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    Libano e Siria: passato e presente di instabilità costante – Seconda parte

    In breve

    • Il Libano, il Paese con la più alta densità di rifugiati al mondo, non è firmatario della Convenzione di Ginevra.
    • Il Memorandum of Understanding non garantisce protezione e rispetto dei diritti dei rifugiati.
    • I corridoi sono una risposta immediata e una buona pratica basata sull’accoglienza. Ma per porre fine alla crisi umanitaria cui stiamo assistendo da anni è necessaria una presa di posizione politica e il riconoscimento di una responsabilità comune.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    Analisi – La situazione dei rifugiati siriani il Libano risente della storia del popolo libanese con i profughi palestinesi, delle relazioni recenti con la Siria e anche delle pesanti condizioni socioeconomiche del Paese. La vita nei campi profughi è sempre più difficile e le limitazioni imposte ai siriani li espongono a rischi notevoli. Seconda parte.

    Qui la prima parte.

    TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO

    La situazione dei rifugiati siriani in Libano risente dunque di esperienze pregresse e, naturalmente, dell’evoluzione della politica interna. I profughi sono riconosciuti a livello istituzionale soltanto dall’UNHCR, quindi la documentazione inerente al loro status non viene ammessa da Beirut. Per facilitare la gestione della crisi le Nazioni Unite e il Governo libanese hanno stretto degli accordi – i cosiddetti Memorandum of Understanding – che permettono all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati di agire e proteggere i rifugiati in un Paese non firmatario della Convenzione di Ginevra, ma che di fatto sottomettono la pianificazione dei programmi e delle attività portate avanti dal Lebanon Crisis Response Plan alle politiche restrittive dello Stato nei confronti dei rifugiati. Infatti il Libano interviene e condiziona moltissime scelte dell’UNHCR. Tra queste l’obbligo alla firma di un documento secondo il quale i rifugiati rinunciano alla possibilità di lavorare durante la loro permanenza in Libano nel momento della registrazione per l’ottenimento dello status specifico e un accordo non scritto che prevede l’impossibilità di intervento delle Nazioni Unite in seguito all’arresto di un rifugiato (arbitrario o no) per almeno tre giorni.

    Fig. 1 – Murale a downtown Beirut, Libano, gennaio 2018 | Antea Enna

    LIBANO: UNA PRIGIONE A CIELO APERTO

    Il protrarsi della crisi in condizioni di obbligata transitorietà si combina a sfide di natura sociale, quali la marginalizzazione, ed economica. Il taglio graduale degli aiuti che impedisce una distribuzione su larga scala così come l’impossibilità per i siriani di lavorare costituisce dei limiti al fabbisogno di beni primari.
    Le difficoltà quotidiane nel lungo periodo hanno spinto molte famiglie a intraprendere vie illegali per uscire dal Libano. Nel settembre 2018 la tragedia del gommone diretto a Cipro ha indignato la società civile. Molti siriani sono stati rimpatriati dalle Autorità libanesi, violando così il principio internazionale di non refoulement, e tutt’oggi si registrano bus colmi di rifugiati Siriani che partono dal Libano e arrivano in Siria.
    Considerando queste limitazioni è inevitabile giungere alla conclusione che il Libano rappresenta una prigione a cielo aperto per i rifugiati, i quali non hanno garantiti diritti fondamentali e sono esposti a ogni tipo di abuso. Le difficoltà a livello di accesso alle risorse e alle strutture sanitarie rendono la condizione dei rifugiati insicura e volatile, visto e considerato il clima di incertezza in cui versa in Paese al giorno d’oggi.

