In 3 Sorsi – Lo scorso 19 aprile si sono tenute in Bulgaria le elezioni parlamentari, l’ottavo voto del Paese negli ultimi cinque anni. La coalizione dell’ex presidente della Repubblica Rumen Radev ha stravinto ottenendo una maggioranza assoluta di 131 seggi su 240 (45%).
1. LA SCOMMESSA DI RADEV HA PAGATO
Le otto elezioni negli ultimi cinque anni cementano la Bulgaria come uno dei Paesi più politicamente instabili dell’Unione Europea. Nella seconda metà del 2025 in Bulgaria è salito esponenzialmente il livello di tensione tra popolo e Istituzioni, sia per ragioni strutturali pregresse come corruzione, povertà diffusa e adesione all’Euro ma anche, e soprattutto, a causa della pubblicazione della bozza della legge di bilancio per il 2026. Tale bozza era caratterizzata da numerosi tagli agli investimenti e da vari aumenti della tassazione ed era inoltre la prima legge finanziaria interamente redatta in Euro, in vista dell’ingresso della Bulgaria nell’Eurozona avvenuto lo scorso 1 gennaio. A inizio dicembre, a seguito dell’evoluzione violenta delle proteste popolari, il Primo Ministro conservatore Rosen Željazkov ha rassegnato le dimissioni dopo meno di un anno di governo. A circa un mese di distanza dalla caduta del Governo, il presidente della Repubblica Rumen Radev, in carica dal 2017, ha rassegnato anch’egli le proprie dimissioni da capo di Stato, intenzionato a concorrere per il ruolo di Primo Ministro alle successive elezioni parlamentari.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – Sostenitori di Radev festeggiano l’esito delle elezioni a Sofia
2. ‘LA SPERANZA OLTRE LA SFIDUCIA, LA LIBERTÀ OLTRE LA PAURA’
Fin dal momento dell’ufficializzazione della candidatura alle elezioni parlamentari, Radev ha adottato una precisa strategia comunicativa, fatta di continui rimandi alla sua missione di “unico possibile salvatore della patria”, ovvero il solo candidato in grado di sconfiggere le presunte élite oligarchiche corrotte responsabili della pessima situazione attuale del Paese. Il riferimento principale della retorica di Radev sono gli esponenti della coalizione di centro-destra tra il partito “GERB” (“Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria”) dell’ex Primo Ministro Boyko Borisov e l’”Unione delle Forze Democratiche” (SDS), piccola formazione di orientamento cristiano-democratico e anticomunista. I risultati delle elezioni, che in Bulgaria si svolgono con un sistema proporzionale per 31 collegi multinominali, hanno infine dato ragione a Radev: la sua coalizione “Bulgaria Progressista” ha ottenuto una maggioranza assoluta di 131 seggi (45%), mentre la coalizione “GERB-SDS” ha dimezzato i propri consensi, ottenendo solo 39 seggi (13,4%). Entrano nell’Assemblea Nazionale anche i seguenti schieramenti: la coalizione centrista tra “Continuiamo il cambiamento” e “Bulgaria Democratica” (PP-DB), 12,6% – 36 seggi; il partito centrista e attento alle istanze delle minoranze etniche “Movimento per i Diritti e le Libertà” (DPS), 7% – 21 seggi; il movimento di estrema destra e ultranazionalista “Rinascita”, 4,2% – 12 seggi.
Embed from Getty ImagesFig. 2 – Il vincitore delle elezioni, Rumen Radev
3. L’UE SI INTERROGA SULLA POSTURA INTERNAZIONALE DEL NUOVO PREMIER
Grazie all’ottenimento della maggioranza assoluta, il Primo Ministro eletto Rumen Radev potrà formare a proprio piacimento il prossimo esecutivo bulgaro, potendo inoltre contare sul sostegno, sebbene in un ruolo sulla carta “super partes”, della presidente della Repubblica Iliyana Iotova, ex vice dello stesso Radev prima delle dimissioni di quest’ultimo da capo di Stato bulgaro. La vittoria elettorale di Radev ha provocato reazioni contrastanti nel resto d’Europa e soprattutto fra gli Stati membri e le Istituzioni dell’UE. Da un lato, il forte mandato popolare di Radev potrebbe avvicinare la Bulgaria al superamento della crisi politica che dura da almeno cinque anni, rendendo al contempo il Paese un interlocutore e un partner più affidabile rispetto al passato. Dall’altro lato, la malcelata ammirazione del nuovo Primo Ministro bulgaro verso la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping potrebbe rappresentare un serio ostacolo diplomatico nel dialogo con Bruxelles e con altri Governi occidentali.
Giorgio Fioravanti
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