L’egemonia silenziosa di JNIM

Caffè Lungo – Da coalizione locale ad attore egemonico: come l’affiliata di al-Qaeda sta soffocando le giunte golpiste del Sahel attraverso blocchi economici e un’espansione inarrestabile verso il Golfo di Guinea, ridisegnando la mappa della guerra in Africa occidentale.

LE RADICI DELL’INSORGENZA

La metamorfosi di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), da semplice alleanza di convenienza a minaccia esistenziale per l’Africa occidentale, non è stata un caso. Nel marzo 2017, quattro gruppi storici – Ansar Dine, il ramo sahariano di AQIM, al-Murabitun e Katiba Macina – si sono uniti. Il gruppo ha poi costruito una gerarchia verticistica, ma con radici profondamente locali. Fin dall’inizio, tra il Mali centrale e il Burkina Faso, ha adottato la strategia della “grande tenda”. Spietata, ma efficace. Invece di puntare su una sola etnia, ha cooptato le rimostranze di tuareg, arabi, fulani, bambara e, di recente, anche dei dogon. Si presenta come l’unica vera avanguardia contro gli “invasori stranieri” – ieri i francesi dell’Operazione Barkhane e le truppe ONU, oggi i mercenari russi dell’Africa Corps – e come alternativa a Governi centrali lontani e inetti. Così ha colmato il vuoto statale. Oggi, nelle vaste aree rurali sotto il suo controllo, non si limita a combattere: amministra un vero e proprio ordine insurrezionale. Riscuote la zakat, offre una giustizia sommaria ma rapida per le dispute locali, e regola con mano ferrea l’accesso a risorse vitali come pascoli e miniere artigianali.

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Fig. 1 – Veduta di Bamako, capitale del Mali, città sempre più isolata dalle reti di trasporto a causa dei blocchi imposti dai gruppi armati

IL DOPPIO FRONTE DELL’ASSEDIO

Il presente del conflitto mostra un impressionante salto di qualità operativa, basato su un doppio fronte offensivo: l’assedio economico interno e l’espansione militare transfrontaliera. In Mali, JNIM ha compreso che logorare l’avversario, paralizzandone l’economia, risulta più efficace e decisamente meno oneroso rispetto a uno scontro diretto in campo aperto. Per questo motivo ha imposto un embargo devastante sui trasporti e sul carburante, che ha colpito duramente centri cruciali come Kayes e Nioro du Sahel, strangolando di fatto le reti commerciali. Questa forma sofisticata di guerra asimmetrica blocca le filiere produttive, genera inflazioni insostenibili i per i civili ed erode rapidamente il consenso popolare verso la giunta militare. Nel frattempo, sul fronte convenzionale, i dati dell’estate 2026 rivelano una massiccia offensiva nel Mali centrale, volta ad annientare le milizie di autodifesa locali. I cacciatori Dozo e il movimento Dan Na Ambassagou, che per anni hanno contrastato l’avanzata jihadista, sono ora bersagliati da un attacco senza precedenti. Attraverso omicidi mirati contro leader locali e campagne di disarmo forzato, JNIM sta smantellando sistematicamente l’ultima linea di difesa non statale. A livello regionale, la sua influenza si sta estendendo notevolmente. JNIM sta progressivamente estendendo il proprio raggio d’azione nell’area della triplice frontiera tra Benin, Niger e Nigeria. Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026, il gruppo ha consolidato le basi operative nei dipartimenti settentrionali del Benin (Atacora, Alibori, Borgou) e ha rivendicato operazioni storiche in territorio nigeriano. Questa situazione unisce, di fatto, due teatri che finora erano stati considerati distinti dagli analisti: l’insorgenza storica del Sahel e l’instabilità cronica della Nigeria nord-occidentale.

