utenti ip tracking
domenica 9 Agosto 2020
More

    Speciale COVID-19

    La delicatissima situazione politica interna in Serbia

    Analisi - ln Serbia l'epidemia di Covid-19 appare fuori...

    Il Myanmar alle urne tra guerra civile e Covid-19

    In 3 sorsi - Fissata la data per le...

    I Paesi Baschi in cerca di patria e in fuga dal passato

    Analisi – Il 12 luglio in Spagna, dopo il...

    Cambiare? No grazie

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    Secondo espresso relativo agli eventi che stanno sconvolgendo Damasco. Chi vuole una nuova Siria? Nessuno, praticamente. Sia gli amici che gli avversari concordano su un punto cruciale: cambiare regime – e minare fortemente la stabilità regionale – rischia di non convenire a nessuno. Sembra una semplificazione eccessiva, ma in politica il detto popolare è quanto mai considerato e rispettato: chi lascia la strada vecchia per quella nuova…

     

    (2. segue. Leggi qui la prima parte: Non è (solo) effetto domino)

     

    STATUS QUO – Riguardo alle proteste, la reazione del governo siriano è tutta sintetizzata nel discorso di Al-Assad, il quale, viste le sue affermazioni, sembra cosciente del fatto che la situazione non stia prendendo la giusta piega. Non per niente, attraverso l’impegno nel soddisfare le richieste dei siriani (quelle stesse richieste che negli anni sono rimaste inascoltate), il regime sta cercando di dare prova di stabilità sia all’interno che all’estero. Infatti, è proprio quest’ultimo aspetto a impensierire maggiormente gli outsiders. La Siria sta tentando di ottenere l’appoggio non solo dei suoi più amichevoli vicini come la Turchia e l’Iran, ma persino dei paesi con i quali non intrattiene rapporti particolarmente buoni (USA e Arabia Saudita tra gli altri) o con Israele, con il quale è ancora formalmente in guerra. Bashar sa perfettamente che tutti (ma proprio tutti) nella regione sono convinti che mantenere lo status quo sia la migliore garanzia di sicurezza e che, viceversa, un ribaltamento di equilibri potrebbe sfociare nel medio periodo nell’instabilità. Il complicarsi dello scenario nordafricano e lo scricchiolare delle fondamenta del mondo arabo gettano il panico su chiunque abbia qualche interesse in Medio Oriente, ma soprattutto sui principali attori regionali.

     

    GLI AMICI – In primis, è la Turchia della “Strategic Depth” (la visione turca della politica estera, dal saggio di Ahmet Davutoglu, attuale Ministro degli Esteri) lo Stato che che, mirando ad espandere una certa influenza nell’area – anche in vista di un peggioramento delle relazioni con Israele – non beneficerebbe affatto (si pensi alla questione curda) di una eventuale caduta del regime siriano con il quale è in ottimi rapporti. Stesso si può dire per gli altri tre attori vicini: cioè Libano, Arabia Saudita e Iran. A Beirut, ma soprattutto a Teheran, è evidente che se il governo di Assad dovesse cedere, verrebbe meno un potenziale alleato nella regione, e si troverebbero senza l’appoggio del quarto importante attore anti-israeliano (e anti-americano) nella regione. Riyad, all’unisono, ha chiosato affermando che tiene molto alla piena stabilizzazione dei conflitti che stanno agitando la Siria, essendo in sostanza pienamente favorevole al regime.

     

    GLI AVVERSARI – Infine, nelle posizioni probabilmente più scomode ci sono Israele e gli Stati Uniti. Andando con ordine, per Tel Aviv l’eventuale crollo siriano potrebbe cambiare tutto oppure niente. Damasco è già percepita come un avversario nel mondo israeliano, ma certo non come il peggiore. Infatti nonostante sia risaputo che la Siria sostiene Hezbollah in Libano, dalla guerra del Kippur (1973) in poi, il confine del Golan – le cui terre, contese dai due Paesi, sono tuttora occupate da Israele – è stato senz’altro quello che ha creato meno problemi. Così, per quanto possa sembrare paradossale, il governo Netanyahu non vedrebbe affatto di buon occhio la nascita di un nuovo governo siriano (magari meno laico e maggiormente fondamentalista).

    Per finire, gli Stati Uniti. È ormai sotto gli occhi di tutti come Washington non solo abbia serie difficoltà a gestire (e comprendere) la situazione nel mondo arabo che si va man mano infiammando, ma soprattutto cerchi di metterci bocca il meno possibile per limitare i danni. L’onda che si espande verso il Golfo rischia di generare una serie di ribaltamenti nell’attuale assetto che potrebbero minacciare in larga parte interessi americani nell’area mediorientale. La Siria è ovviamente uno scenario particolarmente sensibile in questo contesto, e per tale ragione – nonostante non scorra buon sangue tra i due Paesi – la Casa Bianca ha subito cominciato ad adoperarsi per fare in modo che Bashar sia credibile e garantisca l’assoluta stabilità del regime alawita.

     

    Paolo Iancale

    Redazione
    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

    Articolo precedenteNon è (solo) effetto domino
    Articolo successivoI tre giorni del destino

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite