In 3 Sorsi – Il dibattito sulle mutilazioni genitali femminili torna al centro dell’attenzione internazionale per il tentativo in Gambia di revocarne il divieto tramite un ricorso alla Corte Suprema. Una sentenza favorevole potrebbe segnare un grave passo indietro nella tutela dei diritti delle donne.
1. IL DIBATTITO IN GAMBIA
Nonostante le mutilazioni genitali femminili siano state definite una grave violazione dei diritti umani da numerose Istituzioni internazionali, si tratta ancora oggi di una pratica particolarmente diffusa in alcune aree del mondo. Secondo i dati dell’Unicef, ogni anno le MGF colpiscono milioni di bambine nel mondo. L’incidenza maggiore si registra nel continente africano e, in particolar modo, in Gambia, dove si riscontra uno dei tassi più alti.
Il 18 marzo 2024 il Parlamento del Gambia ha votato a favore di un disegno di legge che avrebbe rimosso il divieto di praticare le MGF, introdotto nel 2015 dall’allora Presidente Yahya Jammeh con il Women’s Amendment Act per contrastare questa consuetudine.
La proposta ha scatenato una forte reazione non solo da parte della comunità internazionale, ma soprattutto delle attiviste del Paese, che sono scese in piazza per difendere i diritti delle donne.
Grazie alle pressioni delle organizzazioni per i diritti umani affinché il Governo mantenesse il proprio impegno nella tutela femminile, il 15 luglio 2024 il Parlamento ha infine respinto il progetto di legge, dopo mesi di tensioni e proteste.
La decisione, tuttavia, ha scatenato la reazione di numerosi leader religiosi e politici, che di fronte alla decisione dell’assemblea legislativa si sono rivolti alla Corte Suprema, sostenendo che la legge viola il diritto costituzionale alla libertà religiosa, avviando una campagna tuttora attiva.
I sostenitori del bando contro le MGF ritengono le argomentazioni del ricorso prive di fondamento, in quanto non si tratta di una pratica imposta dalla shari’a, ma di pratiche tribali antecedenti alla diffusione della religione islamica nel continente africano – anzi, in quanto dannose per la salute fisica sarebbero espressamente vietate dall’Islam.
Giustificare le MGF come forma di libertà religiosa e come diritto costituzionale sarebbe inoltre contrario alla Carta, che limita i comportamenti che possano ledere i diritti e le libertà fondamentali, come la tutela da qualsiasi forma di tortura.
L’eventuale abrogazione del divieto rappresenterebbe di fatto un pericoloso precedente, mettendo a rischio il diritto alla vita, alla salute e all’integrità fisica di donne e bambine. Le MGF, infatti, non consistono soltanto nell’asportazione totale o parziale dei genitali, ma costituiscono una vera e propria forma di violenza che comporta gravi fisiche e psicologiche.
Fig. 1 – Una manifestazione a sostegno delle MGF di fronte al Parlamento all’epoca del dibattito per la revisione del Women’s Amendment Act, Banjul, 18 marzo 2024
2. CHE COSA LE MGF E COME SONO GIUSTIFICATE?
Le mutilazioni genitali femminili sono ancora oggi diffuse in diversi Paesi dell’Asia, dell’America Latina e, soprattutto, dell’Africa.
Le motivazioni alla base di questa pratica variano a seconda del contesto culturale e sociale. In molti casi le MGF rappresentano un rito di passaggio verso l’età adulta e uno strumento di accettazione all’interno della comunità. Spesso sono giustificate anche da presunte ragioni igieniche o sanitarie, come la convinzione che possano prevenire infezioni o preservare la fertilità, del tutto priva di fondamento scientifico. A queste motivazioni si aggiunge quella di carattere sessuale: chi difende tale usanza sostiene che serve a limitare il desiderio femminile, esercitando così un controllo sul corpo delle donne.
I rischi sanitari naturalmente sono estremamente elevati. Le bambine sottoposte a queste pratiche possono andare incontro a infezioni, complicazioni gravi, lesioni permanenti e, nei casi più estremi, alla morte.
Ad oggi il Gambia figura tra i Paesi africani con la più alta incidenza del fenomeno: secondo le stime circa il 70-75% della popolazione femminile tra i 15 e i 49 anni ne è stata vittima. Questo dato non sorprende se si considera che dal 1965, anno dell’indipendenza dalla Regno Unito, il Paese ha attraversato fasi di instabilità politica ed economica. La popolazione rimane oggi tra le più povere del mondo, con un indice di sviluppo umano molto basso e un accesso limitato ai servizi sanitari e scolastici. In un simile contesto sociale, viene più facile comprendere perché le MGF siano ancora ampiamente accettate e perché si stia tendando di abrogare il divieto imposto nel 2015.
Fig. 2 – Attiviste contro le MGF protestano per il tentativo di rimuovere la legge a tutela delle donne, il Women’s Amendment Act, Banjul, 18 marzo 2024
3. LE PROSPETTIVE DEL RICORSO
Il Women’s Amendment Act del 2015 rappresenta una tappa fondamentale nel percorso verso l’uguaglianza di genere in Gambia. Il mantenimento della legge fino ad oggi è il risultato di tutti gli sforzi della società civile e delle organizzazioni femministe locali, che negli ultimi anni si sono battute per porre fine a ogni forma di violenza e abuso contro le donne.
È assolutamente importante però che la fragilità di questo successo non venga sottovalutata. In Gambia, come in altri Paesi, i progressi compiuti sono stati rallentati o bloccati dall’instabilità politica e dai conflitti interni, che hanno interrotto servizi essenziali e programmi di prevenzione.
Proprio per questo motivo numerosi soggetti gambiani si stanno battendo ogni giorno, coinvolgendo sopravvissute e gruppi femminili in tutto il Paese, per contrastare i vari tentativi di abrogare la legge del 2015. Un importante sviluppi in questo percorso si è verificato nel luglio del 2025, quando il Governo ha firmato la Convenzione dell’Unione Africana per porre fine a qualsiasi violenza contro le donne, riaffermando così il proprio impegno ad applicare tutte le misure legali per prevenire queste pratiche pratiche e proteggere le sopravvissute.
Il tentativo di abrogare il Women’s Amendment Act rappresenta un chiaro campanello d’allarme. I diritti acquisiti non sono mai definitivamente garantiti e possono essere rimessi in discussione anche dopo anni di progressi, per questo le Istituzioni nazionali e internazionali non possono permettersi di abbassare la guardia.
La salute e il benessere psicofisico delle donne in Gambia, però, sono ora nelle mani della Corte Suprema: a prescindere dalla sentenza, il Governo dovrà necessariamente investire nella lotta contro le MGF attraverso programmi educativi e iniziative a livello comunitario. Sarà necessario quindi rafforzare l’impegno politico, sociale e culturale per garantire una tutela effettiva e duratura dei diritti delle donne e una rigorosa applicazione delle leggi esistenti.
Alessia Tolu
Photo by David_Peterson is licensed under CC BY-NC-SA


