Caffè lungo – Situata nelle pendici a sud della catena himalayana, la regione dell’Arunachal Pradesh è in gran parte controllata e amministrata dall’India. Tuttavia, essa resta al centro di un’accesa disputa tra India e Cina, in corso sin dalla metà del XX secolo, soprattutto dopo la guerra del 1962, e che continua ancora oggi ad alimentare tensioni tra i due Paesi.
STORIA E CONFINI DELLA ‘TERRA DELLE MONTAGNE ILLUMINATE DALL’ALBA’
Prevalentemente montuoso, l’Arunachal Pradesh è uno Stato dell’India situato nell’estremo nord-est del Paese, confinante a ovest con il regno del Bhutan, a nord con la Regione Autonoma del Tibet (Cina), a sud e sud-est con il Myanmar (Birmania) e lo Stato indiano del Nagaland, e a sud e sud-ovest con lo Stato indiano dell’Assam. Essendo il più orientale tra tutti gli stati indiani, gli fu assegnato un nome d’uopo, infatti arunachal in sanscrito significa “terra dalle montagne illuminate dall’alba”, mentre Pradesh significa semplicemente “Stato”. Il capoluogo è la città di Itanagar, storicamente classificata come census town. Costituito nel 1987, è lo Stato meno densamente popolato dell’India, con circa 1,4 milioni di abitanti e oltre 23 gruppi tribali riconosciuti, tra cui Nyishi e Monpa. Storicamente, la regione ha risentito prima dell’influenza tibetana e poi dell’amministrazione britannica, mentre restano tuttora aperte le dispute di confine con la Cina. L’area vive di cultura e religione: la popolazione anima la regione, dai tratti di strada asfaltata a quelli sterrati, fino ai sentieri che portano alle case. Le vie del centro sono attraversate da auto, carretti e biciclette, oltre che da una folla imponente. Nonostante l’aria rarefatta, colpisce la vitalità locale, tra cui spicca il rosso acceso delle lunghe tuniche dei monaci. A Tawang, al confine con il Tibet, uno stupa affianca il Tawang War Memorial, dedicato ai caduti della guerra del 1962: simboli di una regione fortemente militarizzata e contesa tra India e Cina. Lungo la strada verso l’Assam, altri monumenti ricordano la resistenza indiana: oggi il conflitto resta “sospeso”, tra tensioni latenti e relazioni ancora tese.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – Bambini della tribù Monpa attendono il Dalai Lama in Arunachal Pradesh durante il suo viaggio verso Tawang, aprile 2017
CINA, IL MINISTERO DELLA DIFESA: ‘L’ARUNACHAL PRADESH È TERRITORIO CINESE’
La Cina ha recentemente riacceso la disputa sull’Arunachal Pradesh, ribadendo che questa regione, definita da Pechino “Zangnan”o “Tibet del Sud”, fa parte del proprio territorio. Il Ministero della Difesa cinese lo ha definito “un fatto innegabile” criticando implicitamente le rivendicazioni dell’India. La tensione è riemersa dopo il fermo di una cittadina indiana all’aeroporto di Shanghai, poiché il passaporto indicava l’Arunachal Pradesh come luogo di nascita. Dopo le proteste di Nuova Delhi, le Autorità cinesi hanno negato qualsiasi irregolarità, sostenendo di aver agito secondo la legge e ribadendo di non riconoscere la sovranità indiana sulla regione.
La questione rientra nella storica disputa lungo la Linea di Controllo Effettivo, il confine de facto tra i due Paesi. L’India considera valido il tracciato della Linea McMahon del 1914, mentre la Cina lo contesta, ritenendo che il Tibet non avesse autorità per firmare accordi internazionali. Nonostante ciò, Nuova Delhi esercita un controllo amministrativo continuo sull’area dal 1954, avendola trasformata in Stato federato nel 1987. Pechino concentra le proprie rivendicazioni soprattutto su Tawang, area di rilievo per il buddhismo tibetano. Per l’India i legami culturali non implicano sovranità politica: il Governo indiano ha infatti più volte ribadito che l’Arunachal Pradesh è parte integrante e non negoziabile del Paese, posizione sostenuta anche da attori internazionali come gli Stati Uniti.
Nel complesso, l’episodio mostra come la Cina continui a utilizzare la disputa di confine in modo strategico, riattivandola quando opportuno, pur mantenendo aperti canali di dialogo con l’India.
Fig. 2 – Soldati indiani del reggimento Gorkha pattugliano il confine con la Cina nei pressi di Tawang, Arunachal Pradesh, ottobre 2003
LA RIVENDICAZIONE CINESE VA OLTRE LA QUESTIONE TERRITORIALE
Negli anni Cinquanta la Cina accettò la sovranità indiana sull’Arunachal Pradesh per ragioni pragmatiche, ma oggi la sua posizione è radicalmente cambiata, poiché Pechino considera la regione un “core interest”, non trattabile. Secondo un rapporto del Pentagono, le rivendicazioni su Arunachal Pradesh, Taiwan e Isole Senkaku rientrano tra gli obiettivi strategici cinesi legati alla realizzazione della “grande rinascita nazionale” entro il 2049. Alla base della disputa c’è il mancato riconoscimento della McMahon Line: legittima per l’India, ma considerata dalla Cina un’eredità coloniale illegittima, non essendo parte dell’accordo al momento della firma.
L’interesse religioso è centrale: la regione confina con il Tibet e include Tawang, centro del buddhismo tibetano, fattore che rafforza la leva politico-religiosa di Pechino sulla questione tibetana. Qui nacque il sesto Dalai Lama; il quattordicesimo, figura tanto religiosa quanto politica, fu costretto all’esilio in India nel 1959 ed è tuttora visto da Pechino come simbolo del separatismo tibetano. Dunque, controllare quest’area significherebbe poter influenzare anche la futura successione e legittimità della leadership tibetana, dato che la Cina teme che questa figura possa alimentare spinte indipendentiste. Sul piano militare, la zona è vicina al corridoio di Siliguri, il famoso “Chicken’s Neck”, largo appena 22 chilometri, che collega l’India al Nord-Est e rappresenta una vulnerabilità cruciale: se bloccato, isolerebbe la regione. Il controllo dell’area darebbe inoltre accesso alla valle del Brahmaputra, cruciale per acqua, agricoltura ed energia, permettendo di esercitare maggiore influenza sulle risorse idriche e sulle infrastrutture, come dighe e flussi d’acqua.
La rivendicazione cinese supera quindi la questione territoriale e si inserisce in una più ampia competizione geopolitica, mirata a contenere l’influenza indiana e a rafforzare la posizione di Pechino nell’Indo-Pacifico.
Maria Grazia Russo
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