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    Egitto ed Etiopia ai ferri corti per il Nilo

    In breve

    • La Diga della Grande Rinascita Etiope (GERD) è tanto un simbolo di sviluppo per l’Etiopia, quanto di insicurezza idrica per l’Egitto. Ciò ha causato una feroce disputa diplomatica.
    • I tentativi di negoziato sono falliti e manca l’accordo sulla gestione delle siccità e la risoluzione delle controversie, dal momento che i problemi tecnici hanno preso chiari connotati politici, sia al Cairo sia ad Addis Abeba.
    • Tra accuse e segnali ostili, il riempimento del bacino della diga dovrebbe iniziare a breve sotto l’ombra di una possibile escalation asimmetrica.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsiLa costruzione della più grande diga africana sul Nilo etiope ha acceso un contenzioso senza precedenti tra Addis Abeba e il Cairo. Se la prima vede nella diga una speranza di sviluppo, la seconda teme per la propria sicurezza idrica. Tutti i tentativi di mediazione sono falliti. Ora l’Egitto minaccia ritorsioni e l’Etiopia si prepara a difendersi.

    1. LA DIGA E I SUOI SIMBOLI

    La diga etiope sul Nilo non è una semplice diga. È un simbolo. È un simbolo per gli etiopi che vi hanno affibbiato l’altisonante nome di Diga della Grande Rinascita Etiope (GERD) e vedono in essa la punta di diamante della transizione politico-economica del Paese. Iniziata nel 2011 e completata per il 70%, la GERD dovrebbe infatti diventare il più ampio impianto idroelettrico del continente africano con un bacino acquifero di 1.680 chilometri quadrati di superficie e una capacità prevista di 15mila gigawatt-ora all’anno. La GERD non dovrebbe solo garantire il crescente fabbisogno energetico di un’Etiopia in pieno sviluppo economico (+9% di PIL nel 2019), ma anche trasformare il Paese in un esportatore regionale di elettricità. Un altro aspetto che rende la Diga cruciale è il fatto che i cittadini etiopi hanno contribuito a finanziarla con quasi mezzo miliardo di dollari sui cinque totali tramite l’acquisto di bond specifici. Ma la GERD è un simbolo anche per l’Egitto. Da un lato il Cairo prevede una riduzione tra il 20% e il 30% della quantità d’acqua a sua disposizione, un’eventualità che metterebbe a rischio la sicurezza idrica del Paese e dei suoi 100 milioni di abitanti. Dall’altro lato l’Egitto teme di perdere la sua storica supremazia sul bacino del Nilo, tanto da spingere il Presidente Al-Sisi a dichiarare la Diga “questione di vita o di morte”.

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    Fig. 1 – Foto del cantiere della GERD in costruzione sul Nilo Azzurro, 26 dicembre 2019

    2. NESSUNA SOLUZIONE DIPLOMATICA

    Come tutti gli esperti di negoziazione sanno bene, non c’è negoziazione più difficile di quella sui simboli. Gli incontri tra Egitto, Sudan ed Etiopia sulla GERD ne sono una chiara dimostrazione. Iniziate in maniera ufficiale a maggio 2018, le trattative sono ripetutamente naufragate. A febbraio 2020 pure la mediazione statunitense, guidata appositamente dal Dipartimento del Tesoro al fine di offrire appropriati compensi economici alle parti, è fallita dopo il ritiro dei delegati etiopi. Due i nodi gordiani che separano le parti. Il primo riguarda l’obbligo da parte etiope di non bloccare il flusso delle acque durante i periodi di siccit: Addis Abeba e il Cairo tuttavia dissentono sui livelli di siccità necessari a far scattare tale obbligo. Il secondo invece concerne il meccanismo di risoluzione delle controversie, che il Cairo vorrebbe nella forma di un arbitrato internazionale vincolante, mentre Addis Abeba preferirebbe rimanesse sotto forma di negoziato trilaterale. La retorica nazionalistica dei contendenti ha trasformato tali questioni, apparentemente tecniche, in linee rosse politiche da entrambe i lati. Infine, più defilata è la posizione del Sudan, che, sebbene vedesse ridotta la portata del Nilo, potrebbe acquistare l’elettricità prodotta dalla Diga a basso prezzo e vedrebbe i cicli di piena del fiume più regolarizzati, a beneficio della propria agricoltura.

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    Fig. 2 – Il Presidente etiope, Abiy, egiziano, Al-Sisi, e sudanese, Al-Bashir, partecipano ad uno dei negoziati sulla GERD ad Addis Abeba, 10 febbraio 2019.

    3. SUL PIEDE DI GUERRA

    L’ultima negoziazione tentata la settimana del 9-13 giugno è stata inconcludente. Come annunciato in precedenza, l’Etiopia intende procedere al riempimento del bacino senza un accordo nelle prossime settimane. La tensione rimane palpabile dopo che a fine maggio il Presidente Al-Sisi ha messo l’esercito in stato di massima allerta e il Presidente etiope Abiy ha fatto installare batterie missilistiche anti-aeree attorno alla GERD. Se una guerra diretta sembra molto difficile, un conflitto asimmetrico non è altrettanto impossibile. Le prime avvisaglie arrivano dalle dichiarazione del Presidente dello Stato etiope dell’Oromia, il quale ha denunciato la presunta azione delle Autorità egiziane dietro le rivolte di strada che hanno recentemente interessato il suo Stato. Se ciò venisse confermato, potrebbe rappresentare un primo passo verso la destabilizzazione dell’Etiopia, Paese già segnato da profonde divisioni etniche e accentuate dalla transizione politica in corso. Un altro fronte apertosi di recente riguarda il confine etiope-sudanese. A fine maggio infatti alcune milizie irregolari etiopi si sono scontrate con l’esercito sudanese in una zona interessata da secoli dalla transumanza di agricoltori e allevatori etiopi. Sebbene i due Governi abbiano smorzato le tensioni, l’esercito sudanese non sembra aver accettato di buon grado la soluzione diplomatica. In tutto ciò il Cairo, che gode di uno stretto rapporto di cooperazione con i militari di Khartoum, sembra aver appoggiato tali rimostranze al fine di allontanare il Sudan da Abiy Ahemd e portarlo dalla propria parte sulla questione della GERD. La disputa del Nilo rischia quindi di trasformarsi in una violenta escalation asimmetrica.

    Corrado Cok

    Immagine di Copertina: Aswan, Egypt, 埃及” by cattan2011 is licensed under CC BY

    Corrado Cok
    Corrado Cok

    Spirito mittleuropeo e cuore mediterraneo, con una triennale in diplomazia ed un master in risoluzione dei conflitti del King’s College. Dopo Rabat e Parigi, ho lavorato per un anno a Bruxelles nel settore dell’advocacy su questioni legate a conflitti e processi di pace. Ora ho iniziato a fare esperienza sul campo tramite un progetto umanitario in Gibuti. Le aree del mondo di cui sono appassionato sono Medio Oriente, Nord Africa e, da qualche tempo, anche Africa occidentale ed orientale.

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