Caffè lungo – L’Unione Europea vuole ridimensionare la presenza di fornitori ad alto rischio, come Huawei e ZTE, nelle proprie reti 5G. Il nodo centrale travalica però la sicurezza delle apparecchiature: riguarda la capacità europea di scegliere da chi dipendere, farsi carico dei costi di questa scelta e trasformare il potere regolatorio in autonomia strategica. Eliminare una dipendenza, infatti, non equivale a conquistare l’indipendenza.
DAL 5G TOOLBOX AL DE-RISKING VINCOLANTE
Per l’Unione Europea le reti di telecomunicazione non rappresentano più soltanto delle infrastrutture economiche. Sono centrali per pubbliche amministrazioni, imprese, energia, trasporti e difesa, il che le rende parte integrante della sicurezza europea. È dunque ovvio come anche chi fornisce le tecnologie necessarie per il loro funzionamento entri a pieno titolo, quantunque indirettamente, nella sfera della competizione geopolitica. È in questo scenario che si colloca la proposta di revisione del Cybersecurity Act, presentata dalla Commissione Europea il 20 gennaio 2026, che ha lo scopo di rafforzare la sicurezza delle supply chain ICT e di rendere più strutturato il processo di riduzione dei rischi legati ai fornitori di Paesi terzi. Il passaggio è particolarmente importante perché va oltre i limiti del 5G Toolbox, introdotto nel 2020. Fino a oggi gli Stati membri hanno potuto applicare vincoli e restrizioni ai fornitori considerati ad alto rischio seguendo modalità differenti, determinando una forte disomogeneità. Già nel 2023 la Commissione aveva indicato Huawei e ZTE come soggetti che presentavano rischi “materialmente più elevati”, giudicando legittime le scelte nazionali che ne limitavano la presenza nelle reti 5G. Ciononostante, il Parlamento Europeo rilevava come 14 Stati membri non avessero ancora adottato misure restrittive di questo tipo. Quella della Commissione, dunque, è un tentativo di spostare il de-risking da una visione fondata sulla singola volontà degli Stati membri a una logica più uniforme, prevedendo per il 5G periodi di transizione destinati alla sostituzione delle apparecchiature coinvolte. Il nodo geopolitico non risiede unicamente in quali fornitori debbano essere esclusi: il punto è capire chi ha il potere di decidere quando un rapporto commerciale diventa una dipendenza inaccettabile sotto il profilo strategico. In tal senso, Bruxelles prova a rafforzare la propria capacità di definire una soglia di rischio valida a livello europeo, laddove Stati membri e operatori continuano a mantenere costi, interessi e priorità non sempre convergenti.
Fig. 1 – Il Commissario europeo al Mercato interno Thierry Breton (a sinistra), la vicepresidente esecutiva della Commissione Europea Margrethe Vestager (al centro) e il Presidente dell’Autorità croata HAKOM Tonko Obuljen (a destra) durante la conferenza stampa di presentazione del 5G security toolbox, Bruxelles, 29 gennaio 2020
IL PREZZO DEL DE-RISKING
Ridurre una dipendenza strategica ha inevitabilmente un prezzo. Ed è proprio sul prezzo da pagare che, nel 2026, si è aperto il confronto tra Bruxelles e gli operatori europei di telecomunicazione. È stato rilevato come la sostituzione delle apparecchiature riconducibili ai fornitori classificati ad alto rischio nelle reti mobili, fisse e di trasporto potrebbe comportare costi complessivi compresi tra 30 e 40 miliardi di euro. La stima è superiore a quella contenuta nell’impact assessment della Commissione, che valuta per il perimetro in esame costi annuali tra circa 3,4 e 4,3 miliardi di euro per tre anni, stanti possibili oneri ulteriori legati a installazione, interoperabilità e dismissione dei sistemi esistenti. La divergenza è anche politica. Per gli operatori, sostituire rapidamente apparecchiature ancora funzionanti vuol dire anticipare investimenti, modificare contratti e distrarre risorse all’espansione delle reti. Una parte del costo della sicurezza europea può avere dunque ricadute importanti sulle imprese e, indirettamente, sull’utenza finale. A questo va aggiunto un secondo problema: cancellare alcuni fornitori vuol dire diminuire la concorrenza, con una maggiore concentrazione del mercato che potrebbe determinare aumenti dei prezzi fino al 24% per le apparecchiature mobili. Il de-risking assume in tal modo la forma di un trade-off strategico: l’UE può accettare costi economici nel breve periodo per ridurre una vulnerabilità considerata più pericolosa sul lungo periodo, mentre gli operatori temono che una sostituzione accelerata possa indebolire proprio gli investimenti necessari a rendere le reti europee più competitive. Pechino, inoltre, contesta il principio stesso con cui Bruxelles distingue tra fornitori affidabili e ad alto rischio: nell’aprile 2026 la Cina ha accusato l’UE di adottare misure discriminatorie e potenzialmente incompatibili con le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, prospettando possibili contromisure. La disputa mette in evidenza come la provenienza di una tecnologia non sia più soltanto un’informazione commerciale: nell’odierna competizione tra Cina e Occidente la tecnologia diventa un elemento della valutazione strategica. Il costo della sostituzione di Huawei non è soltanto economico, quindi, ma rappresenta il prezzo che l’Europa sceglie di sostenere per restringere il perimetro delle dipendenze considerate accettabili.
