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La Serbia post-elettorale: benvenuti negli anni Novanta

AnalisiIn Serbia le proteste contro i brogli elettorali non sembrano poter cambiare la situazione politica e mettere davvero in discussione la controversa vittoria del Presidente Vučić.

PROTESTE, MA VUČIĆ HA VINTO

Migliaia di persone (10.000 secondo gli organizzatori) hanno partecipato a Belgrado alla manifestazione di sabato 30 dicembre indetta dal gruppo di iniziativa civica ProGlas per protestare contro i brogli elettorali che hanno caratterizzato le elezioni politiche e municipali del 17 dicembre scorso. Alcuni leader di opposizione, fra cui ricordiamo Marinka Tepić del partito “Libertà e Giustizia”, hanno cominciato lo sciopero della fame e quasi ogni sera gruppi di manifestanti bloccano le vie del centro di Belgrado e gli uffici della Commissione Elettorale. Brogli e irregolarità ci sono stati per davvero, ma la battaglia delle opposizioni non sembra essere destinata ad avere successo.

Innanzitutto, non è possibile stabilire con certezza quanti voti il Partito Progressista (SNS) del Presidente Aleksandar Vučić abbia sottratto alle opposizioni con liste elettorali fasulle e facendo votare illegalmente serbi provenienti dalla Republika Srpska, l’entità federale della Bosnia Erzegovina abitata da serbi appunto. Ciò che sostiene l’opposizione, cioè che Vučić abbia rubato la vittoria ai propri nemici, non è dimostrabile matematicamente. Se anche le elezioni si dovessero ripetere, il successo delle opposizioni non è affatto certo. Vučić gode di un appoggio incondizionato da parte della maggior parte della popolazione, per via della politica clientelare che adotta: distribuisce aiuti economici una tantum a studenti, pensionati e lavoratori; assegna i posti di lavoro solo a chi prenda la tessera del suo partito o garantisca il voto alle elezioni. In più, il fatto di controllare tutti i media permette al Presidente di non avere mai contraddittori nei dibattiti televisivi, che sono dei veri e propri monologhi.

Fig. 1 – La grande protesta organizzata da ProGlas a Belgrado contro i brogli elettorali, 30 dicembre 2023 | Foto: Christian Eccher

LE DEBOLEZZE DELL’OPPOSIZIONE

L’opposizione, dal canto suo, è divisa in numerosi partiti e non riesce a trovare una lingua comune che non sia la critica al Presidente. Sull’intricata questione del Kosovo, sui crimini commessi dalla Serbia negli anni ’90, neanche una parola. Anche da un punto di vista di politica economica ed estera non c’è nulla di davvero propositivo, solo dichiarazioni nebulose volte a non prendere posizione su temi quali il sostegno all’Ucraina e l’ingresso nella UE. Non è un caso che a mobilitare in massa i manifestanti non siano stati i partiti, ma ProGlas, un’associazione civica di cui fanno parte scrittori e intellettuali. Nel Manifesto fondativo di ProGlas si parla soltanto della decadenza in cui versa la società serba ma non c’è nulla di programmatico, né da un punto di vista politico né da una prospettiva economica. ProGlas, che non è un partito e non ha il compito di proporre soluzioni ma vuole solo sensibilizzare l’opinione pubblica, ha il grande merito di aver risvegliato la classe media (uno strato molto sottile della società e che corrisponde a una parte della popolazione urbana, quella più ricca) e gli studenti, ma non le masse. Un altro problema è che Belgrado non è la Serbia: l’opposizione sembra avere la propria roccaforte nella capitale, ma nelle province è praticamente inesistente. Le migliaia di manifestanti di Belgrado sono nulla rispetto ai 6 milioni di abitanti complessivi della Serbia, la maggior parte dei quali continua a sostenere Vučić.

Fig. 2 – Due manifestanti con lo slogan “Non acconsentiamo”, 30 dicembre 2023 | Foto: Christian Eccher

UN PROBLEMA DI CULTURA POLITICA (E NON SOLO)

