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    All’alba delle elezioni presidenziali statunitensi del 2008, i dirigenti politici indiani temevano che la vittoria di Obama potesse modificare la politica estera statunitense nei confronti dell’India. Ad un anno di distanza, tali preoccupazioni potrebbero essere fondate

    IL CORTEGGIAMENTO DI BUSH – Tradizionalmente fredde a causa della vicinanza dell’India all’Unione Sovietica durante la guerra fredda e delle aspirazioni nucleari di New Delhi, nel nuovo millennio le relazioni tra gli Stati Uniti e l’India hanno subito un radicale cambiamento. È stata proprio la linea dura delle amministrazioni USA nei confronti degli esperimenti nucleari a subire un rovesciamento: dalla condanna del programma nucleare indiano si è passati nel 2008 alla stipula di un trattato di cooperazione tra i due governi proprio in questo settore. Tale accordo, oltre a fare dell’India una potenza nucleare riconosciuta anche se non firmataria del TNP (Trattato di Non Proliferazione Nucleare), fatto che potrebbe costituire un precedente per altri stati che aspirano a dotarsi di armamenti nucleari (ma va ricordato che anche Pakistan e Israele sono nella stessa situazione), ha come obiettivo il sostegno dello sviluppo del settore civile indiano, come si legge sulla carta, ma d’altra parte non potrà che avere conseguenze anche su quello militare. Le ragioni che spiegano la scelta di giungere a concessioni così ampie nei confronti di New Delhi sono da ricercarsi nelle considerazioni geopolitiche e strategiche degli Stati Uniti, in particolare in relazione alla crescita della potenza della Cina. Tale accordo rappresenta lo strumento di Washington per equilibrare l’influenza cinese in Asia e per inserire l’India nel proprio quadro difensivo.

    L’INDIFFERENZA DI OBAMA – Il discorso di Obama a Tokyo nel novembre del 2009, durante il suo primo viaggio ufficiale in Asia, rappresenta una svolta rispetto all’approccio dell’amministrazione precedente. In questa sede non si parla della relazione con l’India. Si comprende dunque come in questo momento la priorità di Washington sullo scacchiere centro-asiatico rimanga la risoluzione del conflitto in Afghanistan e non l’approfondimento delle relazioni con Nuova Delhi, anche in ottica di contenimento della potenza cinese. E qui gioca un ruolo chiave il Pakistan. La rivalutazione del rapporto con questo paese, già in passato tradizionale alleato di Washington, si spiega con la volontà statunitense di legare Islamabad maggiormente a sé per il raggiungimento dei propri scopi strategici, tra cui anche la lotta al terrorismo. Considerazioni, queste, che si contrappongono alle convinzioni dei dirigenti politici indiani, che attribuiscono proprio a Islamabad il sostegno ad alcuni gruppi terroristici. Tutto ciò va a scapito dell’India. Anche New Delhi, d’altra parte, negli ultimi anni ha aumentato la propria influenza su Kabul; tale interesse si spiega con la volontà di bilanciare il potere del Pakistan nella regione e di portare avanti i progetti degli oleodotti che, passando in territorio afghano, dovrebbero rispondere alla crescente domanda energetica dell’India. A contribuire ad un allentamento dei rapporti tra New Delhi e Washington si aggiungono le affermazioni di Obama riguardo alla questione del Kashmir; il presidente nel 2008 aveva dichiarato che si sarebbe dovuto mediare per favorire una risoluzione. Parole che non sono piaciute in India, perché mettono in discussione la sua capacità e il suo controllo sulla regione. Un intervento esterno sul Kashmir è inaccettabile, si tratta di una questione bilaterale e, secondo New Delhi, tale deve rimanere. L’amministrazione Bush aveva seguito una politica diversa, rifiutandosi di intervenire e lasciando i due paesi vedersela tra loro; secondo alcuni osservatori proprio tale politica aveva favorito lo sviluppo dei negoziati.

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    PROSPETTIVE?  È difficile al momento formulare scenari precisi sull’evoluzione nei rapporti tra India e Stati Uniti nei prossimi mesi. Tale relazione potrebbe dipendere dalla parallela evoluzione dei rapporti con il Pakistan. In questo si inserisce la spinosa questione del Kashmir, sulla quale la Casa Bianca dovrà muoversi con attenzione per evitare di ledere la sensibilità dell’India e di “raffreddare” le relazioni bilaterali. 

    Valentina Origoni

    Valentina Origoni

    Laureata in Relazioni Internazionali a Bologna, lavoro da diversi anni nella cooperazione internazionale allo sviluppo e, in particolare, su progetti di aiuto umanitario in Asia, per organizzazioni non governative e per l’ONU. Sono appassionata di relazioni internazionali e geopolitica, e, in seguito alle mie missioni in paesi molto vulnerabili al cambiamento climatico, mi interesso alle questioni legate al riscaldamento globale e alle negoziazioni internazionali.

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