    Fig. 2 – Tiro, sud del Libano | Antea Enna

    CORRIDOI UMANITARI: UNA POSSIBILE RISPOSTA AL PROBLEMA

    Per rispondere alle esigenze di una vita più dignitosa, sin da subito le Nazioni Unite hanno portato avanti un programma di resettlement per riallocare nuclei familiari in Paesi terzi. A questo si è affiancato anche il programma dei corridori umanitari, un protocollo che a livello nazionale – prevalentemente Italia e Francia, ma hanno partecipato anche Andorra e Belgio – è riuscito a portare diversi nuclei familiari in Europa.
    Diversamente dal programma delle Nazioni Unite i corridoi, organizzati da Sant’Egidio, FCEI e Chiesa Valdese, hanno un carattere e un’organizzazione basata su un più ampio concetto di accoglienza. Se da una parte la proposta delle Nazioni Unite prevede la ricollocazione delle famiglie con una garanzia per cinque anni di una casa, un pocket money e agevolazioni, dall’altra i corridoi hanno un aspetto più umano. Si tratta infatti di un’idea basata sull’accoglienza da parte di realtà presenti nel Paese di destinazione – parrocchie, centri, piccoli gruppi di persone – che si impegnano a seguire, supportare e sostenere le famiglie non solo a livello economico e burocratico, ma anche percorrendo insieme un percorso di inclusione sociale che dunque si allarga coinvolgendo un network più ampio di persone. Quest’aspetto costituisce una sfida notevole sia in Libano che nel Paese di assegnazione, e dunque per chi lavora per individuare le famiglie e chi le accoglie. L’identificazione delle persone e dei nuclei familiari che entrano nel programma non è un compito facile. Come testimoniato da diversi operatori sul campo è un incarico complesso che tiene conto di innumerevoli aspetti, tra i quali i singoli contesti in cui le persone vivono, e che si fonda su una relazione di fiducia. Infatti, tenendo in considerazione la legislazione europea in termini di accoglienza, gli impegni sia dei nuclei familiari o dei singoli, che dell’accoglienza sono molteplici. In primis, per le persone accolte, quello di non lasciare il Paese d’arrivo per ricongiungersi con chi prima di loro – parenti, amici, conoscenti – è arrivato in Europa. Una regola importante visto che i corridoi sono un’iniziativa basata su un Protocollo di Intesa tra Ministero dell’Interno (Dipartimento Per Le Libertà Civili e l’Immigrazione), FCEI e Comunità̀ di Sant’Egidio, che garantisce l’arrivo in sicurezza di un numero concordato di potenziali beneficiari di protezione internazionale. Il protocollo specifica però che l’impegno dello Stato si limita a garantire i visti e le procedure burocratiche necessarie a supporto dell’iniziativa, ma non si impegna a sostenere il percorso in seguito all’arrivo nel Paese di destinazione. Ciò implica che gli equilibri sono molto delicati e quindi le procedure, ma soprattutto la responsabilità condivisa di coloro che vengono accolti e coloro che accolgono, costituiscono il cuore della riuscita del progetto stesso e la continuazione di esso come buona pratica non solo a livello nazionale dei Paesi partecipanti, ma a livello europeo.
    Tra i casi individuati ci sono anche casi medici e particolarmente vulnerabili, ma solo se dietro le vulnerabilità e le difficoltà di salute c’è anche una grande voglia di ricominciare altrove e mettersi in gioco in una nuova realtà che comunque risulta essere una sfida. Infatti, quando si parla di corridoi umanitari un tema ricorrente è se la famiglia o il singolo hanno davvero le possibilità di migliorare le proprie condizioni in Europa. Il viaggio non è solo lo spostamento di individui da una parte del Mediterraneo all’altra, ma un vero e proprio percorso, un progetto di vita che impegna chi è coinvolto a ricercare delle possibilità in più. Inoltre, i corridoi costituiscono una risposta sicura a delle esigenze reali, capace di garantire e soprattutto stimolare in Europa il percorso di inclusione sociale di cui il Vecchio Continente ha bisogno. Infatti, le dinamiche di accoglienza non solo un’opportunità per i beneficiari diretti del progetto, ma anche un’occasione di scambio che coinvolge l’intera società civile, giocando un ruolo centrale in un periodo storico in cui la paura dell’alterità limita le possibilità di un percorso di inclusione sociale condiviso e profondo.
    I corridoi umanitari sono una risposta più civile e spontanea, supportata da mezzi istituzionali, per rispondere alle esigenze di chi vive in contesti di vulnerabilità, che dimostrano come una buona pratica può essere un mezzo per contrastare la crescente corrente nazionalista e razzista europea. Resta però il fatto che, sebbene i corridoi umanitari siano uno strumento vincente e una buona pratica che necessita di diventare prassi, una risposta politica per la protezione, la sicurezza e il rispetto dei diritti dei rifugiati siriani sia necessaria.

    Antea Enna

    Immagine in copertina: Visita ad una famiglia dello staff dell’Fcei in Libano | Corina Fluhmann

    Antea Enna
    Antea Enna

    Nata nel centro del Mediterraneo era quasi inevitabile la propensione verso il nord Africa e Medio Oriente. Se a questo si aggiunge una passione nata grazie alla danza orientale e lo studio dell’arabo, iniziato precocemente già al liceo, gli ingredienti per una vera e propria dipendenza da mondo arabo ci sono tutti. Dopo l’università prima a Gorizia e poi a Milano, ho lavorato in organizzazioni non governative per diverso tempo. Sono tornata nella metropoli lombarda per un dottorato che mi ha portata in Libano, dove ormai vivo da due anni. Nella terra dei Cedri ho svolto volontariato con i rifugiati siriani e ricerche su vari temi prevalentemente legati ai micro e macro conflitti e alla situazione socioeconomica mediorientale.

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