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    Kabul New City: una nuova o una vecchia Kabul?

    In breve

    • Kabul New City è un progetto di investimento e sviluppo per la città di Kabul, nato nel 2006. Gli obiettivi del progetto sono costruire una nuova città, moderna e efficiente, e garantire una nuova casa a 3 milioni di persone.
    • Ma terrorismo e instabilità politica rappresentano da anni seri ostacoli per la realizzazione di tali obiettivi
    • L’ascesa al potere di Ashraf Ghani ha portato alla costruzione di numerose abitazioni e infrastrutture di base, grazie soprattutto alla creazione di una sola autorità di controllo del progetto
    • Ma problemi e ritardi permangono, aggravati dall’incertezza sui negoziati di pace con i Talebani e dalla pandemia di coronavirus
    • Il rischio è che l’instabilità della vecchia Kabul contagi anche la nuova, compromettendo il futuro della città

     

     

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    Analisi – Kabul New City, questo il nome del mega progetto messo in piedi nel 2006 dall’allora Governo guidato da Hamid Kharzai. L’obiettivo è costruire una città nuova, moderna ed efficiente accanto a quella vecchia, che sia in grado di offrire case nuove a 3 milioni di persone. Considerato dalla stragrande maggioranza degli investitori un sogno oramai dimenticato, rimangono però alcune possibilità di ripresa. Capiamo insieme i perché del progetto, tenendo conto della situazione politica del Paese e valutando l’impatto politico economico e sociale di questo grande piano di rilancio della città.

    DA DOVE NASCE IL PROGETTO? 

    Il progetto “Kabul New City” nasce per mitigare le sfide urbane e i problemi esistenti che da anni attanagliano la città di Kabul. In particolare sono state tre le esigenze che hanno portato alla nascita e alla discussione del progetto. La prima esigenza fu garantire alle maggiori industrie e aziende della città un ambiente di qualità che favorisse e agevolasse le loro operazioni produttive. La seconda fu di attrarre investimenti esteri ritenuti fondamentali per lo sviluppo economico e sociale dell’Afghanistan in generale e la terza, forse la più ardua, fu cercare di mitigare le sfide urbane e i problemi ad esse connessi della città di Kabul. Nonostante Kabul non sia per nulla quella città pericolosa che molto spesso i media occidentali dipingono, come spiega Franz. J. Marty, la capitale afghana ha senz’altro dei grossi problemi. Tra i tanti, quelli che hanno le conseguenze più complicate e drammatiche sono la scarsità d’acqua, l’assenza di strutture di base (che quando ci sono sono sprovviste del materiale necessario per operare), l’inquinamento e la grossa difficoltà per gli abitanti di trovare una casa. Strettamente legata alla crisi immobiliare è la situazione politica. Nel 2001, con la caduta del regime dei talebani, l’Afghanistan subì un’improvvisa crescita della popolazione, che passò da 1,78 milioni nel 1999 a 2,72 milioni nel 2005. Questo aumento demografico con gli anni aggravò i già presenti problemi della città e diede un forte impulso all’idea di espandere il suo spazio urbano. L’assenza di scorte d’acqua, l’incremento dei livelli di disoccupazione, la mancanza di aree verdi e di zone ricreative, la troppa immondizia abbandonata per le strade e l’inquinamento acustico hanno reso molte zone della città invivibili.

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    Fig. 1 – La bicicletta è molto usata dagli abitanti di Kabul per recarsi al lavoro

    LO SCENARIO POLITICO 

    Da anni l’Afghanistan è devastato da guerre, attentati terroristici, tensioni interne e corruzione. L’elevato grado di instabilità politica non ha favorito gli sforzi di ammodernamento e sviluppo della città. Sul piano della politica interna i continui duelli tra Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah e la conseguente difficoltà nell’instaurare una linea politica comune nei confronti dei talebani hanno reso difficile la discussione del progetto Kabul New City. Già durante la presidenza di Hamid Karzai, nel 2005, una commissione di alto livello fu chiamata a studiare l’idea di espandere la città di Kabul e nel 2006 fu il Giappone, tramite la JICA (Japan International Cooperation Agency), a rispondere all’appello del Governo afghano. La commissione giapponese individuò sette aree intorno a Kabul e selezionò il distretto nordorientale di Dehsabz come luogo ideale, maturo al punto da “sopportare” l’importante progetto di sviluppo urbano. Nel 2009, insieme ad aziende tedesche e francesi, un corpo esecutivo (il DCDA — Dehsabz City Development Authority) messo in piedi da Karzai stesso, approvò, insieme al cabinetto, un “master plan”. 

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    Fig. 2 – Cerimonia della comunità sciita di Kabul per celebrare la festa dell’Ashura

    IN COSA CONSISTE IL PROGETTO? 

