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    Che cosa succede in Svizzera?

    In breve

    • In Svizzera non si fermano i casi di contagio da coronavirus.
    • Nel clima di emergenza i cittadini elvetici sono stati chiamati alle urne per il referendum sull’immigrazione e la libera circolazione.
    • A che punto sono le trattative per arrivare a un unico accordo che disciplini le relazioni tra Svizzera e Unione Europea?

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    In 3 sorsiStretta tra emergenza sanitaria e gestione delle relazioni con l’UE, qual è la situazione attuale del Paese elvetico?

    1. LA SITUAZIONE INTERNA

    Al pari di tutta l’Europa, anche la Svizzera si trova a gestire la complicata situazione di emergenza sanitaria da coronavirus.
    Nel Paese elvetico, dall’inizio della pandemia si registrano più di 80mila casi di contagio e circa 2mila decessi. Il Cantone più colpito, in relazione al numero di abitanti, risulta essere quello del Ticino.
    L’incidenza media dei contagi, nelle ultime due settimane, è arrivata a quasi mille casi per 100mila abitanti, ragione per cui il Governo ha introdotto l’obbligo della mascherina negli spazi chiusi e vietato gli assembramenti di più di 15 persone negli spazi pubblici.
    Con questi provvedimenti la Svizzera mira a proteggere al meglio la salute della popolazione ed evitare il sovraccarico del sistema sanitario.
    Pochi giorni fa l’Ufficio federale della sanità pubblica ha inoltre pubblicato l’elenco delle aree da evitare per i propri cittadini e tra di esse troviamo la Campania, la Sardegna e il Veneto.

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    Fig. 1 – Il Ministro degli Interni e della Salute svizzero, Alain Berset

    2. IL REFERENDUM

    Oltre alla gestione del coronavirus, la Svizzera si trova a gestire un delicato momento politico.
    In un Paese nel quale il 24% della popolazione è straniero, il tema della libera circolazione delle persone assume un’importanza fondamentale.
    Lo scorso 27 settembre i cittadini svizzeri sono stati chiamati alle urne per votare la conferma del progetto di legge costituzionale intitolato “Per un’immigrazione moderata.
    La proposta, presentata dal partito di destra dell’Unione Democratica di Centro (UDC) e da altri partiti minori nazionalisti, è stata respinta da circa il 62% degli elettori.
    Questa modifica costituzionale stabiliva di porre fine all’accordo sulla libera circolazione delle persone tra Svizzera e Unione Europea e stabiliva che la Svizzera avrebbe provveduto a disciplinare autonomamente l’immigrazione degli stranieri. Ciò avrebbe implicato l’abolizione dell’accordo in vigore tra l’Unione Europea e la Svizzera per includere lo Stato elvetico all’interno dello spazio Schengen.
    Se fosse passato il referendum, i lavoratori europei non avrebbero più potuto avere libero accesso al mercato del lavoro svizzero e si sarebbe innescata la cosiddetta “clausola ghigliottina” che lega tra loro i sette accordi raggiunti tra Berna e Bruxelles che consentono all’economia elvetica un ampio accesso al mercato unico.
    Contro la modifica costituzionale si sono schierate quasi tutte le altre forze partitiche e l’Unione degli Industriali svizzeri.
    Nella stragrande maggioranza del Paese, comprese le città più importanti come Berna, Ginevra e Basilea, ha prevalso il fronte del No. Solamente in quattro Cantoni invece si è affermato il Sì al referendum. Tra di essi troviamo il Canton Ticino, ovvero l’area geograficamente più vicina all’Italia, dove si stima che lavorino 6mila italiani e dove il Sì è stato del 53% degli elettori.

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    Fig. 2 – Il confine di Chiasso, tra Italia e Svizzera (Canton Ticino)

    3. QUALI RELAZIONI TRA BERNA E BRUXELLES?

    Il (fallito) referendum non è il primo tentativo che la Svizzera effettua sulla libertà circolazione. Nel 2014, infatti, gli svizzeri votarono favorevolmente alla proposta di limitare l’accesso nel loro Paese dei cittadini UE. Il Parlamento, però, non applicò la proposta di legge per paura di ripercussioni sociali ed economiche.
    Il referendum dello scorso settembre, originariamente previsto per maggio e rinviato causa coronavirus, ha (ri)aperto la questione dei rapporti tra Svizzera e Unione Europea, regolati da una serie di accordi stipulati fin dagli anni Settanta. Una questione complicata, ma al tempo stesso importantissima, visto che l’UE è il primo partner economico della Svizzera e che, al momento attuale, non esiste un unico accordo che regolamenti le relazioni tra Bruxelles e Berna.
    L’Unione Europea preme, da anni, per arrivare non più a tanti accordi bilaterali su differenti materie (attualmente ve ne sono più di cento), ma a un Accordo Quadro generale che permetterebbe di adeguare più rapidamente la legislazione svizzera al diritto comunitario. L’Accordo inoltre vincolerebbe la Svizzera alle decisioni della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e consentirebbe a Berna di partecipare al processo decisionale comunitario senza il diritto di voto.
    In realtà questo Accordo è un work in progress dal 2014. Il Parlamento Europeo lo ha già approvato e, dalla fine del 2018, è in discussione presso il Consiglio Federale svizzero. Il Consiglio è però composto da esponenti di diversi partiti che hanno idee discordanti sul tema. Da una parte l’UDC si oppone totalmente alla sua ratifica, mentre altri partiti di centro e di sinistra sono più favorevoli. Questi ultimi, però, assieme ai sindacati, sono contrari a qualsiasi indebolimento delle misure di protezione dei salari contro i rischi di dumping.
    La situazione è resa ancora più complicata dal fatto che, a differenza dell’Italia, in Svizzera gran parte dei trattati internazionali sono approvati con referendum e probabilmente un accordo di questo tipo, per la sua natura e per la sua complessità, non otterrebbe il via libera di Parlamento e cittadini.
    La situazione tra l’Unione Europea e la Svizzera resta quindi particolarmente confusa. Attualmente le Istituzioni europee sono concentrate quasi esclusivamente sull’approvazione degli aiuti per rilanciare l’economia UE colpita dalla pandemia e sulla definizione del nuovo Quadro Finanziario Pluriannuale 2021-2027.
    Nei prossimi mesi, passata (si spera) l’emergenza da coronavirus, la questione dell’Accordo tra UE e Svizzera potrebbe costituire uno dei dossier prioritari dell’agenda politica delle Istituzioni comunitarie.

    Luca Rosati

    Photo by H. Emre is licensed under CC0

    Luca Rosati
    Luca Rosati

    Laureato in scienze politiche e relazioni internazionali presso l’Università degli Studi di Torino. Ho svolto un periodo di studio presso la facoltà di Scienze Sociali di Parigi nell’ambito del programma Erasmus. Ho lavorato due anni presso la pubblica amministrazione francese dove mi sono occupato di programmi e fondi europei.

    Attualmente sono impiegato presso il dipartimento Affari Europei della Regione Valle d’Aosta dove mi occupo di progettazione europea e di comunicazione sulle attività dell’Unione Europea. Frequento inoltre il Diploma in Affari Europei dell’Ispi (Istituto Superiore di Politica Internazionale) di Milano.

    Faccio parte dell’Associazione Italiana Giovani per l’Unesco – sezione Valle d’Aosta – con il ruolo di tesoriere.

    Collaboro con Il Caffè Geopolitico in quanto appassionato al tema della relazioni internazionali, al processo di integrazione europea e al rapporto tra gli Stati membri.

     

     

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