In 3 Sorsi – Ursula von der Leyen ha invitato il Canada a diventare il primo “membro associato” dell’UE, una formula che nei Trattati non esiste e che Trump ha già bollato come possibile “atto ostile”. Ma l’apertura a Ottawa viene da lontano: cosa sta avvicinando il Canada all’Europa?
1. UN INVITO SENZA PRECEDENTI (E SENZA DEFINIZIONE)
Il 16 settembre, nel più ampio discorso sullo Stato dell’Unione a Strasburgo, Ursula von der Leyen ha proposto al Canada di diventare primo “membro associato” dell’UE, dentro una “Alliance for the Future” su sicurezza economica, tecnologia, industria della difesa, Artico, energia, minerali critici, IA, quantum e cyber. Il premier Mark Carney ha accolto l’idea davanti al Parlamento Europeo, parlando di “assicurare la nostra autonomia strategica”. La formula “membro associato” merita un approfondimento perché nasconde il vuoto di uno status che non è menzionato in nessuno dei Trattati UE. Resta tutto da definire: il contenuto politico di questa nuova categoria, quali diritti, quali obblighi e quale grado di accesso alle strutture dell’Unione spetterà al Canada. C’è poi anche un ostacolo politico: quella di von der Leyen non è, ad oggi, una posizione consolidata dai Ventisette. La proposta ha raccolto aperture, ma anche scetticismo. Prima di convincere Ottawa, Bruxelles dovrà convincere sé stessa.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – Ursula von der Leyen, Roberta Metsola e Mark Carney a Strasburgo, 16 settembre 2026
2. UN’IDEA CHE NON NASCE DAL NULLA
L’invito è il coronamento di un avvicinamento che nell’ultimo periodo ha conosciuto un’accelerazione, con oltre 30 accordi firmati dal gennaio 2025. La base è il CETA, il trattato commerciale in vigore in via provvisoria dal 2017, che ha eliminato il 98% delle linee tariffarie, ma che deve ancora essere ratificato da dieci Stati membri. Il 2025 è l’anno della svolta: al summit di Bruxelles del 23 giugno, UE e Canada hanno lanciato una “Strategic Partnership of the Future” e firmato un Partenariato di Sicurezza e Difesa. Da lì il passo successivo: a febbraio 2026 il Canada è diventato il primo Paese non europeo ammesso a SAFE (Security action for Europe), aprendo alle imprese canadesi gli appalti finanziati attraverso lo strumento da 150 miliardi per il riarmo europeo. I prestiti restano riservati agli Stati membri, ma per la prima volta un alleato NATO extra-UE viene scritto dentro l’architettura finanziaria della difesa dell’Unione. Vista così, la proposta di “membro associato” non piove dal cielo, ma è il tetto politico di un edificio costruito mattone dopo mattone.
Embed from Getty ImagesFig. 2 – Vertice UE-Canada a Bruxelles in occasione della firma del CETA, 2016
3. L’OMBRA DI WASHINGTON
Ed è qui che entra in gioco un grande protagonista, assente dall’aula di Strasburgo: gli Stati Uniti. La proposta di von der Leyen matura anche nel deterioramento dei rapporti tra Ottawa e Washington sotto Trump: dazi, minacce di disimpegno dalla NATO, mire sulla Groenlandia, hanno spinto il Canada a cercare riparo altrove. E la reazione della Casa Bianca è stata immediata: Trump ha definito l’ipotesi un possibile “atto ostile“, l’ha bollata come “ridicola” e ha minacciato l’UE di “dazi pesantissimi”. Ma la durezza della reazione dice il contrario di ciò che afferma: non si minaccia qualcosa di “ridicolo”. Anzi, osserva Heather Grabbe, senior fellow del Bruegel, sono proprio le politiche di Trump a rendere l’UE più attraente, spingendo gli alleati a “formare club che non includono gli Stati Uniti“. Resta però il nodo che nessun discorso può sciogliere: il Canada non può davvero uscire dall’orbita statunitense. Lo dicono i numeri: nel 2024 il 75% dei beni canadesi è andato negli Stati Uniti, contro meno del 6% diretto all’UE. A questo si aggiungono la difesa comune del continente (NORAD – North American Aerospace Defense Command, il comando militare congiunto Canada-USA, istituito nel 1958) e l’integrazione dell’USMCA (United States-Mexico-Canada Agreement: accordo di libero scambio fra Stati Uniti, Canada e Messico, entrato in vigore nel 2020). Diversificare è possibile, sganciarsi molto meno. Qui il vero problema: se perfino l’alleato più stretto degli Stati Uniti cerca una seconda casa, la vera notizia non è tanto un nuovo status in seno all’UE, ma piuttosto che l’Occidente ha definitivamente smesso di rappresentare un blocco unico.
Leonardo Tovo
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