    Il progetto per la costruzione di una nuova città era stato organizzato nel modo seguente: due erano i periodi di implementazione, della durata di 15 anni ciascuno. Il primo, che andava dal 2010 al 2025, era diviso in tre aree geografiche e in altrettante fasce temporali. La più importante era la prima, che andava dal 2010 al 2015. Essa prevedeva la costruzione di 80mila case per una popolazione di 400mila abitanti e la costruzione di una zona agricola di 33 chilometri chiamata Barikab Agricolture Economic Zone (BAEZ). In questa fase il 70% del ruolo finanziario era nelle mani del settore privato, composto da investitori locali e stranieri. Il progetto Kabul New City infatti offriva importanti opportunità di investimento nella costruzione di case e infrastrutture pubbliche, così come nello sviluppo di zone industriali per lo sviluppo di servizi e del commercio. Uno degli ostacoli che videro i responsabili del progetto fu la resistenza dei Kuchi (un gruppo afghano originariamente nomade e di etnia pashtun), che con gli anni riuscì a stabilizzarsi e a impossessarsi proprio di quelle terre scelte per la realizzazione del progetto. Da una parte c’era il Governo afghano che intendeva privare i Kuchi delle loro proprietà e dall’altra il gruppo che, spaventato di perdere i possedimenti, iniziò una dura lotta nei confronti degli ingegneri e di tutti gli addetti ai lavori che si recavano sul campo nelle primissime fasi di studio e di verifica del progetto. Nel 2014, però, il neo-Presidente Ashraf Ghani, con un decreto presidenziale, prese a carico il progetto, che infatti ha visto la costruzione, finora, di numerose scuole, ospedali, strade e parchi. Uno degli ostacoli maggiori è che al momento, del progetto, se ne occupa una sola autorità politica, la CRIDA (Capital Region Independent Development Authority), instituita da Ghani nel 2016 a sostituzione di quella precedente. Proprio per uno scarso impegno politico il progetto al momento è rimasto molto indietro rispetto agli obiettivi e impegni prefissati. 

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    Fig. 3 – Fahima Mirzaie, fondatrice di una scuola di danza nella capitale afghana

    QUALI SONO I PROBLEMI?

    I partner industriali e commerciali non sono soddisfatti. Numerosi sono i problemi che la “nuova Kabul” sarà costretta ad affrontare. Il progresso di questo progetto infatti è molto tortuoso e complesso e attualmente nemmeno la metà delle infrastrutture prefissate per il 2020 è stata portata a compimento. Stando a quanto si evince dai documenti, nel 2015 doveva essere completato il 100% della fase 1 e nel 2020 molto del lavoro della fase 2 e 3 doveva essere avviato, se non addirittura concluso. Gli organi che si sono occupati, negli anni, del progetto, si sono continuamente alternati, mancando completamente di coerenza. Responsabili di questo, prima la DCDA e poi la CRIDA. Ma molte altre sono state le cause di questo rallentamento. Sicuramente lo scenario politico (che vede impegnato il Governo nell’estenuante trattativa con i talebani) e la pandemia da coronavirus sono stati i fattori che maggiormente hanno influenzato negativamente lo status del progetto. Ci suono buone possibilità che il progetto venga ripreso, però. Allo stato attuale, alcuni investitori stranieri sono intenzionati a portare a termine tutte e tre le fasi. Di fondamentale importanza è l’interesse che il Giappone continua ad avere e che non manca mai di manifestare anche tramite supporto tecnico e finanziario. Inoltre la buona riuscita dei negoziati di pace con i talebani è un’eccellente opportunità per attirare investitori locali e stranieri. Qualora però le trattative non andassero a buon fine, le opportunità di investimento si ridurrebbero, e l’Afghanistan — sopratutto Kabul — vedrebbero ancora una volta naufragato il progetto di rilancio.

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    Fig. 4 – Il futuro di Kabul? Veicoli ibridi solari presentati recentemente nella capitale afghana

    TIMORI PER IL FUTURO

    Sono tanti i timori di coloro che temono che nella nuova Kabul si possano riprodurre gli stessi errori di quella vecchia. C’è il rischio che l’instabilità politica contagi la vita della nuova città. Inoltre le grandi metropoli sono gli “hub” preferiti dalle pandemie. Il progetto è molto vasto e complesso e richiede una solida organizzazione, un indirizzo politico coerente e stabilità. È molto difficile immaginare che il sorgere di una città completamente nuova rimanga esente da quei problemi che per anni hanno piegato e messo in ginocchio gli afghani.

    Desiree Di Marco

    Kabul city Sunrise (2011)” by seair21 is licensed under CC BY-SA 

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    Desiree Di Marco
    Desiree Di Marcohttps://europeanpeople.org/chi-siamo/

    Nata a Roma nel 1995, ho scelto Roma, Milano, Vienna e Rabat come sedi per i miei studi. Sono laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma e ho conseguito un Master di Primo Livello in “Middle Eastern Studies” preso ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano). Ho ottenuto un diploma in Affari Internazionali Avanzati all’Accademia Diplomatica di Vienna e attualmente sto conseguendo la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali. Ho concluso due tirocini entrambi presso l’OSCE e le Nazioni Unite di Vienna lavorando presso l’Ambasciata di Malta e presso la Missione Permanente e l’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Afghanistan. La mia bevanda preferita è il caffè e non solo “the italian Espresso”!

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