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    Repressione contro il tempo

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    La repressione della rivolta popolare araba in Siria ha raggiunto in questi ultimi giorni un feroce livello di intensità che ha colpito l’opinione pubblica mondiale, con l’intervento attivo dei carri armati e delle truppe siriane contro le principali roccaforti dei ribelli, in particolare la città di Hama. Mentre il Presidente Bashar el-Assad loda le truppe per lo spirito “patriottico” e il Consiglio di Sicurezza si riunisce per possibili nuove sanzioni, vogliamo dare un breve sguardo dietro le quinte

     

    IL RAMADAN – Tre sono gli elementi che vogliamo discutere, per capire meglio la situazione. Il primo è la tempistica: perché proprio ora sono è stata aumentata l’intensità della pressione, giunta fino all’ordine di aprire il fuoco diretto con i carri armati contro i rivoltosi? La risposta va cercata nell’inizio del Ramadan. Storicamente, e ne abbiamo avuto una conferma costante durante tutte le rivolte arabe recenti, le preghiere del venerdì sono state occasioni per riunire i rivoltosi e organizzare proteste pubbliche. Il Ramadan costituisce un’ulteriore occasione poiché tutte le sere vengono eseguite particolari preghiere dette “Taraweeh”, e l’opposizione siriana ha promesso di scatenare un mese di continue proteste serali ogni sera al termine delle Taraweeh.

     

    Non sorprende quindi il tentativo della leadership siriana di schiacciare l’opposizione prima di tale termine, per stroncare le proteste sul nascere intimidendo i possibili partecipanti. Il tentativo però è fallito e già al primo giorno di Ramadan si sono verificate forti proteste dopo la preghiera. Le forze armate ora puntano a disperdere le manifestazioni sparando e rastrellando i responsabili.

     

    SCISSIONE COL CLERO SUNNITA – Una misura così drastica si è però resa necessaria perché una più lieve era già fallita qualche giorno prima. Numerosi ulema hanno infatti riportato come il governo siriano a inizio settimana scorsa abbia richiesto ai trenta maggiori esponenti del clero sunnita siriano di dispensare i fedeli dal recarsi in moschea per le Taraweeh, autorizzando ciascuno a pregare in casa. Evidente lo scopo: se la gente rimane a casa, non si riunisce in moschea e la partecipazione alle manifestazioni risulta ridotta. Altrettanto facile da prevedere il risultato: ventinove degli interpellati hanno rifiutato di ratificare la richiesta. L’unico ad accettare, lo Sceicco Al-Bouti della Facoltà di Legge Islamica dell’Università di Damasco, considerato vicino agli Assad, ha del resto visto i suoi libri bruciati in piazza in varie città. Fallita dunque la via leggera, il regime è ricorso ai carri armati.

     

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    FRATTURE NELL’ESERCITO – Perfino l’uso delle armi non è però esente da rischi per il regime, e il richiamo presidenziale al patriottismo appare infatti un tentativo di evitare una disgregazione che in realtà è già in atto. Gran parte del lavoro sporco è portato avanti dalla 4a divisione corazzata, guidata da Maher el-Assad, e dalle forze di sicurezza paramilitari, mentre la divisione della Guardia Presidenziale rimane a proteggere Damasco. Queste unità sono costituite principalmente da Alawiti, la minoranza a cui appartiene il Clan Assad e dunque fedelissima al regime. Il resto dell’esercito è invece considerato meno affidabile, anche se negli ultimi mesi molti alti ufficiali sono stati sostituiti sempre da Alawiti nel tentativo di mantenere il controllo. Vediamo così la 4a Divisione operare a Hama assieme all’11a Divisione Corazzata, mentre la 7a Divisione Meccanizzata è attiva a Deir el-Zur. Tuttavia entrambe queste ultime unità nelle settimane scorse hanno avuto reparti che si sono dimostrati riluttanti e probabilmente all’interno di una stessa divisione il regime cerca di ridurre l’impiego di brigate considerate poco fedeli. Già numerosi gruppi di soldati hanno infatti disertato, mentre voci di intelligence riportano come quasi un’altra intera divisione abbia disertato nel sud-ovest del paese, con armi e mezzi.

     

    PROSPETTIVE – I ribelli siriani sono anche più divisi di quanto fossero i Libici, e questo non aiuta la loro causa in quanto ogni città o gruppo ribelle sostanzialmente fa da sé; tuttavia le crescenti fratture all’interno delle forze armate e l’opposizione del clero sunnita costituiscono un crescente campanello d’allarme per Bashar Assad: il tempo inizia a giocare a suo sfavore. La violenta repressione difficilmente spegnerà la rivolta nonostante l’elevato costo in vite umane per i rivoltosi, e ogni settimana il controllo sul paese appare leggermente meno saldo. La situazione è ancora lungi dal risolversi, perché nessuna delle attuali forme di protesta può scalzare il regime dal potere vista anche la relativa tranquillità nella capitale; certo è che se Damasco è ancora sotto controllo, il resto del paese lo è sempre meno. E se le diserzioni nell’esercito dovessero continuare, l’equilibrio del potere potrebbe modificarsi, anche se manca ancora una figura o un gruppo di rilievo che possa guidare e coordinare la rivolta.

     

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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