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Zimbabwe, la mafia dell’oro più influente dello Stato

In 3 sorsi – Un’inchiesta di Al Jazeera sullo Zimbabwe ha svelato un sistema di corruzione intricato, in cui funzionari e trafficanti d’oro riciclano denaro in una rete di potere che permette al Presidente Emmerson Mnangagwa di restare al comando, aggirando le sanzioni e favorendo l’ingresso di valuta estera. Ma è solo la punta dell’iceberg di un’economia ombra dalla portata globale.

1. INCHIESTA SULLA MAFIA DELL’ORO

Già nel 2020 un report dell’International Crisis Group denunciava che fino a 1,5 miliardi di dollari di oro all’anno vengono contrabbandati illegalmente fuori dallo Zimbabwe. Nel 2022 la produzione di oro nel Paese ha raggiunto un massimo storico di 35,38 tonnellate, stimolata da nuovi progetti minerari e incentivi ai minatori. Un documentario dell’emittente qatariota Al Jazeera ha raccontato recentemente di una fitta e intricata rete criminale per il contrabbando dell’oro prodotto, che va dallo Zimbabwe a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, coinvolge diversi esponenti politici e imprenditori, altri Paesi africani e non solo. L’inchiesta, dal titolo The Gold Mafia, smaschera i meccanismi di corruzione già denunciati da tempo da giornalisti e attivisti, evidenziando come e perché questo metallo è così prezioso per trasformare il denaro sporco in denaro pulito e sulla carta legittimo, permettendo a coloro che hanno grandi quantità di ricchezza non tracciata di mantenere saldo il potere. Dalle persone intervistate si evince come la rete criminale arrivi direttamente fino ai familiari del Presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa.

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Fig. 1 – Il presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa parla alle celebrazioni del 43° Giorno dell’Indipendenza del Paese tenutesi a Mount Darwin, nella provincia centrale del Mashonaland, il 18 aprile 2023

2. IL MECCANISMO E LE PERSONE COINVOLTE

Lo Zimbabwe è un Paese che riversa in una crisi economica e umanitaria da anni, soggetto a iperinflazione e con una valuta locale che non ha valore nel commercio internazionale. Questi motivi, sommati alle sanzioni occidentali, fanno sì che abbia bisogno di dollari statunitensi per fare affari con l’estero. L’oro, che rappresenta la più grande esportazione del Paese, è una risorsa fondamentale in questo senso e, grazie alla difficoltà di tracciamento e ai processi continui di fusione e raffinazione che rendono difficile determinarne la provenienza, è il candidato ideale per ottenere valuta estera. Le persone coinvolte nel riciclaggio hanno creato un meccanismo efficace: i trafficanti portano l’oro prodotto in Zimbabwe a Dubai, uno dei più grandi centri mondiali di commercio dell’oro, dove viene venduto in cambio di denaro pulito dagli intermediari e con la complicità delle banche di Harare. Il denaro rientra così in circolo con il benestare di politici e banchieri: viene trasferito sui conti bancari dei riciclatori di denaro, che consegnano una quantità equivalente dei loro dollari sporchi al Governo. Tra le persone coinvolte figurano Uebert “Angel” Madzanire, ambasciatore plenipotenziario vicino al Presidente Mnangagwa, e i trafficanti Ewan Macmillan, Kamlesh Pattni e Alistair Mathias. Ma anche Auxilia Mnangagwa e Henrietta Rushwaya, rispettivamente moglie e nipote del Presidente.

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Fig. 2 – Lo skyline di Dubai e il Burj Khalifa, l’edificio più alto del mondo. La città degli Emirati Arabi Uniti rappresenta uno snodo cruciale per la cosiddetta “mafia dell’oro”

3. REAZIONI E POSSIBILI SVILUPPI

A seguito dell’inchiesta la Banca centrale dello Zimbabwe ha congelato i beni di diverse persone che sono state identificate come coinvolte nel contrabbando di oro da Al Jazeera. Per il momento, Emmerson Mnangagwa sembra essere uscito indenne dallo smascheramento del sistema di corruzione che permette al Governo di aggirare le sanzioni occidentali e restare saldo al potere. Il quarto episodio della serie, che ha rivelato come le connessioni politiche di queste bande siano andate dritte ai vertici della leadership statale, sottolinea come la rete sia più ampia. Un’economia illegale globalizzata i cui profitti rientrano nel circuito legale grazie alle difficoltà dei controlli a cui è soggetto il commercio dell’oro, forte della complicità di politici, imprenditori e banche. Non solo in una sostanziale state capture dello Zimbabwe da parte di una “mafia dell’oro” cosmopolita, ma con legami che coinvolgono anche altri Paesi. L’inchiesta ha mostrato come l’oro contrabbandato dallo Zimbabwe venga poi esportato in altri importanti hub, probabilmente in Svizzera e Regno Unito, passando da Dubai. Questa capillarità lascia aperti gli interrogativi sui controlli nel sistema finanziario internazionale e dà la sensazione che si si trovi di fronte solo alla punta dell’iceberg di un sistema diffuso i cui responsabili sono molteplici. Tra questi si trova anche Simon Rudland, co-proprietario della multinazionale di sigarette Gold Leaf Tobacco che, secondo le parole di uno dei trafficanti intervistati da Al Jazeera, sarebbe tra le persone più influenti della cosiddetta Gold Mafia. Tra gli intermediari di Rudland figurerebbe poi Mohamed Khan (detto “Mo Dollars”), che avrebbe permesso ai fratelli Gupta di ottenere la loro influenza in Sud Africa in quella che è stata definita la state capture del Paese, risalente già ai tempi della presidenza di Jacob Zuma. Tornando allo Zimbabwe, in un contesto simile, difficilmente si vedranno provvedimenti seri da parte di istituzioni legate a doppio filo con il potere politico. Non resta che attendere se Mnangagwa e il suo partito ne risentiranno alle prossime elezioni, previste per la seconda metà del 2023.

Daniele Molteni

Photo by David_Peterson is licensed under CC BY-NC-SA

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Perchè è importante

  • Un’inchiesta di Al Jazeera ha svelato una intricata rete di contrabbando di oro e riciclaggio di denaro dallo Zimbabwe a Dubai.
  • Il meccanismo coinvolge trafficanti, politici e imprenditori di primo piano vicini al presidente Mnangagwa.
  • Sembra sia solo la punta dell’iceberg di un’economia ombra internazionale che coinvolge diversi Paesi.

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Daniele Molteni
Daniele Molteni

Nato in provincia di Como, ha conseguito la laurea triennale in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee e quella magistrale in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Milano, con tesi relative alla Responsibility to Protect e al terrorismo internazionale. Le sue aree di interesse sono Africa e Medio Oriente, con un particolare focus su questioni legate a sicurezza e rule of law. Dal 2018 è redattore di La Beula, rivista culturale indipendente della Brianza comasca, e in passato ha scritto per alcune Onlus specializzate in politica internazionale e diritti umani. È appassionato di cinema d’autore e libri, principalmente saggistica e reportage.

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