In 3 Sorsi – Dopo oltre mezzo secolo di esclusione legale e culturale, Damasco riconosce ufficialmente la lingua curda. Una decisione carica di simbolismo che apre scenari politici delicati, interni e regionali.
1. IL DECRETO CHE ROMPE IL TABĂ™
In seguito agli scontri della scorsa settimana ad Aleppo, che hanno coinvolto diversi combattenti curdi e portato all’intervento dell’esercito siriano, la Siria ha compiuto un passo senza precedenti nella sua storia moderna: il riconoscimento ufficiale della lingua curda accanto all’arabo.
Il Presidente Ahmed al-Sharaa, al potere da dicembre 2024 dopo la deposizione di Bashar al-Assad, ha emanato il decreto numero 13, articolato in 7 punti, di grande portata simbolica e politica. Il provvedimento ha ripristinato la cittadinanza, revocata dopo il censimento del 1962, a migliaia di curdi-siriani, ha sancito il curdo come lingua ufficiale accanto all’arabo e ha concesso di insegnarlo nelle scuole. Ciò ha segnato una rottura radicale rispetto all’impostazione ba’thista, fortemente centralizzata e arabista, e il termine di 54 anni di esclusione legale e culturale per la popolazione curda.
L’amministrazione e le forze curde (SDF), situate nel nord del Paese, pur riconoscendo il decreto come un primo passo verso la riconciliazione, sottolineano la necessitĂ di una Costituzione per soddisfare le aspirazioni e le ambizioni del popolo curdo.Â
Fig. 1 – Civili curdi nella cittĂ di Qamishli
2. UNA MOSSA STRATEGICA NEL CONTESTO POST-BELLICO
Quanto riconosciuto dal decreto 13 non è solo un gesto di apertura culturale, ma una mossa profondamente politica. Arriva in un contesto di Siria frammentata, dove il controllo territoriale è ancora diseguale, il conflitto tra le forze siriane e quelle curde non è ancora del tutto placato e le autoritĂ centrali cercano nuove forme di legittimazione interna, dopo il rovesciamento del regime di Assad.Â
Il Governo siriano, infatti, ha intrattenuto nel corso del 2025 molteplici colloqui con la SDF per integrare gli organismi militari e civili gestiti dai curdi nelle Istituzioni statali siriane entro la fine dell’anno. Damasco tenta così di riannodare il dialogo, riducendo le spinte autonomiste e riaffermando la propria sovranità . Resta, però, aperta una doppia incognita: da una parte, la disponibilità della popolazione curda a rinunciare a parte della sua autonomia per porsi sotto un Governo centralizzato nelle mani di al-Sharaa, dall’altra, la questione dell’effettiva implementazione del decreto: l’ufficialità linguistica si tradurrà davvero in istruzione bilingue, amministrazioni inclusive e diritti politici più ampi?
Fig. 2 – Il Presidente siriano Ahmed al-Sharaa parla ai media dopo aver firmato l’accordo di cessate il fuoco con la SDFÂ
3. IMPLICAZIONI REGIONALI E LIMITI DEL CAMBIAMENTO
La decisione siriana, fortemente caldeggiata dagli Stati Uniti come storici alleati dei curdi e mediatori del cessate il fuoco, ha inevitabili riflessi regionali.
Da una parte, il riconoscimento siriano viene osservato con attenzione, e sicuramente preoccupazione, da Paesi come la Turchia, dove la questione curda resta altamente sensibile. Infatti, Ankara, uno dei principali alleati della Siria, considera tutte le organizzazioni curde come dei veri e propri gruppi terroristici legati al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), bandito dalla Turchia.
Dall’altra, però, il decreto potrebbe migliorare le condizioni interne della Siria, che verte in una crisi alimentare estrema, e rafforzare la narrativa di una Siria riformata agli occhi della comunitĂ internazionale, interessata all’unitĂ e alla stabilizzazione dopo anni di guerra.Â
Ci troviamo, dunque, davanti a una svolta storica che deve andare oltre all’aspetto simbolico e trasformare le parole del decreto in diritti duraturi.
Chiara Salvò
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