Fig. 2 – La vicepresidente esecutiva della Commissione Europea per Sovranità tecnologica, Sicurezza e Democrazia Henna Virkkunen (a sinistra) e il Commissario europeo per l’Energia Dan Jorgensen (a destra) durante la conferenza stampa di presentazione del Technology Sovereignty Package, Bruxelles, 3 giugno 2026
SOVRANI, MA FINO A CHE PUNTO?
Se l’obiettivo è la sovranità tecnologica, sostituire Huawei e ZTE con Ericsson e Nokia appare come una soluzione naturale. I due principali fornitori alternativi sono svedese e finlandese e rappresentano uno dei pochi segmenti digitali nei quali l’Europa vanta ancora attori globali di rilievo. Del resto, però, “europeo” non significa automaticamente “indipendente”. Non va infatti dimenticato che Ericsson si muove all’interno di una rete che conta migliaia di fornitori e opera attraverso una produzione distribuita su più continenti e regioni del mondo: Europa, Medio Oriente, Asia, Stati Uniti, Messico. Inoltre, Nokia ha acquistato nel 2025 beni e servizi da circa 9mila differenti fornitori e, al pari di Ericsson, dipende da una catena di approvvigionamento globale, soprattutto per semiconduttori e componentistica elettronica. Sostituire un’impresa cinese con un’impresa europea, quindi, non determina automaticamente una filiera autosufficiente: va piuttosto a modificare la geografia delle dipendenze. È dunque evidente come la sovranità digitale non possa realisticamente coincidere con l’autarchia tecnologica, perché il problema fondamentale è avere alternative a sufficienza affinché una dipendenza non si traduca in una leva di potenziale coercizione. Diversificare la filiera diminuisce il potere di un singolo fornitore; una filiera eccessivamente concentrata può invece trasformare un rapporto commerciale in una vulnerabilità politica. Ecco dunque come la questione 5G diventa un banco di prova per il modello europeo. Washington può contare sul peso mondiale delle proprie aziende tecnologiche, e Pechino, da tempo, persegue con determinazione la costruzione di capacità domestiche: la forza dell’UE risiede soprattutto nel mercato unico e nella propria forza normativa. La sfida che si pone all’orizzonte per l’UE è quindi trasformare il potere regolatorio in potere infrastrutturale: Bruxelles può determinare quali fornitori rappresentino un rischio, ma deve anche garantire alternative industriali credibili e sostenibili. La vera misura della sovranità digitale europea non sarà la quota di apparecchiature Huawei eliminate dalle reti, ma la capacità dell’Unione di scegliere da chi dipendere, quanto dipendere e quanto rapidamente poter cambiare fornitore laddove lo richieda il contesto geopolitico.
IL CASO ITALIANO
Per l’Italia il dossier Huawei si colloca nel quadro di rafforzamento dei poteri di golden power applicati anche alle reti 5G. Roma dispone perciò di mezzi per imporre condizioni sulle forniture considerate importanti per la sicurezza nazionale. Il limite, tuttavia, resta industriale: l’Italia non ha alcun produttore nazionale lontanamente comparabile a Nokia o Ericsson, e un ipotetico allontanamento dai fornitori cinesi determinerebbe principalmente una ridefinizione delle dipendenze verso altri attori. Per l’Italia la sovranità digitale difficilmente può quindi essere solamente nazionale: la sicurezza può essere decisa a livello statale, ma la costruzione di alternative industriali necessita inevitabilmente di una scala europea.
Fabio Di Matteo – Master in Intelligence UNICAL
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