Caffè lungo – Xi Jinping e Vladimir Putin si sono incontrati a Pechino lo scorso maggio. In occasione del 25° anniversario del Trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole del 2001, i due compagni storici hanno sancito le basi per un nuovo patto energetico.
AGLI ALBORI DELLA GEOPOLITICA MODERNA: LE ORIGINI DELL’ALLEANZA SINO-RUSSA
Cina e Russia hanno a lungo occupato un posto complesso nelle rispettive storie. Un tempo accomunate dall’ideologia comunista e dalla comune opposizione al capitalismo occidentale, l’Unione Sovietica e la Cina maoista sono poi diventate acerrime rivali. Nonostante gli interessi strategici condivisi nei primi momenti della Repubblica Popolare Cinese, a partire dalla metà degli anni Cinquanta le relazioni tra i due Paesi hanno iniziato progressivamente a deteriorarsi.
La destalinizzazione avviata da Nikita Kruscev nel 1956 fu duramente criticata da Mao Zedong, che la considerava una deviazione dai principi rivoluzionari del marxismo-leninismo. A ciò si aggiunsero il rifiuto sovietico di fornire assistenza completa al programma nucleare cinese e le dispute territoriali lungo il confine sino-sovietico. La crescente tensione culminò negli scontri armati del 1969 sull’isola di Zhenbao, segnando la definitiva rottura dell’alleanza tra i due Paesi. Solo negli anni Ottanta, grazie alle riforme promosse da Deng Xiaoping in Cina e da Michail Gorbačëv in Unione Sovietica, ebbe inizio un graduale processo di normalizzazione delle relazioni, ufficialmente sancito dalla visita di Gorbačëv a Pechino nel 1989.
La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 inaugurò una nuova fase nelle relazioni tra Mosca e Pechino, caratterizzata da una cooperazione più pragmatica e strategica, culminata nel 2001 con la firma del Trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole tra Jiang Zemin e Vladimir Putin.
Fig. 1 – Il premier cinese Li Peng incontra il leader sovietico Michail Gorbačëv a Pechino nel maggio 1989
POWER OF SIBERIA 2, L’ULTIMA OPERA RUSSA
L’attuale periodo storico è tanto affascinante quanto complesso: negli ultimi mesi la geopolitica è stata la regina di questo gioco, muovendosi tra i protagonisti di una partita di scacchi, giocata tra Stati Uniti, Israele, Svizzera, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, Iran, Cina e Russia.
Al centro del dibattito politico lo Stretto di Hormuz, per il quale passa una quota vitale dell’approvvigionamento energetico asiatico, rendendo Pechino estremamente vulnerabile a qualsiasi blocco o pressione navale esercitata dagli Stati Uniti. Il 7 aprile Mosca e Pechino hanno bloccato la risoluzione ONU su tale strategica via d’acqua grazie al doppio veto, difendendo non solo l’alleato iraniano, ma evitando anche che Washington ottenesse una “licenza internazionale” per legittimare la propria presenza bellica e le proprie operazioni di pattugliamento nello Stretto di Hormuz. Si tratta di una mossa puramente geopolitica volta a impedire l’espansione militare e l’influenza degli Stati Uniti nel Medio Oriente. La crisi di Hormuz ha anche rilanciato il progetto del gasdotto Power of Siberia 2 (POS-2), che era bloccato da anni a causa di duri disaccordi sul prezzo del gas. Pensata come naturale estensione del Power of Siberia 1, la nuova infrastruttura andrebbe a trasportare 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno in Cina attraverso la Mongolia, dai giacimenti di gas artici di Yamal.
Se da un lato la Cina ha capito di non poter dipendere dal Golfo Persico, dall’altra sostituire il GNL via nave con il gas russo via tubo riduce a zero il rischio di ricatti geopolitici o blocchi nello Stretto di Hormuz o di Malacca.
Fig. 2 – Il gasdotto Power of Siberia presso il giacimento Chayandinskoye di Gazprom nella Siberia orientale, destinato alle esportazioni verso la Cina, ottobre 2021
E L’EUROPA?
Dopo il collasso delle vendite di gas all’Europa causato dalle sanzioni per la guerra in Ucraina, la Russia ha urgente bisogno di vendere i 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno previsti dal POS-2 per risanare le casse di Gazprom. Per il Cremlino, il gasdotto rappresenta un’occasione per reindirizzare verso il mercato cinese parte dei volumi che fino al 2022 erano destinati ai Paesi europei.
Se Mosca considera il progetto una priorità economica e strategica, Pechino può invece permettersi di negoziare con maggiore calma: la Cina continua, infatti, a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico, importando gas sia via nave, sia attraverso altri gasdotti. Il Power of Siberia 2 rappresenterebbe un’importante garanzia di sicurezza energetica, ma non costituisce una necessità immediata. Questa asimmetria conferisce a Xi Jinping un significativo potere negoziale, consentendogli di chiedere condizioni economiche più favorevoli e di rinviare la firma dell’accordo finché non riterrà soddisfatte le proprie richieste.
Per l’Europa, il progressivo avvicinamento energetico tra Russia e Cina conferma una trasformazione già in atto. Dopo aver ridotto drasticamente la dipendenza dal gas russo, l’Unione Europea ha accelerato la diversificazione delle proprie forniture, aumentando le importazioni di gas naturale liquefatto e investendo in nuove infrastrutture energetiche. Parallelamente, Mosca sta cercando di costruire a est quel mercato che ha progressivamente perso a ovest.
In questo senso, il Power of Siberia 2 non rappresenta soltanto un’infrastruttura energetica, ma il simbolo di un nuovo equilibrio geopolitico. La Russia cerca di sostituire il mercato europeo con quello cinese, mentre Pechino sfrutta la propria posizione di forza per ridefinire i termini della cooperazione. L’Europa, dal canto suo, osserva la nascita di un asse energetico euroasiatico destinato a influenzare gli equilibri economici e strategici dei prossimi decenni.
Maria Grazia Russo
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