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martedì 22 Settembre 2020
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    In breve

    • Il Mali torna nel caos. Un golpe militare ha destituito il Presidente Keita.
    • Il colpo di Stato arriva dopo settimane di proteste contro il Governo sia per la costante crisi economico-sociale, sia per l’impasse istituzionale seguita alle elezioni legislative di marzo e aprile.
    • La comunità internazionale ha condannato unanimemente la ribellione, ma è improbabile che si ripristini il Presidente Keita: i militari hanno il sostegno di ampia parte della popolazione e la priorità adesso è evitare un peggioramento della già complessa situazione del Mali.

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    In 3 Sorsi – Le proteste delle ultime settimane in Mali per il peggioramento della crisi economica e per i risultati delle recenti e contestate elezioni legislative sono scaturite in un colpo di Stato guidato dai militari. Il Presidente Keita è stato arrestato e costretto alle dimissioni.

    1. IL GOLPE IN MALI

    Ieri in Mali è stato portato a termine un colpo di Stato, che ha condotto prima all’arresto e poi alle dimissioni del Presidente Ibrahim Boubacar Keita (in carica dal 2013) e allo scioglimento del Parlamento. Gli eventi si sono succeduti molto rapidamente, ma sono il culmine di settimane di proteste e malumori da parte della popolazione e delle Forze Armate. L’azione decisiva è cominciata molto probabilmente nella base di Kati, nei pressi della capitale Bamako, con una rivolta tra i militari. Alcune fonti riportano anche di scontri armati tra soldati di opposte fazioni. La ribellione è stata sostenuta da centinaia di cittadini, in maggioranza giovani, riuniti in una grande manifestazione a Bamako. Nella serata, infine, il Presidente Keita – ancora sotto il controllo dell’esercito – ha annunciato in un messaggio televisivo le proprie dimissioni. Anche gli insorti comunque hanno illustrato le proprie ragioni, dichiarando la volontà di condurre il Paese in una fase di transizione verso nuove elezioni.

    Fig. 1 – Il Presidente maliano Keita (a sinistra) con l’omologo sudafricano Ramaphosa | Fonte: GCIS

    2. UNA LUNGA CRISI

    Il golpe è l’esito di un periodo politicamente teso in Mali, che ha visto le eterogenee opposizioni unite nel chiedere un passo indietro da parte del Presidente, sia per la grave crisi economico-sociale, sia per l’impasse istituzionale seguita alle elezioni legislative primaverili. A coordinare la protesta contro Keita c’era il Movimento 5 Giugno – guidato anche dall’imam Mahmoud Dicko, – che prende il nome dal giorno nel quale sono stati ufficializzati i risultati delle consultazioni. Il Mali, infatti, è andato alle urne per il rinnovo del Parlamento il 29 marzo e il 19 aprile con un’affluenza di poco superiore al 35%, tra Covid-19, terrorismo, violenze e intimidazioni, in particolare nel Nord del Paese. La vittoria è stata assegnata al Rassemblement pour le Mali (RPM), il partito del Presidente, ma da subito le opposizioni hanno contestato i risultati, invocando un Governo di unità nazionale per la gestione delle molte crisi in Mali. Keita da parte sua ha respinto le richieste della controparte, arrivando addirittura a sciogliere la Corte Costituzionale. Nemmeno i tentativi di mediazione della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas-Cedeao), che ha dedicato diversi summit alla questione, hanno prodotto effetti.

    Fig. 2 – Situazione della guerra in Mali a maggio 2020 | Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/File:MaliWar.svg

    3. IL MARGINE D’AZIONE DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

    Le reazioni in Africa sono state generalmente di forte contrarietà rispetto al colpo di Stato, anche considerando che in Mali sono operativi diversi contingenti internazionali per contrastare la presenza jihadista, sia specifici per il Paese (come la Minusma dell’ONU), sia di dimensione regionale (per esempio la Barkhane francese e la futura Takuba europea o la G5 Sahel Joint Task Force). L’Unione Africana ha condannato i fatti tramite il Presidente della Commissione, Moussa Faki Mahamat, mentre l’Ecowas-Cedeao ha disposto la sospensione del Mali dall’Organizzazione, la chiusura dei suoi confini e l’interruzione di tutte le transazioni commerciali fino al ripristino dell’ordine costituzionale. Anche USA e Francia hanno manifestato la propria preoccupazione, con Emmanuel Macron in costante contatto con gli omologhi Mahamadou Issoufou (Niger), Alassane Ouattara (Costa d’Avorio) e Macky Sall (Senegal). La critica dell’UE è arrivata invece via Josep Borrell, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri. Nonostante le dichiarazioni, è improbabile che si proceda con rilevanti misure sanzionatorie o con un ulteriore intervento in Mali, principalmente per due ragioni. In primo luogo la comunità internazionale – comprese le Istituzioni africane – può già contare su una forte presenza nel Paese, con la conseguente capacità di monitorare da vicino le evoluzioni del golpe. Allo stesso tempo, poi, i ribelli hanno agito con il sostegno della popolazione locale, che ha accolto con favore la deposizione di Keita. In questo senso sono molte le incognite che si aprono per il Mali, a cominciare dalla – probabile – eventualità che gli attori internazionali fossero in qualche modo consapevoli dell’imminente colpo di Stato. Sarà fondamentale capire quale sarà il livello di legittimità interna ed esterna riconosciuta agli insorti e su quali basi si negozierà la loro legittimazione. Finora, inoltre, lo sviluppo dei fatti è molto incentrato su Bamako, ma non è chiaro quale possa essere la reazione delle periferie, soprattutto in un Paese che sconta forti tensioni interetniche e nazionalistiche, spesso ben sfruttate dalle forze islamiste anche ai fini del conflitto regionale fra gruppi d’ispirazione qaidista (tipo la coalizione Nusrat al-Islam) e forze legate allo Stato Islamico (Stato Islamico nel Grande Sahara). Uno dei rischi, per esempio, è che il golpe possa conferire nuovo vigore alle istanze dei tuareg dell’Azawad, riaprendo i termini – mai del tutto accettati – degli accordi di pace di Algeri del 2015, che avrebbero dovuto rappresentare la riconciliazione nazionale dopo la guerra civile del 2011-2012.   

    Beniamino Franceschini

    Photo by David_Peterson is licensed under CC BY-NC-SA

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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