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    Torniamo a occuparci di Libia, dove apparentemente non sembra cambiato nulla: Misurata è ancora assediata, i ribelli e i lealisti si affrontano ancora attorno a Brega, la NATO continua a bombardare. Eppure gli eventi recenti hanno mostrato al mondo che qualcosa si muove. Gheddafi è rimasto ucciso? Oppure è nascosto da qualche parte? Forse proprio la sua morte sarebbe il modo più rapido per chiudere la guerra.

    QUIETE APPARENTE – L’apparente calma delle ultime settimane è stata mediatica più che reale, con gli organi d’informazioni impegnati a coprire altre notizie (il matrimonio reale britannico, la beatificazione di Giovanni Paolo II e l’uccisione di Bin Laden); la guerra civile in Libia e l’Operazione Unified Protector hanno invece proseguito costantemente, e hanno registrato un’intensificazione.

    Innanzitutto le critiche ripetute rivolte da più parti (e anche da noi: v.articolo  Né Unified Né Protector) sull’efficacia della missione NATO, combinate con una stretta sempre maggiore dei lealisti sulla città di Misurata, hanno infine convinto i vertici dell’Alleanza a intensificare le proprie operazioni contro l’apparato militare libico. Non intendiamo qui andare a vedere i complessi negoziati – che hanno coinvolto i rapporti europei interni su temi anche non legati alla crisi libica – che hanno portato paesi come l’Italia ad accettare di partecipare anche ai bombardamenti delle truppe lealiste e non solo degli apparati radar. Andiamo invece a vederne gli effetti.

    AVANTI E INDIETROIn primis, i maggiori bombardamenti hanno contribuito a ribaltare nuovamente la situazione sul campo, portando la linea del fronte a muoversi ancora verso ovest. Le perdite lealiste sono aumentate (in particolare carri armati e veicoli in genere) e le truppe fedeli a Gheddafi ora fanno fatica a muoversi. L’intensità dei bombardamenti non è paragonabile a quella USA di Odyssey Dawn, ma è stata comunque sufficiente a fermare l’offensiva dei lealisti e a consentire qualche piccola avanzata dei ribelli, che hanno raggiunto nuovamente i dintorni di Marsa el-Brega. La maggior parte delle missioni aeree è infatti stata rivolta verso i dintorni di Misurata, per eliminare l’artiglieria e i raggruppamenti di carri armati che i generali del Colonnello avevano riunito per entrare una volta per tutte nella città contesa. L’intervento NATO ha invece sventato tale piano e, per un breve periodo, addirittura costretto i lealisti a ritirarsi. La situazione di Misurata è ancora critica, perché comunque gli uomini di Gheddafi rimangono abbastanza vicini da minacciarla e sono ancora capaci di bombardare alcuni quartieri e il porto, ma la città non appare più a rischio di cadere a breve.

    I ribelli da parte loro rimangono ancora sostanzialmente disorganizzati e male armati, nonostante gli istruttori occidentali a Bengasi e la ventilata promessa di invio di armi dall’Italia. La loro avanzata, anche se aiutata dall’ombrello aereo NATO, appare perciò ancora incerta e soprattutto lenta, molto lenta.

    A QUANDO LA FINE? – La lentezza è proprio il problema principale della NATO, poiché per i governi europei è particolarmente importante terminare il conflitto il prima possibile con la caduta del regime.

    Esistono solo tre modi per terminare il conflitto: il volontario esilio del Colonnello e della sua famiglia – opzione più volte proposta ma per ora mai accettata dal regime – la vittoria dei ribelli tramite sconfitta delle forze lealiste e conquista del resto del paese (o almeno la capitale e gran parte delle altre città principali), o la morte di Gheddafi.

    Altre opzioni non appaiono realistiche: l’intervento NATO non rende plausibile un successo delle forze del Colonnello, mentre dividere il paese in due parti, per quanto teoricamente possibile, creerebbe numerose tensioni legate al controllo delle risorse naturali al centro del paese, gettando i semi di un nuovo futuro conflitto.

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    OBIETTIVO GHEDDAFI – Come accennato però non si ritiene che i ribelli possano spodestare Gheddafi a breve sul campo: non ne hanno né le forza né le capacità militari e scegliere questa opzione significa accettare che il conflitto prosegua a lungo. Dunque, se il Colonnello non vuole andarsene, rimane un’unica opzione: eliminarlo. Nonostante le comprensibili negazioni al riguardo, questo appare proprio uno degli obiettivi dell’azione NATO, come suggerito dai numerosi attacchi a centri di comando ed edifici che potrebbero ospitarne il nascondiglio, non ultimo il luogo dove sono stati recentemente uccisi il figlio Saif e i nipoti. Che piaccia o meno da un punto di vista morale, si ritiene che l’uccisione di Gheddafi provocherebbe la rapida caduta del regime e fermerebbe gran parte dello spargimento di sangue (anche se è plausibile che nuclei di lealisti guidati dal resto della famiglia resterebbero attivi).

    La NATO stessa ha affermato di non sapere se egli sia ancora vivo o morto: certo è che l’averlo costretto a nascondersi può avere per il suo regime effetti simili, poiché il dubbio potrebbe facilmente insinuarsi tra i suoi sostenitori, minandone il morale e portando a un maggiore tasso di diserzione. A questo punto Gheddafi verrebbe costretto a riuscire allo scoperto, cosa che permetterebbe di raccogliere nuove informazioni utili per colpirlo, con una meccanica non dissimile a quanto avvenuto per i leader di Hamas durante l’operazione Cast Lead.

    In realtà proprio tenendo conto di queste considerazioni i tentativi di eliminarlo potrebbero avere anche un effetto secondario meno cruento e altrettanto vantaggioso per la fine del conflitto: man mano che Gheddafi vede la morsa NATO stringersi attorno a sé, con la sempre maggiore possibilità di tradimento da parte dei suoi sostenitori, potrebbe temere abbastanza per la propria vita da decidere l’esilio volontario come ultima ratio. La speranza occidentale rimane che questo possa accadere il prima possibile; ora come ora sono però ancora scarse le informazioni in merito.

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

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    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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