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    Bielorussia, la “vittoria” vuota di Lukashenko

    In breve

    • Le elezioni presidenziali in Bielorussia sono state vinte per l’ennesima volta da Lukashenko. Ma stavolta il risultato è stato messo apertamente in discussione anche all’interno del Paese.
    • Significative proteste popolari, duramente represse dalla polizia, hanno infatti accompagnato la vittoria del Presidente in carica, mentre la candidata dell’opposizione Tikhanovskaya ha rifiutato di riconoscere la sconfitta.
    • Le elezioni hanno rivelato le divisioni interne alla società bielorussa e la fragilità del regime di Lukashenko, ormai impopolare in diverse parti del Paese.
    • Lukashenko non può neanche contare molto sul sostegno della Russia, irritata per le sue recenti aperture diplomatiche verso Occidente. Putin chiederà probabilmente condizioni pesanti per continuare a supportare l’attuale regime bielorusso.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    Analisi Secondo i dati ufficiali, il Presidente bielorusso avrebbe vinto il suo sesto mandato consecutivo con l’80% dei voti. Ma nessuno ci crede davvero e le massicce proteste popolari in diverse città del Paese – represse duramente dalla polizia – dimostrano la sostanziale fragilità del regime, ormai guardato con freddezza anche dal vecchio alleato russo.

    RISULTATO SCONTATO

    Dopo una lunga e vivace campagna elettorale, dominata dall’affaire Babariko e dalla sorprendente ascesa di Svetlana Tikhanovskaya, le elezioni presidenziali in Bielorussia si sono finalmente tenute domenica in un clima di alta tensione. Sin dalle prime ore del mattino il centro della capitale Minsk è stata massicciamente presidiato da unità anti-sommossa della polizia, che hanno impedito l’accesso ai non residenti. C’è stata anche qualche incertezza sulla sorte di alcuni membri dello staff di Tikhanovskaya, già provato dall’arresto della manager Maria Moroz alla vigilia del voto. Alla fine, comunque, le votazioni si sono svolte pacificamente con lunghe code ai seggi anche di fronte alle ambasciate bielorusse all’estero. La partecipazione è stata molto alta (84%), ma il risultato finale è parso scontato sin dall’inizio: prima un exit poll della TV di Stato e poi i dati ufficiali della Commissione elettorale centrale hanno infatti assegnato la vittoria a Lukashenko con uno strabiliante 80%, seguito da Tikhanovskaya con il 9,9% e da altri candidati minori col 2%. La legittimità della vittoria del Presidente uscente è stata subito messa in discussione, sia per il sospetto di gravi irregolarità nelle operazioni di voto che per la costante repressione governativa ai danni delle opposizioni. E lo stesso Lukashenko non è parso particolarmente soddisfatto della sua vittoria, forse meno ”schiacciante” di quanto desiderato, adottando un basso profilo e lamentando ”complotti” stranieri a suo danno.

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    Fig. 1 – Il Presidente bielorusso Alexander Lukashenko, ininterrottamente al potere dal 1994

    PROTESTE E REPRESSIONE

    A parlare sono state invece le strade di Minsk, dove si sono raccolte domenica sera migliaia di persone per protestare contro l’elezione “rubata” da Lukashenko e l’immobilità politica del Paese. Sono seguiti scontri con la polizia presente in città e centinaia di arresti, spesso effettuati con estrema brutalità dagli agenti. Per buona parte della notte la capitale bielorussia, solitamente tranquilla e ordinata, è stata quindi sconvolta da scene di guerriglia urbana simili a quelle viste in altre repubbliche ex sovietiche negli anni scorsi. Nel frattempo il risentimento anti-governativo si è esteso anche ad altri centri urbani del Paese (Brest, Vitebsk, Grodno) con ulteriori arresti e violenze. Secondo il Ministero dell’Interno, sono state coinvolte in tutto 33 città e almeno 3mila persone sono state fermate dalla polizia, di cui mille nella sola Minsk. Era dal 2010 che non si vedevano proteste simili in Bielorussia e la loro diffusione ha sorpreso anche gli osservatori più esperti, svelando sia il carattere capillare della repressione governativa che la significativa perdita di legittimità del sistema politico presieduto da Lukashenko. Col passare delle ore la situazione si è poi calmata ma le dimostrazioni anti-Lukashenko sono riprese con forza lunedì sera, infiammate dal rifiuto di Tikhanovskaya di riconoscere la sconfitta elettorale. Dopo aver presentato un reclamo ufficiale alla Commissione elettorale, la candidata delle opposizioni è sparita per diverse ore e si troverebbe adesso in Lituania, come affermato da un tweet del Ministro degli Esteri Linas Linkevicius. Difficile però che questa ”fuga” metta fine alle dimostrazioni contro Lukashenko, che registrano anche i primi morti e tentativi (finora falliti) di costruire barricate nel centro di Minsk.   

