici e islamisti, però, non è la chiave di lettura dei fatti di questi giorni, poiché la vicenda è più articolata, al punto che al-Nour, il ramo politico del principale gruppo salafita egiziano, al-Dawa al-Salafiyya, ha deciso di non prendere posizione tra gli schieramenti. Attenzione, poi, al ruolo delle Forze Armate e di sicurezza, a sostegno di Morsi, ma formalmente neutrali.

     

    ESITI INCERTI – Prevedere l’evoluzione delle proteste è piuttosto difficile, poiché come lo stesso fenomeno di Tamarrud è apparso all’improvviso, così gli esiti dello scontro tra manifestanti e forze governative potrebbero assumere rapidamente connotati diversi. Non è da escludere che si possa assistere a una radicalizzazione del confronto e, quindi, a un aumento del tasso di violenza, né che la “disobbedienza civile” indicata dalle opposizioni qualora Morsi non si dimettesse possa condurre a una dura reazione da parte del Governo. Tuttavia, al momento non è da escludersi nemmeno che, considerata la presenza di esponenti rilevanti a fianco di Tamarrud, gli schieramenti giungano a una fase di negoziazione. Per il momento non possiamo che osservare la vicenda istante per istante.

     

    Beniamino Franceschini

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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