Il potere politico si esercita sempre più attraverso infrastrutture digitali, standard tecnologici e controllo delle dipendenze sistemiche. La competizione nello spazio cyber non riguarda solo l’innovazione, ma la capacità degli Stati di preservare autonomia decisionale e continuità operativa. Per l’Europa la posta in gioco è la tenuta del proprio spazio economico e politico.
Il ‘cyber power’
La crescente centralità della dimensione cyber come dominio strategico e operativo impone di osservare il potere geopolitico non solo attraverso territori e risorse materiali, ma anche tramite infrastrutture digitali, regole tecnologiche e controllo dei flussi informativi. Il “cyber power” è infatti una componente strutturale del potere nazionale, intesa soprattutto come il controllo o l’accesso privilegiato a infrastrutture digitali critiche, la capacità di influenzare e sfruttare i flussi di dati e il potere di definire standard tecnici e norme cogenti. In un contesto in cui l’azione politica è permeata, dentro e oltre i confini statali, da vincoli digitali, queste dinamiche possono alterare i rapporti di forza, generare dipendenze strategiche e ridurre i margini decisionali degli Stati, trasformandosi in fattori di vulnerabilità strategica e instabilità sistemica.
Embed from Getty ImagesLa competizione tecnologica globale
Il cyber power si materializza in decisioni politiche che ristrutturano l’ordine tecnologico globale. Basti pensare ai grandi piani strategici di investimento e pianificazione tecnologica lanciati nello scorso anno dai principali player di questa competizione, USA e Cina. A fine 2025, difatti, gli USA hanno lanciato la “Genesis mission”, incentrata su sfruttare e incrementare in concomitanza capacità cyber, risorse nucleari, studi quantistici e strumenti di IA. Parallelamente, la Cina ha avviato il nuovo piano quinquennale dal 2026 mantenendo la spinta sulle nuove tecnologie, in particolare nel campo della robotica e dei droni.
Sono piani che mirano ad ottenere capacità produttive avanzate, oltre che a controllare filiere tecnologiche critiche e infrastrutture digitali strategiche. Da un punto di vista sistemico, queste mosse, atte a ridefinire le catene globali del valore, solidificano sempre di più la definizione di blocchi tecnologici, aumentando la pressione indiretta su alleati e partner, chiamati ad allinearsi a standard, regimi di sicurezza e filiere selettive.
La sovranità digitale
La competizione si sposta sempre di più nello spazio cyber in risposta a condizioni strutturali preponderanti: a) l’interdipendenza tecnologica globale, b) la concentrazione delle infrastrutture digitali in pochi nodi, c) la quasi totale impossibilità di garantire autonomia politica senza controllo tecnologico.
Gli sforzi per conseguire un “dominio cyber”, visto come il tentativo di sopperire ad asimmetrie digitali strategiche e quindi, in altri termini, di conseguire una sovranità digitale, seguono tre modelli principali:
- Il modello USA: compensa la mancanza di controllo statale diretto sfruttando la posizione dominante di imprese private, le quali diventano strumenti indiretti di influenza.
- Il modello Cina: riduce vulnerabilità esterne costruendo un controllo end-to-end sulle filiere tecnologiche, accettando costi di efficienza in cambio di sicurezza strategica.
- Il modello UE: punta a governare e arginare le dipendenze attraverso standard e framework strutturati, non controllando imprese dominanti o filiere complete.
Le dipendenze infrastrutturali, pertanto, costituiscono il vero terreno di tensione, le più rilevanti delle quali riguardano:
- Cavi sottomarini: la concentrazione del traffico dati in pochi percorsi obbligati crea choke point critici, esponendo gli Stati a vulnerabilità strutturali e pressioni indirette che evidenziano la dimensione fisica delle dipendenze digitali.
- Cloud e piattaforme: il controllo dell’infrastruttura cloud implica il controllo di accessi, condizioni di utilizzo e dati. In questo spazio, gli interessi statali si esercitano sempre più tramite vincoli e concessioni verso le Big Tech, ormai attori politici atipici ma centrali. È soprattutto in questo campo che l’UE sta tentando di recuperare margini di sovranità intervenendo su un ecosistema a lungo condizionato da un far-west normativo e politico.
- Semiconduttori: l’accesso ai chip avanzati è ormai una precondizione necessaria della sovranità tecnologica e militare, ed è ciò che ha portato alla cosiddetta “guerra dei chip” tra USA e Cina, in cui le due potenze si contengono il controllo delle filiere e delle risorse chiave per lo sviluppo tecnologico.
- Software e catena di approvvigionamento: come nel caso di cloud e piattaforme digitali, la dipendenza da codice proprietario e aggiornamenti centralizzati trasforma decisioni tecniche private in vincoli politici, data la ridotta capacità degli Stati di controllare e sostituire componenti critiche.
Trade-off per l’Unione Europea
Governare il digitale senza possederlo: la regolazione come leva di potere
- Si guadagna: la capacità di indirizzare il comportamento di attori tecnologici globali, compensando la mancanza di controllo diretto sulle infrastrutture critiche.
- Si perde: l’input regolatorio non si traduce automaticamente in spinta industriale, né riduce la dipendenza strutturale da attori extra-UE.
- Chi paga: imprese europee e Stati Membri con strutture meno avanzate, i quali sostengono costi più ingenti di compliance, senza contare i costi burocratici comunitari, a prescindere dagli sforzi di semplificazione normativa avviati negli scorsi mesi dalla Commissione.
- Chi sfrutta la frattura: grandi attori extra-UE in grado di adattarsi, assorbire i costi o aggirare selettivamente il quadro normativo.
Costruire autonomia tecnologica: ridurre le dipendenze senza erodere la coesione politica
- Si guadagna: una riduzione delle dipendenze critiche e una maggiore capacità di scelta autonoma nel medio periodo.
- Si perde: il controllo stabile nel mantenere priorità, tempi e strumenti comuni tra Stati Membri con interessi e capacità diverse.
- Chi paga: Paesi più integrati nelle filiere globali esistenti o con minore capacità industriale.
- Chi sfrutta la frattura: attori esterni che possono far leva sulle divergenze interne per rafforzare relazioni bilaterali o espandere un’influenza indiretta.
Un chicco in più – La posizione dell’Italia
La Pubblica Amministrazione come nodo infrastrutturale
In Italia le PA non sono solo utilizzatrici di tecnologia, ma anche tra i principali aggregatori di dati, domanda digitale e infrastrutture critiche. La centralità delle PA è in grado di rafforzare le capacità di indirizzo e coordinamento in ambito di innovazione digitale, anche in assenza di grandi player industriali nazionali, con la necessità di mantenere sotto controllo le infrastrutture sottostanti per non sovraesporle a dipendenze tecnologiche esterne.
I dati pubblici tra asset strategico e risorsa inutilizzata
L’Italia dispone di massicci volumi di dati pubblici, con alto valore strategico, che rimangono tuttavia risorse largamente inutilizzate per via di frammentazione e mancata armonizzazione tra le infrastrutture che li ospitano e processano.
La nicchia strategica dell’HPC
Nell’ambito dell’High-performance computing, ovvero dei “super computer”, l’Italia è posizionata alla stregua delle principali infrastrutture europee di frontiera, promettendo passi avanti nella ricerca e nella difesa. Senza un controllo su software, cloud e filiere, l’HPC rischia però di restare un’isola tecnologica.