“Tutto quello che sta succedendo e che succederà è qualcosa a cui io ho assistito negli ultimi 55 anni con alcune pause, e con la speranza che sarebbe successo qualcosa di davvero importante, di cruciale. Non succederà nulla, non certo nel giro di una notte, perché alla Serbia occorrono almeno 20 anni per rimettersi in piedi e guarire“. Con questa dichiarazione, rilasciata al quotidiano di opposizione Danas, il drammaturgo Dušan Kovačević descrive le proprie aspettative riguardo alle proteste in corso in questi giorni nel Paese balcanico. Ricorda poi che l’unico vero riformatore che sia apparso sulla scena politica serba, Zoran Đinđić, è stato ucciso proprio nel momento in cui avrebbe voluto svoltare e chiudere con le politiche imperialiste e deleterie degli anni Novanta. Kovačević ha ragione: la Serbia non è pronta a un cambiamento. La popolazione è abituata a intendere la politica come un contratto con i ceti dominanti del momento: io ti dò il voto, tu mi dai il lavoro; ruba e arricchisciti, ma garantiscimi il pane, il caffè e la sigaretta quotidiani. C’è poi un altro problema, non secondario: il sistema scolastico è devastato. Completamente. Un agente di polizia, che vuole rimanere anonimo, confessa che le forze dell’ordine hanno cominciato a controllare le lauree ottenute dagli studenti nelle università pubbliche negli ultimi 20 anni: una percentuale superiore al 40% è acquistata o ottenuta attraverso tangenti versate ai professori. “Siamo a tal punto disperati, che non sappiamo cosa fare. Non basterebbe l’intero corpo della polizia statale per fare ordine nelle Università del Paese e distinguere le lauree vere da quelle false”, dice sconsolato l’agente. Ci sono anche punte di eccellenza, come la Facoltà di Fisica di Novi Sad, famosa per le ricerche nell’ambito della fisica particellare, ma si tratta di eccezioni che confermano la regola.

L’istruzione primaria è messa anche peggio di quella secondaria: ormai da anni, la Serbia si piazza agli ultimi posti nella classifica del PISA (il programma promosso dall’OCSE che misura il grado di alfabetizzazione dei quindicenni). Tradotto in termini concreti, più della metà dei cittadini serbi è analfabeta funzionale, vale a dire che non è in grado di leggere e capire un testo mediamente complesso, come un articolo di giornale. L’opposizione e ProGlas non riescono a parlare con questa parte della popolazione, che è facilmente preda dei discorsi nazionalisti e populisti di Vučić e dei suoi alleati, pronta a credere che i mali di tutto il Paese siano da attribuire all’Occidente e che la Serbia sia vittima di una (non ben determinata) cospirazione internazionale.

La strada da fare per uscire dal vicolo cieco in cui si trova il Paese è lunga e in salita. A qualcuno sembra quasi impossibile da percorrere: soprattutto ai giovani, che, stanchi e demotivati, lasciano in massa le proprie case e si trasferiscono altrove. In fondo, l’Austria è a meno di 500 km da Belgrado.

Fig. 3 – Altro slogan alla manifestazione di Belgrado – “Studenti in cerca di verita'”, 30 dicembre 2023 | Foto: Christian Eccher

CHIUNQUE VINCA A BELGRADO, HA VINTO VUČIĆ

L’eventuale ripetizione delle elezioni nella capitale serba, di cui si parla insistentemente in questi giorni, sarebbero un regalo del Presidente all’opposizione (e all’UE, che insiste sui cosiddetti valori democratici): se anche la coalizione di opposizione dovesse vincere, è perché il padre padrone del Paese, Aleksandar Vučić, lo ha paternalisticamente permesso. Il sistema politico serbo è hegeliano, nello spazio e nel tempo: anche se tutto dovesse mutare, anche se l’opposizione dovesse vincere, il potere va a una persona soltanto: ad Aleksandar Vučić, a sua volta legato alle politiche degli anni Novanta di Slobodan Milošević, di cui è stato Ministro dell’Informazione ai tempi delle ultime, devastanti guerre balcaniche.

Christian Eccher

Foto di copertina: Christian Eccher

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Perchè è importante

  • I brogli che hanno favorito il Partiro Progressista del Presidente Vučić alle elezioni parlamentari del 17 dicembre 2023 sono inconfutabili, ma il Presidente sembra godere ancora di un forte appoggio popolare.
  • Le proteste indette dall’associazione civica ProGlas hanno portato in piazza studenti e classe media urbana; le masse, però, restano al fianco di Vučić.
  • Il problema della politica serba è innanzitutto culturale: la maggior parte dei cittadini del Paese è analfabeta funzionale (lo dimostrano anche i dati PISA), cosa che permette alle idee nazionaliste e populiste di Vučić di fare ancora breccia.
  • Per cambiare davvero la cultura politica del Paese, sono necessari anni. Le proteste sono un inizio di questo processo ma nell’immediato non cambiano nulla,

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Christian Eccher
Christian Eccher

Sono nato a Basilea nel 1977. Mi sono laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ho anche conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulla letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume, dal 1945 a oggi. Sono professore di Lingua e cultura italiana all’Università di Novi Sad, in Serbia, e nel tempo libero mi dedico al giornalismo. Mi occupo principalmente di geopoetica e i miei reportage sono raccolti nei libri “Vento di Terra – Miniature geopoetiche” ed “Esimdé”.

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