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Fig. 2 – Sostenitori della giunta militare maliana sventolano bandiere russe durante una manifestazione a Bamako

L’ILLUSIONE DEL CONTROLLO URBANO

L’insorgenza ha smesso di essere solo un’emergenza di ordine pubblico e si è trasformata in una vera e propria lotta per la sovranità, con i rapporti di forza sul campo che parlano chiaro. In questo momento, JNIM è il vero protagonista, sfruttando il collasso delle Istituzioni come moltiplicatore di potere. I miliziani, approfittando della debolezza degli eserciti regolari, decidono quando e dove colpire, isolando le infrastrutture critiche e ritirandosi nel deserto quando vogliono. D’altra parte, le giunte militari di Bamako, Ouagadougou e Niamey si trovano in un vicolo cieco strategico. Per mantenere la loro sopravvivenza politica e prevenire un altro colpo di Stato, questi regimi si trovano costretti a prendere una decisione drammatica: concentrare le poche forze speciali e i mercenari russi dell’Africa Corps solo per difendere le capitali, le strade principali e i proficui siti minerari.
Il prezzo silenzioso di questa militarizzazione dei centri di potere è l’abbandono irreversibile delle vaste province rurali. Pur di mantenere in vita la parvenza di uno Stato funzionante nei palazzi governativi, le leadership militari affrontano oggi un drammatico sfaldamento territoriale, ma con dinamiche diverse. Se in Burkina Faso il Governo controlla ormai meno della metà del territorio nazionale, in Mali la sovranità statale si è fatta discontinua, erosa da un controllo a macchia di leopardo che nessuna fonte riesce più a misurare con un dato statistico unico. Nodi urbani cruciali come Mopti e Sévaré sono di fatto divisi tra una precaria presenza governativa e la pervasiva infiltrazione jihadista. Questo collasso mette in evidenza l’incapacità strutturale della dottrina securitaria sponsorizzata da Mosca: l’Africa Corps, presentato come la soluzione definitiva contro il terrorismo occidentale, si è trasformato in una gigantesca agenzia di supporto logistico. I paramilitari russi non riescono a esercitare alcun potere reale al di fuori dei confini delle città e sono quasi esclusivamente impegnati a fare da guardie del corpo ai leader al potere. I veri perdenti in questa situazione sono i civili, che, privi di qualsiasi protezione da parte dello Stato, si trovano costretti a stipulare accordi di non belligeranza e di sottomissione con i terroristi, solo per poter accedere ai loro campi agricoli e ai mercati. L’idea di delegare la contro-insurrezione a gruppi di autodifesa civile, come i VDP in Burkina Faso o i Dozo in Mali, si è rivelata una vera e propria condanna a morte, non appena questi volontari sono stati lasciati a fronteggiare avversari ben armati. Se le attuali dinamiche non cambieranno, ci troveremo a osservare una lenta spartizione dell’Africa occidentale: nazioni che esisteranno solo sulle mappe ufficiali, mentre nella realtà si formerà un vasto “Stato ombra” che si estenderà dal deserto del Sahara fino alle ricche economie costiere del Golfo di Guinea, in grado di influenzare l’intero continente.

Francesco Iaquinta – Francesco Spizzirri | Master in Intelligence UNICAL

Indice

Perchè è importante

  • L’uso sistematico di embarghi, blocchi stradali e sabotaggi infrastrutturali dimostra un’evoluzione tattica: i miliziani puntano a strangolare economicamente gli Stati, massimizzando il caos sociale e minimizzando i rischi dello scontro frontale.
  • L’incapacità delle giunte e dell’Africa Corps di proteggere i territori non urbani genera un vuoto incolmabile, che costringe milioni di civili ad accettare il Governo ombra jihadista per pura sopravvivenza, disfacendo dall’interno l’idea stessa di Stato nazionale.

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Il Master di II livello in Intelligence dell’Unical, diretto dal prof. Mario Caligiuri, è nato nel 2007 e fornisce una formazione avanzata sulla  disciplina dell’intelligence e dei suoi processi. Gli studenti partecipano alla Redazione del Caffè Geopolitico grazie a un accordo di tirocinio.

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