Colpire senza sparare: la guerra ibrida russa e la zona grigia in cui l’Europa fatica a difendersi

In 3 Sorsi – A inizio settembre la Germania ha accusato ufficialmente la Russia di un attacco con drone all’aeroporto di Lipsia/Halle, l’ultimo di una serie di episodi che l’Europa fatica a inquadrare. È il volto della guerra ibrida: colpire restando sotto la soglia del conflitto aperto, dove l’attribuzione è incerta e la risposta difficile. La pressione esterna arriva mentre dentro l’UE avanzano forze pro-Mosca.

1. IL CAMPANELLO DI LIPSIA

Nella notte tra il 4 e il 5 agosto 2026 un drone sospettato di trasportare esplosivo ha puntato deliberatamente un cargo ucraino (un Antonov An-124) fermo sulla pista dell’aeroporto di Lipsia/Halle: ha colpito l’ala senza detonare, per poi essere disinnescato dagli artificieri. Dopo quasi un mese di indagini, il 1° settembre, il Governo di Berlino ha attribuito ufficialmente l’attacco alla Russia, ordinando la chiusura della Russian House di Berlino e del consolato russo di Bonn. Ma proprio la Germania mostra quanto il terreno sia scivoloso: negli stessi giorni il Paese ha subito una serie di sabotaggi a delle sottostazioni elettriche, letti inizialmente come possibili “attacchi ibridi”. Le indagini, però, hanno poi puntato altrove: un cittadino tedesco di 48 anni, autore di lettere di rivendicazione a movente ambientalista, ricondotto dal ministro dell’Interno Dobrindt a un probabile “estremismo climatico”. È il paradosso della zona grigia: in un clima saturo di sospetto, si rischia di attribuire alla guerra ibrida anche ciò che ha tutt’altra origine. Su un piano ancora diverso – quello della politica interna – il 6 settembre l’AfD, che chiede la cessazione del sostegno a Kyiv e la riapertura dei dialoghi con Mosca, ha ottenuto il 44% dei voti nelle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt. Il voto non è una conseguenza diretta della guerra ibrida, ma il segnale di una vulnerabilità che nasce dall’interno. Il campanello di Lipsia non suona dunque solo per la Germania: è il segnale più visibile di una pressione che la Russia esercita, con forme diverse, su tutta l’Europa.

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Fig. 1 – L’Antonov An-124 all’aeroporto di Lipsia/Halle, dove è stato rinvenuto un drone sospettato di trasportare esplosivo

2. LA GUERRA CHE NON SI DICHIARA

Il caso tedesco racconta una verità scomoda: nella guerra ibrida il colpo è evidente ma stabilire chi l’ha inferto è la vera partita. È la logica della zona grigia: azioni ostili condotte con strumenti non convenzionali e plausibilmente negabili non necessariamente cinetici ma lungo tutto lo spettro DIMEFIL, che restano sotto la soglia oltre cui scatterebbe una risposta militare. Chi colpisce può sempre negare; chi subisce fatica a provare il contrario, e ancor più a reagire. Il Mar Baltico ne è la prova: dalla fine del 2023 si contano almeno 11 tra cavi e condotte danneggiati, spesso associati alla cosiddetta flotta ombra russa. Eppure, appunto, diverse inchieste hanno faticato a provare il dolo: nei casi delle petroliere Yi Peng 3Eagle S e del cavo Svezia-Lettonia, i magistrati hanno parlato di “incidenti di navigazione” o non hanno ritenuto dimostrata l’intenzionalità. È lo spazio ideale per Mosca: abbastanza sospetto da spaventare, abbastanza incerto da non giustificare una reazione. La frequenza degli episodi ha però costretto la NATO a cambiare postura: dal gennaio 2025 l’operazione Baltic Sentry schiera fregate, velivoli da pattugliamento e droni navali per sorvegliare le infrastrutture sottomarine e ridurre proprio quel margine di ambiguità. Che, del resto, non è sempre totale: sul fronte del jamming satellitare (una pratica di interferenza che rende difficoltosa la geolocalizzazione), nell’ottobre 2025 l’ICAO (Organizzazione Internazionale per l’Aviazione Civile) ha riconosciuto formalmente l’origine russa delle interferenze al GNSS (Sistema globale di navigazione satellitare) che colpiscono l’aviazione nell’Europa baltica, orientale e settentrionale, e a gennaio 2026 quattordici Stati costieri europei hanno lanciato un allarme congiunto sulla navigazione. Droni, cyberattacchi e disinformazione completano una cassetta degli attrezzi usata con frequenza crescente: è un’Europa che “accetta” di vivere ormai stabilmente nella zona grigia.

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Fig. 2 – La petroliera Eagle S, associata alla cosiddetta “flotta ombra” russa, nel Mar Baltico

3. UN’EUROPA STRETTA IN MEZZO

Il vero motivo d’allarme non è solo il singolo drone o il singolo cavo, ma la convergenza di due pressioni. Da fuori gli attacchi ibridi logorano infrastrutture e nervi; da dentro crescono forze che a Mosca fanno comodo – partiti che chiedono di interrompere il sostegno a Kyiv e riaprire con il Cremlino, come l’AfD in Germania. Attenzione: non è la Russia a “produrre” quei voti, che hanno ovviamente cause interne, ma la loro ascesa erode la coesione europea proprio mentre la pressione esterna aumenta. La risposta, però, resta impigliata in un nodo: la NATO ha chiarito che, a seconda dei casi, anche un’operazione ibrida può essere identificata come un “attacco armato” e portare all’attivazione dell’articolo 5 (Washington Summit Declaration, 2024). Ma è proprio qui il problema: mantenere le azioni sotto – o in prossimità – di una soglia sufficientemente ambigua rende difficile attribuzione, qualificazione dell’attacco e decisione su una risposta collettiva. Un cavo tranciato o un GPS disturbato non “fanno una guerra”, e chi subisce ha davanti un dilemma: reagire con forza rischiando l’escalation, oppure non reagire premiando l’aggressore. Per questo, avvertono in molti, la deterrenza classica non basta: servono attribuzione più rapida, protezione delle infrastrutture e la volontà politica di alzare i costi per Mosca. La vera partita europea è imparare a difendersi in una guerra che nessuno sta dichiarando.

Leonardo Tovo

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Perchè è importante

  • Gli attacchi sotto la soglia del conflitto come sabotaggi, jamming, droni, disinformazione sono diventati per l’Europa una condizione permanente, non episodi isolati.
  • Il nodo non è solo tecnico ma politico: la difficoltà di attribuire gli attacchi e la crescita di forze filo-russe dentro l’UE indeboliscono una risposta unita.

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Leonardo Tovo
Leonardo Tovo

Sono laureato in Scienze Politiche presso l’Università LUISS Guido Carli e attualmente frequento il corso di laurea magistrale in Global Management and Politics. Ho maturato una breve esperienza nell’ambito della ricerca e dell’analisi di temi europei e internazionali. Mi interesso principalmente di geopolitica, sicurezza e difesa europea, geoeconomia e relazioni internazionali.

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