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    Fig. 2 – Una barricata improvvisata costruita dai manifestanti anti-Lukashenko per le strade di Minsk, 11 agosto 2020

    UN PAESE DIVISO

    La verità è che la Bielorussia è un Paese sempre più diviso, con le classi medie urbane insofferenti verso il lungo regno di Lukashenko (in carica dal 1994) e alla ricerca di un’alternativa al suo sistema di potere. Questa alternativa è stata prima individuata nel manager bancario Viktor Babariko, successivamente arrestato e escluso dalla corsa presidenziale, e poi nell’ex insegnante Svetlana Tikhanovskaya, moglie del blogger Sergei Tikhanovsky, che ha finito per attrarre folle immense a sostegno dell’opposizione, mai viste prima nella storia del Paese. Ma l’effetto novità non è bastato a detronizzare Lukashenko, indipendentemente dai brogli ai seggi, e il successo elettorale di Tikhanovskaya è rimasto probabilmente limitato ai centri urbani e alle comunità residenti all’estero. Tuttavia le elezioni hanno rivelato il pesante logoramento dell’immagine pubblica del Presidente e la sua perdita di popolarità in diverse fasce della società bielorussa. Persino le piccole città non sono più elettoralmente sicure per Lukashenko a causa delle crescenti difficoltà economiche e dell’impatto dell’emergenza Covid-19, gestita in maniera quantomeno discutibile dal Governo. Resta la fedeltà degli apparati di sicurezza statali, ampiamente usati sia in campagna elettorale che nella repressione delle proteste di questi giorni. Ma non è detto che sia sufficiente a controllare il Paese e potrebbe venire meno con un’ulteriore perdita di legittimità politica del Presidente.

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    Fig. 3 – Svetlana Tikhanovskaya, candidata delle opposizioni, durante una conferenza stampa post-elettorale. La donna è fuggita poi in Lituania, forse a seguito di pressioni da parte dei servizi di sicurezza

    LA FREDDEZZA DI MOSCA

    Lukashenko appare vulnerabile anche sul piano internazionale. Le sue recenti aperture verso UE e USA, dettate soprattutto da ragioni economiche, non hanno finora portato grandi risultati e potrebbero persino cessare a seguito della stretta repressiva contro le proteste. Da questo punto di vista le critiche di Germania e Polonia alle violenze della polizia potrebbero spingere le autorità europee ad un atteggiamento meno accomodante verso il Governo bielorusso, con una possibile riproposizione delle sanzioni emanate dopo le controverse elezioni del 2010. Allo stesso tempo i rapporti di Minsk con la Russia, tradizionale alleato politico e principale partner economico, stanno attraversando una fase molto critica, dovuta a dispute sui prezzi delle forniture energetiche e all’insofferenza di Lukashenko per il progetto di unione statale con Mosca, sancito da un trattato bilaterale nel 1999. Le tensioni con il Cremlino sono emerse anche durante la campagna elettorale, prima con accuse alla Russia di essere dietro la candidatura di Babariko e poi con l’arresto di una trentina di membri del gruppo Wagner sospettati di “attività terroristiche” e di legami con l’opposizione anti-Lukashenko. Il Governo russo ha naturalmente negato ogni addebito, ma entrambe le vicende hanno lasciato un pesante strascico nei rapporti tra i due Paesi, già messi alla prova dal flirt diplomatico di Lukashenko con Bruxelles e Washington.

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    Fig. 4 – Lukashenko e Putin durante l’ultimo vertice dell’Unione Economica Eurasiatica, dicembre 2019

    Non a caso Mosca ha colto con sostanziale indifferenza le proteste popolari di domenica sera e la nota di congratulazioni di Putin a Lukashenko per la vittoria elettorale è parsa decisamente più fredda rispetto a quella di cinque anni fa. Tale freddezza non deve ingannare: una Bielorussia stabile resta importante per la sicurezza russa e il Cremlino vuole anche evitare un’eventuale diffusione delle proteste pro-democrazia in casa propria, come già visto con l’intervento contro Euromaidan in Ucraina nel 2014. Ma è chiaro che Putin non si fida più di Lukashenko e cercherà di porre delle condizioni precise per il proseguimento del proprio sostegno all’attuale regime bielorusso: accelerazione del processo di unione statale tra i due Paesi, maggiore coinvolgimento di Minsk nell’Unione Economica Eurasiatica (UEE) e rafforzamento dei legami militari bilaterali. Tutte cose difficili da accettare per il vecchio Luka, ma forse inevitabili per restare ancora in sella per il prossimo futuro.

    Simone Pelizza

    President Alexander Lukashenko at OSCE PA Annual Session in Minsk, 5 July 2017” by oscepa is licensed under CC BY-SA        

    Simone Pelizza
    Simone Pelizzahttp://independent.academia.edu/simonepelizza

    Piemontese doc, mi sono laureato in Storia all’Università Cattolica di Milano e ho poi proseguito gli studi in Gran Bretagna. Dal 2014 faccio parte de Il Caffè Geopolitico dove mi occupo principalmente di Asia e Russia, aree al centro dei miei interessi da diversi anni.
    Nel tempo libero leggo, bevo caffè (ovviamente) e faccio lunghe passeggiate. Sogno di andare in Giappone e spero di realizzare presto tale proposito. Nel frattempo ho avuto modo di conoscere e apprezzare la Cina, che ho visitato recentemente per lavoro.

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